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La vena verde

La lettura delle lettere inviate da Maria Antonietta Portulano al fratello, colpisce la sensibilità di Alessio Arena e determina nel suo animo, una sorta di suggestione che lo induce a liberamente immaginare la condizione psico-esistenziale di una donna malata di mente.

La suggestione genera la parola, come già messo in evidenza dai sofisti, infatti per loro ”la parola è un gran dominatore…., divinissime cose sa compiere”, pertanto non può stupirci che essa abbia generato la scrittura del monologo teatrale La vena verde di A. Arena, giovane e rinomato poeta e scrittore.

Il sipario si apre e non si chiuderà più sino alla fine della rappresentazione: luce e buio illuminano ed oscurano il succedersi progressivo della narrazione di momenti di vita, di conseguenti pensieri e sentimenti che una demente e paralitica esterna alla sua infermiera, Caterina che, però, è una presenza muta, per cui la rappresenta-zione può definirsi un monologo teatrale in cui, l’autore, quasi ad esemplificare la filosofia pirandelliana, pone in scena una corsia di ospedale psichiatrico in cui una donna che indossa la maschera della follia, esplica il flusso della sua vita: una corrente di ricordi, in cui il reale si veste dei sentimenti e dei pensieri che suscita una coscienza turbata da una tormentata sensibilità che va, come a volte il protagonista del romanzo di Huysmans , “à rebours “e forse coglie nel flusso del vissuto, la ragione stessa del suo modo di essere.

Dunque Alessio Arena pone la protagonista in un atteggiamento di studio, di distanziamento umoristico, di riflessione che la maschera di folle le permette, infatti essa è l’unica che consente la scoperta di quel qualcos’altro che sta sotto la vita normale, di conseguenza la pazza “razionalizza” nel suo lungo monologo, cioè, secondo il significato che al suddetto termine viene dato nelle scienze psicologiche, cerca di dare una spiegazione coerente di atteggiamenti, azioni, idee.

Ne deriva che l’autore mostra di possedere anche una profonda conoscenza della psicanalisi freudiana e nella creazione di questo monologo, la esplica appieno. Potremmo chiederci se la suggestione generata dalla lettura delle lettere inviate da M.Antonietta Portulano al fratello, non avrebbe potuto indurre lo scrittore a scrivere un romanzo, anziché un monologo teatrale.

Sicuramente sì, ma il diluire il contenuto in una struttura narrativa avrebbe disperso l’intensità dell’esplicazione psicologica che dall’esclusiva presenza del pensiero e della voce della protagonista deriva, ma anche l’intensità della latente denuncia che in esso è presente contro l’istituzione del “manicomio” che ormai per fortuna in Italia è solo un ricordo.

Recensione
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