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L’amurusanza

Il romanzo di Tea Ranno, “L’amurusanza” è coinvolgente ed interessante sia per il contenuto, purtroppo sempre attuale, sia per lo stile adeguato al contesto. La collusione tra mafia e potere politico è il filo conduttore della narrazione, purtroppo frequente soprattutto, ma non solo nella nostra Sicilia, però alla fine anche tra quella “cricca” che collabora con il Sindaco Occhi Janchi nel malaffare, sino al punto da far morire Costanzo, marito della “tabbacchera” di crepacuore per la prepotenza che si vuole praticare contro la sua terra e la sua villa, si erge “l’amurusanza”, proposta e praticata proprio dalla bella e desiderata Agata che, ispirata dall’anima del marito, riesce a far nascere il dissenso, la rivolta che porterà al sorgere di una nuova società, dove l’amicizia, il rispetto, la comprensione e soprattutto la legalità regneranno sovrani.

Bello il costante paragone con la corte di Itaca, dove gli spasimanti di Agata diventano i Proci; Costanzo , Ulisse che alla fine anche se oniricamente, torna; Agata, Penelope che scuce la tela del malaffare con saggezza e prudenza, per poi tessere nel contesto sociale “l’amurusanza”. E il sindaco Occhi Janchi in questa Odissea contemporanea con quale personaggio mitico è possibile identificarlo? Ottima la scelta dell’autrice: Pallante, pluripersonaggio mitologico, infatti è Titano, ma anche uno dei figli di Licaone, re d’Arcadia, oltreché figlio di Evandro ed eponimo del Palatino e poi portano ancora lo stesso nome due personaggi non più legati alle leggende arcade-romane,ma a quelle attiche: il primo è un Gigante, padre, secondo certi autori, della dea Atena, il secondo, figlio minore di Pandione; isomma è come se Tea Ranno volesse indicare attraverso tale metaforico pseudonimo, la pluralità delle maschere che il mafioso sindaco sapeva e poteva assumere.

Bellezza fisica di cui Agata era superdotata, sensualità e sesso sono altri temi ricorrenti nel testo, fautori nel paese delle chiacchiere da caffè e dell’interazione in genere, tra uomini e donne, pertanto non è per caso che la bella Agata, rimasta sola a gestire la tabaccheria, diviene l’oggetto del desiderio, delle fantasie erotiche dei maschi, “ma nella mente sua c’è Costanzo, le parole di Costanzo, la rabbia di Costanzo…..” (cap.3, pag.32).

Proprio per tale motivo,”a colpi di poesia”, così come il marito comunista voleva e con “amurusanza”riesce ad effettuare in paese, l’agognato rinnovamento del vivere sociale. Interessante anche lo stile che l’autrice in posizione eterodiegetica, propone, infatti in un contesto in cui fabula ed intreccio, tranne brevi flashback, coincidono, la struttura sintattica spesso è quella del siciliano e non solo, la narrazione è talvolta colorita da parole dialettali o da termini salaci che spesso adornano il nostro dialogare quotidiano.

Sia lo stile, sia per certi aspetti, il contenuto ricordano molto i romanzi di Camilleri, che, soprattutto se prescindiamo dal carattere poliziesco delle sue narrazioni, ama proporre caratteristiche estetico-formali e contesti affini.

Recensione
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