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Le cose innominabili

Il titolo del romanzo “Le cose innominabili” è molto pregnante perché racchiude in un sintagma la denuncia che De Michele attua intorno ai mali peggiori che caratterizzano la società attuale. Taranto è la dimensione spaziale in cui si svolgono gli eventi, il recente passato quella temporale.

Il contesto scelto consente al narratore di denunziare un duplice inquinamento presente in città: quello atmosferico prodotto dall’ILVA, con conseguente aumento di malattie polmonari e mortalità e quello sociale causato dai vari clan del crimine organizzato, che si dividono i quartieri di competenza soprattutto per lo spaccio della droga, ma in questo contesto che non esclude la guerra tra i gruppi dominanti, con la conseguente morte di qualche adepto, ciò che maggiormente sconvolge è il coinvolgimento nel malaffare delle forze dell’ordine, del sistema giudiziario, sicché la società nel suo complesso è inquinata come l’aria che si respira.

Purtroppo l’egoismo estremo, la bramosia esagerata di denaro, grazie al quale è possibile condurre una vita godereccia e smodata, fanno sì che a Taranto, come altrove la corruzione alligni presso politici, alti ranghi della burocrazia, industriali, etc..., insomma sembra che in ogni livello e in ogni settore non esista altro che il soddisfacimento dei propri personali interessi e, come sostiene Italo Svevo nel romanzo “La coscienza di Zeno”, si può parlare di società “inquinata alle radici,” sicché il do ut des è ancora oggi, il principio prevalente che condiziona e determina non solo il malaffare, ma anche i rapporti e l’interazione tra la gente comune e spesso tra questa e le istituzioni.

Tuttavia esiste sempre una minoranza che non si lascia avviluppare in questo malvagio congegno, come la maestra Emma Battaglia che nel suo ruolo di docente liceale, viene rispettata non solo dai suoi alunni e dai ragazzi del quartiere, che riunisce ogni giorno a casa sua per impartire loro le basi del sapere, ma anche presso i clan e le forze dell’ordine.

Con abilità cerca di fronteggiare non solo “la bestia”, come chiama il suo male e l’inquinamento prodotto dalle polveri sottili e dalla diossina provenienti dall’industria, ma anche tutte quelle forze “legali-illegali” che rendono possibile l’enorme spaccio di droga che prolifica in città. Sono tanti i romanzi di denuncia del fenomeno mafioso che, a prescindere dalle denominazioni regionali che essa assume, si caratterizza sempre per bramosia di danaro, esasperata violenza nel suo agire ed indifferenza verso la vita altrui, considerata esclusivamente un ostacolo d’abbattere se osa opporsi ai suoi interessi. In particolare, per citarne solo alcuni, proprio perché mettono in evidenza la collusione tra potere e mafia: “Il patto sporco” di Nino Di Matteo e Saverio Lodato, “Il patto” di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci, “La mafia innominabile” di Domenico Seccia, etc…

Stilisticamente l’autore cerca di proporre a livello sintattico e lessicale un linguaggio popolare che talvolta diviene dialetto, soprattutto nelle interiezioni: mo’, see, vabbuo ! La fabula è in linea di massima coincidente con l’intreccio, ma la presenza di numerosi personaggi, principali e secondari avviluppa la vicenda, contribuendo a creare un’atmosfera stagnante e minacciosa che ben si addice alle tematiche proposte.

Recensione
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