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L’opera si divide in sette sezioni strettamente connesse tra di loro e i temi proposti nella prima ritornano in molti componimenti dell’ultima, generando una circolarità strutturale e tematica che la rende particolarmente originale. Lo stesso attributo possiamo adoperarlo se consideriamo l’aspetto tecnico formale dell’opera, infatti la raccolta dell’Accorsi è un’opera non ascrivibile a un genere ben definito perché al suo interno le pagine con struttura prosaica sono intrise di fantastico lirismo,mentre molte di quelle con struttura poetica avrebbero potuto non essere scanditi in versi ed essere proposti al lettore come normale pagina di prosa. Insomma un’originalità tecnico-formale da definire postmoderna, una sorta di pastiche di genere. Ma al di là dell’apologo lirico-fantastico o della lirica prosaica sicuramente quello che anima l’intera silloge è una ferrea fede in Dio e una consapevole denuncia del male che affligge il mondo,scisso in una manichea lotta tra amore e odio, verità e menzogna, paradiso e inferno. L’uomo”ha le chiavi delle due porte”| ed è libero di aprire l’una o l’altra (pag. 122, Le porte). Dunque spetta all’umanità la sopravvivenza di se stessa e dell’universo, secondo le modalità in cui mette in opera il suo libero arbitrio.

Questa conclusione apre un ampio ventaglio di considerazioni che spaziano da quelle esistenziali e sociali a quelle cosmiche, relative all’universo. Significativa nella prima sezione dell’opera è la denunzia della violenza, dei soprusi che caratterizzano la società: “Dai rami del grande albero| pendevano i frutti: uomini ammazzati| torturati…..”(in L’albero, pag. 16), sino a proporre in forma di apologo la condizione politica europea prima della caduta del muro di Berlino,quando la guerra fredda divideva il mondo in due realtà antitetiche: nazioni non libere, nazioni apparentemente libere; sì apparentemente, perché l’individualismo sfrenato rende i liberi schiavi dell’egoismo,della mania di successo e di ricchezza.

Tali falsi valori sono allegoricamente proposti in uno dei tanti racconti-apologhi con l’immagine di una donna affascinante, vestita elegantemente che con una frusta d’oro e rovente nella mano destra “non faceva altro che frustare e frustare”(Il fiume, pag. 18).

L’allegoria è la figura retorica prevalente, attraverso la quale l’autore ci propone le verità morali che dovrebbero guidare l’umanità, non solo nell’alveo di una visione cristiano-cattolica, ma anche in quello di un umanesimo laico e civile che dovrebbe guidare ognuno di noi al rispetto dell’altro, all’equilibrio, alla misura del pensare e dell’agire, alla metriotes oraziana che, oltre ad essere un canone estetico, è anche un canone morale che invita alla moderazione verso noi stessi e le nostre aspirazioni e alla considerazione dell’altro, o meglio, degli altri esseri viventi, perché anche gli animali hanno una loro coscienza di vita (La coscienza, pag. 69).

Se l’uomo vuole vivere in armonia con l’universo, deve agire con simpatia e razionalità: solo così può entrare in sintonia con l’altro ed interagire in modo positivo.

La penultima sezione del libro,”Creazione” pone il lettore di fronte a tematiche cosmiche ed ontologiche, ma il poeta non pare che pervenga ad una lettura anagogica della realtà, per cui i versi si dissolvono spesso in domande che non trovano risposte (Nel sogno, pag. 88) rivelando nell’animo del poeta il persistere di una sorta di nichilismo morbido che, proprio perché tale, non rinuncia, pur nell’alone di una malinconica consapevolezza, a sperare e la preghiera (La chiesetta, pag. 117) è infine la mediatrice tra cielo e terra, quella che addolcisce gli animi e consente nello stesso tempo il raggiungimento della verità. Insomma il desiderio di Dio evita al poeta di restare nel labirinto di ogni forma di nichilismo e, pur nell’amara denuncia del prevalere del male in questa terra, non cessa di sperare che alla fine nella preghiera e con la preghiera, la consapevolezza e il bene, la verità posano emergere.

Recensione
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