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Lezione

“Che brutta giornata oggi, neanche un raggio di sole!“ La nebbia occulta la vista e solo a stento è possibile evitare le macchine che sembrano evanescenti sagome, appena intuibili attraverso le luci dei fanali, rosse come fuoco di braciere, che emerge improvviso dal vapore consistente.

Anch’io mi sento vaporosa essenza nell’abbraccio solidale di cielo e terra, umido vapore, nell’abbraccio memoriale che mi lega a quel braciere.

«Papà, papà racconta ancora, è presto per andare a letto, il fuoco è ancora vivo, riscalda ancora».

«Quando ci fu la presa di Tobruch, le bombe cadevano dal cielo, altre sbucavano dalla terra, quali demoni scatenati, sanguinari. Noi ballavamo una tragica e strana tarantola tra le angosciose smorfie e le urla di paura e di dolore. Non so poi cosa accadde, non so, semplicemente so che ad un tratto mi svegliai, con la schiena dolorante per l’insolito peso: erano i miei compagni, morti, che fungevano da scudo impermeabile al mio corpo indolenzito, alla mia mente straniata.”Dove sono“ mi chiedevo, ”cosa è successo”. Solo dopo capii l’accaduto: gli alleati avevano preso Tobruch. Non c’era più nessuno, il forte era deserto, non c’era anima viva, solo fuochi residui, fumi densi, intensi, maleodoranti, corpi straziati, occhi atterriti,carni bruciate. “Solo, che fare da solo?” mi chiedevo, mentre con una mano reggevo la mia schiena e con l’altra asciugavo grosse, persistenti lacrime. Era un pianto inconsolabile, frutto insensato di insensata morte.”Che faccio, che farò? Non so dove andare” pensavo e invocavo con la voce dell’anima lei ”Madre, madre mia, dove sei”. Ricaddi, camminavo carponi, le gambe non mi reggevano, ma andavo, né so perchè e dove: movimento istintivo, nulla di più. Ero così formica tra le formiche, e formica trovai un pezzetto di galletta, mollica di nutrimento».

«Buon giorno, professoressa». Un allievo mi saluta, sono arrivata a scuola, mentre sono ancora in compagnia di mio padre formica.

L’ambiente caldo e illuminato, pieno di vita, mi riporta alla realtà: firma di presenza, registro di classe, personale, banali battute di convenienza con i colleghi che man mano incontro e veloce, come al solito, salgo le scale che mi conducono al piano superiore.

Ma oggi non è come gli altri giorni, non posso far quadrare il cerchio: il padre formica è impresso nella mia mente, davanti ai miei occhi il fuoco del braciere è vivo, non vuole diventare cenere. Guardo attonita le pareti, i banchi, i miei allievi, creature pulsanti di vitalità; “quale futuro, ”penso, preparo, per loro, forse un futuro di uomini-formica da pestare con il tacco di un pesante stivale, manovrato da un grande piede?”

«Buon giorno, ragazzi,oggi è un giorno speciale». Roberto, pensando che io alludessi alle condizioni meteorologiche, risponde: «Sì, è un giorno speciale, non si era mai vista tanta nebbia a Palermo, per noi l’azzurro del cielo è quasi una condizione abituale, ma oggi Palermo è come Milano».

«Va bene, va bene, oggi è un giorno speciale perché c’è la nebbia, ma è speciale anche perché non faremo una normale lezione: come la natura mescola cielo e terra, così noi mescoleremo passato e presente, per proiettarli nel futuro».

Roberto sempre attento a tutto ciò che io dico, chiede: « Ma che significa, prof ?»

«Tra poco capirai. Mentre venivo a scuola, forse a causa di queste condizioni climatiche per noi eccezionali, mi sono immersa nei ricordi, nel mio lontano passato, quando in una giornata buia e nebbiosa come questa, mio padre mi raccontava del suo passato, dei tristi eventi vissuti in Libia, durante la Seconda guerra mondiale. Mi raccontava che dopo la caduta di Tobruch, egli era l’unico sopravvissuto della sua compagnia e, dopo tanto errabondare, fu preso prigioniero dagli Alleati , ma lui non si accorse di questo perchè gli Americani lo caricarono privo di sensi su una camionetta, quando ormai era arrivato ai margini del deserto. Appena si svegliò, sentì parlare americano, perciò capì subito che era in trappola. Egli parlava un po’ la loro lingua, perché gliel’aveva insegnata suo padre che nei primi del Novecento era stato emigrato negli Stati Uniti, pertanto cercò nei limiti del possibile di familiarizzare con i suoi carcerieri, che fiduciosi in lui alla fine, lo sorvegliavano sempre meno e mostravano amicizia nei suoi confronti, dandogli anche abbondanti porzioni di cibo. Tuttavia la preoccupazione per il suo futuro non abbandonava mio padre.“Sono pur sempre un prigioniero”, pensava, "cosa mi aspetta appena arriveremo al campo?” Questo semplice pensiero lo indusse a profittare del buio della notte per scavalcare il parapetto del camion e buttarsi giù, tra la morbida sabbia. Era libero! Ma era in mezzo al deserto, né poteva seguire le impronte lasciate dalle ruote della camionetta, perché questo lo avrebbe riportato in mano ai nemici. Che fare? Si mosse in direzione opposta, ma ben presto, muovendosi tra le dune perse ogni direzione. Ormai era l’alba, per fortuna stava spuntando il sole e sarebbe finito quel freddo che ormai cominciava a farlo ulteriormente soffrire. Luce abbagliante, silenzio infinito, spazi infiniti, dune su dune.Il sole era ormai alto sull’orizzonte e un caldo afoso, infernale era subentrato al freddo che sino a poche ore prima l’escursione termica aveva reso altrettanto insopportabile; il sudore gli grondava in ogni parte del corpo, le gambe erano diventate pesanti, a stento assecondavano la volontà di camminare.Che sete! Le labbra a poco a poco si gonfiavano, si spaccavano: mio padre raccolse tra le mani le sue urine e si bagnò le labbra. Sopravvisse così quel giorno e l’altro ancora, quando sentì lontano un rombo di motore.”Meglio prigioniero come prima che morto” pensò e cominciò a chiedere aiuto, per quel tanto che la sua gola secca gli permetteva di fare. Il rombo si faceva sempre più vicino, ”sono salvo”, pensò, ”sono salvo!” e si lasciò andare, ormai del tutto privo di forze. Appena rinvenne si trovo in un ospedale da campo: parlavano italiano, era salvo!«

Guardo per caso l’orologio e mi accorgo che parte dell’ora è volata via, allora mi affretto a concludere dicendo: «Va bene ragazzi, mi fermo qui, ho tolto un bel po’ di tempo alla lezione; un altro giorno, quando studierete la Seconda guerra mondiale faremo una lezione in compresenza con l’insegnante di Storia e vi racconterò altre vicende vissute da mio padre in guerra, anzi vi porterò anche delle fotografie. Adesso mi pare più opportuno leggervi un testo poetico di Quasimodo, Uomo del mio tempo, diverso, come constatate dal titolo, da quello che avevamo programmato di analizzare oggi, ma sicuramente inseribile anche nel percorso storico.«

I ragazzi ormai totalmente coinvolti nella narrazione aprono di malavoglia il manuale di letteratura, ma presto si lasciano prendere anche dalla mia pur modesta recitazione: «…..T’ho visto:eri tu | con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, | senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora | come sempre, come uccisero i padri, … | … Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue | salite alla terra, dimenticate i padri | /le loro tombe affondano nella cenere, | gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore».

Il suono della campana cade come una mannaia sulla lettura dell’ultimo verso, ma gli allievi, diversamente dal solito, restano seduti in religioso silenzio. “Hanno capito, hanno connesso letteratura e vita, vita passata e presente, vorrei tanto che le proiettassero nel futuro!”. Raccogliendo frettolosa penne, registro e libri, ero immersa in queste considerazioni, quando si accosta Susanna e con sguardo malinconico e dubbioso, dice: «Professoressa, mi ha coinvolto molto il suo racconto e i versi che ha letto, ma noi giovani riusciremo a creare un mondo migliore?».

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