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L'isola e il sogno, non era possibile scegliere titolo più appropriato per rilevare il costante alternarsi di memoria, realtà e speranza che caratterizza il romanzo. La Sicilia e il mare sono le dimensioni spaziali in cui quelle temporali si esplicano e trovano compimento: il soggettivo percosso memoriale del recente passato; l’immersione nel presente che la Palermo post-risorgimentale, magica ed appassionata, sonnolenta e sontuosa come sempre, offre al protagonista; il futuro che s’incunea nel presente con la dolcezza dell’attesa che anima chi, aperto alla vita, sogna di viverla.

Il romanzo è da considerarsi storico ,non solo perché tale è il contesto e, soprattutto, il protagonista, ma anche perché l’intento celebrativo dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia non poteva che indurre a tale scelta.

Ippolito ritorna in Sicilia perché in qualità di vice intendente deve raccogliere le carte relative al resoconto dell’amministrazione rivoluzionaria. Assolve a tale compito a malincuore, consapevole “della pigrizia e dell’indolenza degli impiegati negli obblighi di ufficio” e ancora di più per “la malafede e la rapacità” che aveva dovuto fronteggiare; tuttavia “i luoghi e le loro naturali atmosfere avevano preso pure lui”, così il fastidio, man mano che l’avvicinarsi della nave rende maggiormente visibile la città, si mescola ai malinconici ricordi dell’amata e dolce Bice e di altre donne ormai appartenenti ad avventure del passato, donne calde appassionate, come “la vampata di vita” che attraversava la città riemersa ”dal baratro” della guerra. Il dialogo con l’inglese, compagno di cabina, induce il protagonista a rivivere e ad interpretare gli eventi bellici, caratterizzandone protagonisti e gente comune, quel popolo siciliano “sempre sottomesso e reso scettico dalla sua stessa storia”. Lo sbarco in Sicilia immerge Ippolito non solo nel disbrigo degli affari burocratici che lo avevano indotto a tornare, ma anche nella vita mondana: teatri, salotti nobiliari, nuovi amori, insomma il protagonista riallaccia il filo interrotto con quella città, dove natura lussureggiante e bellezze artistiche sembrano templi sacri di sensualità.

Nel salotto della famiglia Henniquin, il dialogo politico si alterna a quello letterario, in entrambi gli ambiti le posizioni del protagonista rispecchiano quelli dell’autore che, spogliatosi dal ruolo di narratore, propone attraverso Ippolito le sue idee, realizzando in tal modo anche un processo di attualizzazione. A nessun lettore può sfuggire infatti come le considerazioni di Nievo intorno alla prime elezioni dopo la realizzazione dell’unità d’Italia, siano valide e condivisibili anche oggi : ”nel designare i candidati vincono l’interesse e la mediocrità”, sostiene, ed i politicanti usano ”come niente fosse calunnia e diffamazione”. Non meno attuali sono le considerazioni intorno alla letteratura e all’editoria: Ippolito-Paolo lamenta che “gli editori cavalcano le mode e non sono più capaci di distinguere“, tanto che le sue Confessioni le catalogavano “tra le memorie di combattenti e reduci, avendo letto solo il titolo naturalmente,” né sono capaci d’innovazione, chiusi nel rigido schema dei classici generi letterari e perciò incapaci di apprezzare la scelta dell’ibrido, per cui il mescolamento di generi e linguaggi diversi viene considerato “un sacrilegio letterario”.

Un sacrilegio non è sicuramente l’appassionante nuova storia d’amore che coinvolge appieno Ippolito in questo breve soggiorno isolano: Palmira, donna fatale ed incantatrice, nella sua storia avventurosa, nella sua bellezza piena di fascino esotico: ”Aveva la freschezza più accogliente, lei. Una di quelle rare e invidiabili persone che risvegliandosi alla luce del mattino sorridevano felici alle tante meraviglie che il mondo dispiegava. Lo stringeva tra le braccia e con l’abbraccio gli trasmetteva la placidità dell’attimo che mai aveva conosciuto prima nella sua vita inquieta. ‘Un attimo che smetteva di essere fuggente e restava disteso lì con noi sul letto’ pensava Ippolito, ‘come se il tempo, rimasto preso tra i corpi e le lenzuola, si lasciasse andare ‘ … Trovarla per lasciarla. E, lasciandosi non si erano detti neppure addio.” Così aveva voluto lei: lasciarlo come se si fossero rivisti il giorno dopo, ma un futuro più o meno prossimo non ci sarebbe mai stato, infatti Ippolito morì sulla via del ritorno. Nel dire addio alla città che aveva “odiato e amato”, quasi presago del suo destino, il protagonista si chiede se si stesse per chiudere un’epoca della sua vita, purtroppo si sarebbe chiusa la sua stessa vita: il terribile naufragio che investì la nave, spezzò la sua giovane esistenza, fiore reciso da incauto aratro, nuovo eroico Pallante, che tanto, se fosse rimasto in vita, avrebbe potuto dare alla sorgente nazione italiana.

Abbiamo definito L’sola e il sogno un romanzo storico, in quanto tale, possiamo anche parlare di poetica del verosimile, che di lontana ascendenza aristotelica,ha avuto nella storia letteraria grandissimi proseliti e, per limitarci agli ultimi secoli e restare tra i più grandi romanzi dell’ambito nazionale, possiamo citare I promessi sposi di Manzoni o Il nome della rosa di Eco.

Il romanzo di Paolo Ruffilli si inserisce in tale nobile alveo letterario e non solo perché storico,ma anche perché come le suddette opere, anche romanzo di formazione. Ippolito vive un processo di maturazione e ideologico-politico, al quale già si è fatto cenno, e psicologico-esistenziale.

“L’immagine di Bice e quella di sua madre si sovrapposero. Per la prima volta, si accorse della straordinaria coincidenza delle due figure. .,. Di colpo sul riflesso del mare, accanto alle figure di Bice e della madre, aveva dato corpo in modo nitido alle fattezze di Matilde. … L’ovale coincideva con gli altri due alla perfezione”. I brani proposti rivelano il freudiano complesso edipico: inconsciamente Ippolito attraverso Bice, Matilde e poi Palmira possiede la madre, anche se poi riflette sulla diversità tra loro e la madre, per poterle assimilare a quest’ultima e consumare così un incauto, astratto incesto. Ma è reale il superamento del complesso, o si tratta a tal riguardo di una formazione fallita? Le considerazioni sulla diversità delle donne in questione sono convinzione o semplice alibi, alla Zeno Cosini?

L’ultima storia d’amore quella, per intenderci, tra Ippolito e Palmira, viene vissuta dalla coppia nella reciproca consapevolezza della sua breve durata:

Ip:- “Passerò da te ogni mattina. Anche se tutto finirà nel giro dei pochi giorni che rimango qua”.
Pal: - “Continui a preoccuparti inutilmente. È tutto passeggero. Ma conta nel presente. …
Ip: - “Capita spesso che si finisca di anticipare sì il futuro… o che si chiami indietro con la testa il passato… E, intanto,non si vive mai dentro il presente.”

Le poche pregnanti battute di dialogo proposte, pur nella loro estrapolazione dal contesto della pagina, rivelano il rammarico per l’incapacità del carpe diem, il senso della fugacità della vita e così finiscono per sembrare nebbiosi presagi della prossima fine, quando il naufragio sommergerà tutto e tutti e Ippolito, non avvertendo più il suo corpo e sentendosi come se fosse ormai solo coscienza, intravedeva “figure e forme note, eppure un mondo sconosciuto che lo attirava facendo concorrenza a tutto quello che si lasciava dietro. E vi si abbandonò, tranquillo.”

Lo stile del romanzo si caratterizza per l’uso di un lessico “normale”, ossia rispondente al linguaggio medio, pertanto è accessibile ai lettori di qualsiasi livello culturale, né l’uso talvolta del linguaggio specifico marinaresco lede la comprensione immediata, rendendosi questa comunque esplicita attraverso il contesto del periodo in cui si trova inserito. La posizione del narratore è esterna ed onnisciente; la tecnica narrativa eterodiegetica consente l’alternanza di descrizioni, riflessioni e dialoghi, ma sono frequenti anche i monologhi interiori, soprattutto quando il protagonista nella recherche du temp perdu si immerge nel passato e rievoca in prima persona le vicende vissute in Sicilia in compagnia dei Mille o nel Friuli “piccolo compendio dell’universo intero”. Strutturalmente il romanzo, come si evince dai frontespizi e dall’indice, si presenta diviso in tre parti nelle quali le dimensioni spaziali sono chiaramente definite: mare, isola, mare e quelle temporali dia cronicamente disposte, ma di fatto partenza, arrivo-sosta, ritorno sono immersi nel passato, insomma il romanzo al di là del variare di spazi e tempi è un lungo flash-back, dove passato prossimo e remoto si alternano in un altalenante processo memoriale; nella seconda parte prevale il presente, ma sempre fortemente condizionato dal passato, sì che pare opportuno fare riferimento alla bergsoniana durata; anche l’ultima parte presenta un continuo andirivieni temporale che scaturisce da una mutante condizione interiore, piena ora di ansia per il futuro che l’attende e lo riannoda contemporaneamente al recente passato friulano, ora di malumore e malinconia per il distacco dal presente, nella consapevolezza di quanto sia difficile capire quello che si desidera davvero nella vita e di come esperienze, eventi, persone ed oggetti passino, finiscano inghiottiti dal tempo, talvolta dal mare che può portarsi via “nella sua pancia d’acqua, le vite, i sogni,le ansie,le speranze…”

Recensione
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