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Malagloria

Malagloria: un romanzo da leggere per comprendere appieno il clima di sospetto, di paura che vigeva in Italia negli anni Trenta, per capire che l’ostentata condivisione della dittatura fascista era spesso costretta o non del tutto convinta non solo da parte di molti affamati popolani, ma anche di gerarchi di rilievo.

Raffadali, paese dell’agrigentino dove si svolgono la maggior parte degli eventi, diventa emblema del contesto socio-psicologico su cui il fascismo si reggeva . Protagonisti sono: il notaio Franco Mezzalira e Mario Vitello, chiamato da tutti Mariuzzo; anello di congiunzione tra i due è un libro ereditato da quest’ultimo e scritto da un autore che si era firmato con le sole iniziali che, per caso, coincidevano con le sue. Da qui l’instaurarsi di un costante ed apparente rapporto di amicizia, nato dall’idea notaio, considerata l’identità delle iniziali dei nomi, di strumentalizzare ai suoi fini, quel libro e quel giovane ingenuo, semplice, ignorante e che dovette perciò adeguatamente istruire.

Ma, di fatto, la quotidiana convivenza determinò condivisione di obiettivi che si esplicavano nel comune desiderio di gloria, ma anche nei reciproci condizionamenti sino a mischiarsi e pressoché invertirsi nel carattere, nei ruoli, nella coscienza, in un percorso antitetico che al notaio avrebbe concesso il riscatto attraverso la scoperta del senso vero della vita: l’amore; mentre Mario rimase immerso nella voragine del male che il ruolo di segretario generale gli deputava di imporre alla gente.

Non stupisca il verbo “imporre”, perché man mano che si prosegue nella lettura, emerge che il fascismo era accettato e condiviso da molti non tanto per convinzione, ma per imposizione, anche da parte di coloro che avevano funzioni dirigenziali e, di conseguenza , di fronte all’apparente, unanime applauso, serpeggiava ed agiva sotterranea la volontà di rivolta. Non è un caso infatti che il segretario del fascio di Gioia Tauro, Gaetano Muscari, presso il quale Franco Mezzalira mandò Mariuzzo a prendere dei documenti riservati così abbia detto nel consegnarli al giovane:”Io sono un fascista e difendo il pieno diritto di esserlo …; ma non mi riconosco in un partito che oggi mira al confitto … che ha fatto della violenza e della repressione l’essenza e la regola del quotidiano, dove ogni idea che sa di diverso deve essere annichilita…” (pag.108); o ancora che Mario, nel momento in cui stava facendo internare il suo maestro e mentore, F. Mezzalira, osò confessargli: “Tutti fanno i fascisti, ma nessuno o quasi lo è realmente” (pag.157).

Insomma, lo scrittore C. Bartolomeo, come altri scrittori neorealisti in passato, quali Ignazio Silone, Pratolini, Viganò, etc…, riesce a fare emergere appieno le componenti peculiari dei sistemi totalitari: masse ed elitismo, uniti volenti o nolenti in una comunità organica. Nel romanzo viene narrata anche un’altra vicenda, minore per quantità di pagine ad essa dedicate, ma rilevante non solo per lo sviluppo e la comprensione dell’intreccio, ma anche per la sua valenza semantica poiché denuncia situazioni e comportamenti, molto attuali anche oggi; infatti, il tema che in essa viene proposto è quello della fama letteraria che viene raggiunta da alcuni scrittori\trici che non perverrebbero mai il successo, se dietro alle loro opere non ci fosse anche la segreta revisione di umili e colte persone, da non confondere con gli editor, nelle cui mani arriveranno successivamente.

La famosissima scrittrice, Vincenza Mezzatesta, apparteneva alla categoria suddetta infatti era Lucrezia, giovane e povera libraia, che riscriveva i suoi libri, prima di essere spediti presso la casa editrice, avendo ereditato dal padre, libraio e sconosciuto romanziere, non solo il bene materiale, ma anche la passione per la scrittura. Però il merito difficilmente emerge, se non……, anche in democrazia.

La narrazione procede chiara, scorrevole, ironica, intarsiata con parole in dialetto che contribuiscono a caratterizzare il contesto siculo-calabrese in cui si svolgono gli eventi.

Recensione
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