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Nandù. La vita di un ragazzo considerato autistico

Nandù è un romanzo che, come recita il sottotitolo, racconta la vita di un ragazzo considerato autistico. Nato e cresciuto in una famiglia appartenente alla Palermo bene, ossia all’alta borghesia cittadina, il bambino è destinato da mamma Francesca e da papà Ludovico a diventare ingegnere e a continuare l’attività imprenditoriale del nonno, anzi se quest’ultimo ”aveva costruito un regno”, egli doveva “costruire un impero!”. Coccolato, amato, ma soprattutto condizionato dal futuro assegnatogli, Nandù cresce quasi normalmente sino al conseguimento della licenza elementare, quando in occasione dei festeggiamenti del primo diploma del futuro ingegnere, manifesta per la prima volta comportamenti e linguaggio che poi dagli psichiatri verranno definiti come autismo. Il ragazzo da quel momento si chiude in se stesso e l’unica parola che pronuncia è “tapum”, l’unico oggetto che ama è un orsacchiotto che era appartenuto a Rossella, la sorella maggiore che, superata l’ istintiva iniziale gelosia, adesso lo ama e d’ora in poi lo proteggerà.

La madre, donna classista, piena di sé e dominatrice sui componenti della famiglia, non tollerando lo svanire della sua ambizione, si rivolge a vari psichiatri e infine al dottor Merlo, ritenuto un cervellone della psicoanalisi. Questi, convinto assertore della psicoanalisi comportamentale, con i suoi metodi impositivi se non addirittura violenti, finisce con l’alimentare nel ragazzo, ormai quindicenne, l’odio nei suoi confronti, un odio sempre più violento ed aggressivo che alla fine lo induce a bruciarlo vivo.

Il tribunale assegna l’omicida Nandù a un centro di recupero, dove, grazie anche all’amicizia con il popolano Tonino, migliora notevolmente. Il divieto della madre alla prosecuzione di un’amicizia così declassante e la decisione di proseguire a casa i metodi costrittivi del defunto dott. Merlo, inducono Nandù, capacissimo d’intendere e di volere, a porre fine alla sua esistenza: va in terrazza e, salito su una sedia che si è portata dietro,”si lasciò semplicemente andare nel vuoto”.

La narrazione è condotta da un narratore etero diegetico che progressivamente,attraverso la focalizzazione interna, fa emergere i punti di vista dei personaggi,senza mai proporre un suo giudizio, se si prescinde dal suddetto sottotitolo del romanzo. Infatti il participio copulativo ”considerato” è una spia che allerta il lettore intorno al parere dell’autore-narratore non solo relativamente alla condizione mentale di Nandù, ma anche intorno alla psichiatria e ai suoi metodi. Infatti il termine suddetto anticipa la scissione di G. Alessi dalla convinzione degli psichiatri che Nandù sia autistico, d’altronde l’ipotesi della non condivisione di tale diagnosi, diventa certezza nell’ultimo capoverso dell’ultimo capitolo del romanzo, quando Nandù si avvia al suicidio ”capacissimo d’intendere e di volere”, per cui ”tutto gli si offriva logico, coerente e necessario”.

La parola autismo fu introdotta da Bleuler e Minkowski per indicare la situazione di ripiegamento su se stesso dell’io, tipica dei malati schizofrenici che, perdendo il contatto con la realtà, divenuta in qualche modo inaccettabile, si isolano in una vita mentale completamente autonoma. L’uso del termine oggi si è ampliato, significando una modalità patologica del pensiero e dell’affettività. Kanner ha applicato il termine a quadri psicopatologici di inaffettività infantile, identificando la sindrome di autismo precoce infantile; questo è stato oggetto di studio anche da parte della psicanalista Klein, le cui posizioni sono esplicitamente proposte nel romanzo, insieme a quelle dell’americano Watson, sostenitore della terapia comportamentale.

Questa divagazione sulla psicoanalisi nell’economia generale del romanzo si rende necessaria perché il suddetto dottor Merlo, dopo un incipit freudiano, fa del metodo comportamentale il suo sistema di cura che, ovviamente pratica anche su Nandù. Ma di tale metodo egli ne fa un’interpretazione tutta personale, fondata su un autoritarismo esagerato e violento, infatti non solo sequestra l’orsacchiotto a cui il ragazzo era legatissimo, avendo proiettato in esso la sua infanzia negata, ma brucia anche il disegno che ne aveva fatto, scatenando così l’aggressività che lo avrebbe indotto a bruciare il suo medico pseudo-curante. Nandù di fatto, raggiunta la piena consapevolezza delle aspettative dei suoi genitori, proprio quando gli viene festeggiato il conseguimento della licenza elementare, sente insostenibile tale pressione e fugge dalla realtà rifugiandosi nel vuoto,nell’ assenteismo che solo Rossella riesce talvolta a sbloccare.

Le decisioni ultime di sua madre, convincono il ragazzo che lei non gli permetterà mai di uscire dal ruolo che gli hanno assegnato e, se in un primo tempo, come un personaggio pirandelliano, cercava nell’alienazione mentale la possibilità di salvezza, alla fine capisce che solo attraverso la morte potrà uscire dal suo carcere. Così trova l’agognata libertà “in quel volo a braccia aperte” non per rallentare la caduta, ma per abbracciare il vuoto, che cominciava a schiarirsi ai primi raggi del sole”. Sostanzialmente, quindi, Nandù non è un bambino autistico e il suo comportamento considerato tale è l’unica difesa che riesce ad opporre alle costrizioni impositive dei genitori che gli negano l’infanzia, plagiandolo e inquadrandolo sin dall’inizio dei suoi giorni, anche attraverso i giocattoli che gli vengono regalati, nel ruolo che gli hanno assegnato.

Romanzo interessante e coinvolgente per il profondo e problematico argomento trattato, per la riflessione a cui sollecita intorno al tema del rapporto genitori-figli ,ma anche di facile e gradevole lettura ,grazie ad uno stile chiaro, scorrevole che trova nella medietà lessicale, pur trattando talvolta argomenti che richiedono un linguaggio specialistico, il principale strumento che ne rende rapida e piacevole la lettura.

Recensione
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