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Oltre i sette mari

Oltre i sette mari di Loris Tranquillini è una silloge breve, ma intensa e pregnante: già dal titolo, si desume la volontà del poeta di attingere l’assoluto, di andare oltre la terrestrità che caratterizza tutti gli esseri viventi.

Eventi vissuti, personaggi conosciuti e amati, paesaggi visti non vivono solo nella memoria, di fatto sono presenti nel quotidiano reale e immaginifico e pertanto diventano spesso anche materia poetica. Il poeta vive nel buio della solitudine e, condizionato dal suo passato, tende a nutrire con il suo ieri l’oggi, insomma la dimensione temporale che alimenta il suo animo e il suo agire è in genere quella bergsoniana della “durata”, ma non solo, l’io si sa proiettare anche nel futuro in una continua ricerca di felicità. Questa, assaggiata nel percorso della vita, resta tuttavia qualcosa di utopico che la transitorietà del possesso rende oggi ancora più desiderabile, pur nella consapevole difficoltà o impossibilità del perseguimento, già ...forse la felicità si può trovare solo oltre i sette mari, oltre la terrestrità, perciò inutilmente ”freme e corre” il suo” cuore \ per mari sconosciuti \ spinto dal desiderio \ di raggiungere \ oltre il tempo e lo spazio \ il mitico porto della \felicità”.(Vento di ponente, pag.41).

La citata lirica chiude la silloge e sicuramente essa si può porre in relazione con il titolo: l’espressione “ i sette mari” indica anche una quantità indefinita, simbolica di distese d’acqua e il numero sette, chiamato da Platone “anima mundi”, simboleggia la perfezione, la pienezza della globalità; ciò che il poeta ora cerca, la felicità che insegue “la sua vela” guidata dal “vento di ponente”, si pone ”oltre il tempo e lo spazio”, oltre il terrestre, oltre il conosciuto e lo sconosciuto, se ancora esistesse, del globo terracqueo: è una felicità metafisica, eterna che superi ogni forma di pienezza e completezza che in terra si possa concepire, che superi il limitato e vibri dell’eterno che ognuno di noi sente nel profondo dell’anima.

Ma l’aspirazione alla felicità assoluta è destinata a rimanere tale, pertanto nei meandri del faticoso e solitario quotidiano, non resta che muoversi nel limitato memoriale, nei percossi” gravati da tristezze,tante, \ ma anche allietati \ da momenti felici.”(Ricordi, pag.30),sereni, fiduciosi, pieni di speranza:” Tre volte gira la tazza \ nella mano mentre voci felici \ ci richiamano alla speranza \ di un mondo migliore (Il rito del tè, pag.11), oppure riempiti da amori goduti in ambienti incantati, quale può essere la magica Venezia: ” ... ed io senza parole \ ti baciavo i capelli \ scarmigliati” (Ricordi veneziani, pag.31) . Però i momenti, le situazioni tristi, gravati da sfiducia ed angoscia, che ritornano progressivamente in mente sono pure tanti e, nella solitudine che rende la sua “anima inquieta \ come sospesa sulla \ bocca di un abisso \ sconosciuto”(Solitudine, pag.33), anche gli incontri diventano abitudine poiché “il nulla che ci accompagna \ si dipana lungo il filo \ di un labirinto senza uscita,” (L’abitudine dell’incontro, pag.19).

In tale condizione psicologica, al poeta non resta che pregare il Signore perché lo liberi dalla solitudine e arrivi anche per lui,”la stagione felice dell’oblio”.( Ricordi,pag.30) Da qui non è difficile desumere che l’agognata,assoluta felicità coincide con la morte, o meglio è con la morte che finalmente possiamo navigare “oltre i sette mari “.

Recensione
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