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Oltre il visibile

La poesia di Antonella Vara si veste in questa silloge di un apparato filosofico -esoterico che nello stesso tempo tende a dare armonia al molteplice e poliedrico espandersi dell’anima e ordine geometrico alla strutturazione esteriore dell’opera.

Quest’ultima, a sua volta, non è disgiunta dalla prima, ma vuole simboleggiarla, rivelando nell’ordine esteriore quell’armonia interiore a cui l’io della poetessa aspira, pur nel variare di pulsioni, sentimenti e pensieri. L’apparato di cui si è detto, consiste nella suddivisione della raccolta in quattro sezioni che hanno come titolo e matrice dell’ ispirazione, gli elementi che, secondo i Presocratici e l’Esoterismo, sono all’origine dell’universo,ossia il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra; inoltre, ogni sezione comprende tredici poesie, numero che è considerato dall’Esoterismo aritmico, poiché rompe la legge dell’equilibrio e della continuità, ma che nella riduzione dei suoi componenti(13=1+3= 4) produce il quattro che indica stabilità ed armonia e, nello specifico della raccolta, ripropone il numero delle sezioni. Insomma, la poetessa , come Dante nella Divina Commedia, utilizza una simbologia numerica, attraverso la quale allude all’aspirazione all’ordine e all’armonia nel variare molteplice del sentire e dell’essere dell’io, degli eventi-accidenti della vita umana e della natura in genere. I suddetti elementi naturali che, come già si è rilevato, per i Presocratici e per l’Esoterismo, costituiscono l’origine dell’universo, per la poetessa rimangono tali, però la loro origine e la loro interazione non è casuale, né trovano nell’Etere il quinto elemento che tutti li contiene; Antonella Vara è convinta dell’esistenza di un’entità metafisica, DIO, origine e motore di tutto e perciò anche degli elementi primordiali, mezzi, attraverso i quali Egli manifesta se stesso e il suo amore, armonizzandoli in ogni entità naturale e perciò anche nell’uomo che della natura è la parte più nobile perché ha in sé anche l’afflato divino.

L’aspirazione maggiore per Antonella Vara resta il credo che “ che fa vedere oltre \ l’icona costruita” e per questo maggiormente l’accosta al generatore, senza che si esaurisca la fiamma “al fuoco sacro del suo Dio” (Credere, pag...). La poetessa nel vivere i suoi giorni, pur consapevole della consustanzialità di elementi vigenti in lei, di volta in volta secondo le occasioni, le situazioni , i momenti, lascia prevalere ora il fuoco,ora l’acqua,ora l’aria o la terra

Se emerge il fuoco, la poetessa esprime il diritto ad amare, al di là del trascorrere del tempo,dell’avanzarsi dell’età,”risalendo i grigi dì a nuove stelle” (Il diritto di amare,pag....),oppure brucia con tormenti non sopiti nella consapevolezza della stasi temporale, mentre la“vita fluida scorre \ nelle vene ispessite \ in attesa del richiamo...”che giunge”attento e acuto” (Il richiamo), ridandole la voglia di sperare e continuare a vivere.

In quanto aria ,la poetessa anela al cielo e sogna l’annullarsi delle pene nella aurorale unione d’amore con Dio, con il quale e per il quale trova la realizzazione della pienezza dell’io: Scivola un sasso \ ...\ su un fiore...\ di ferite lacero \...\ Un viandante attento \ rimuoverà il sasso \...\ e lo rialzerà alla vita,\ petali frustrati \...\ emaneranno bagliori \ in dono al Buon Dio \....( Bagliori, pag...) . Il procedere metaforico della lirica non svilisce la pregnanza semantica del testo, anzi la valorizza, ma la poetessa, quasi spinta da un’urgenza interiore subito dopo nella lirica Dietro le nubi, dichiara in modo esplicito il credo nel potere consolatorio, nel conforto che sa offrire Dio a chi non ha il coraggio di vivere, il credo nell’armonia universale creata da Dio che non sbaglia: “Tutto è perfetto \ nel giusto ordine naturale,\ Dio non sbaglia,\ è saggezza oltre il tempo,\ guida silente e sicura \ per il gregge smarrito \ che conduce all’ovile \ possibile conforto \ di un sogno senza fine,\ se non ha il coraggio \ di schiudere la porta,\ per oltrepassarla. Insomma l’aerea Antonella, di fronte alla sofferenza umana, riesce sempre a sorridere e a sperare.

Procedendo nella metamorfosi sostanziale, la poetessa poi si trasforma in acqua e nel prevalere dell’elemento primigenio dello stato liquido fluisce e trasporta nel generale “ panta rei” la sua noia, i suoi amori, le sue passioni che nel loro caleidoscopico essere e divenire la fanno sentire ora naufraga, ignara della meta, poiché ” si è spento \ anche l’ultimo guizzo di quel faro nella rotta” (Il mare del silenzio,pag...), ora fluente di vitalità e speranza perché, pur immersa “nella nera rotta”,come tanti altri”pellegrini erranti”, quel faro, in altre circostanze spento, talvolta “si staglia”\...\ scrupoloso e desto \...\ intermittente ma lampante (Il faro, pag...) . Infine, la poetessa ci fa ascoltare le vibrazioni della sua terrestrità ed esse sono spesso dolenti eppure innamorate perché la terra è grande-madre e dal suo seno nasce la vita e nel suo seno ci protegge dopo la morte.

Così la poetessa- terra soffre e piange per il terremoto d’Abruzzo del 2009, quando “passando tra le rovine \...\ si ascoltano falsi silenzi \ di grida innocenti \ che reclamano luce, oppure per la tragica fine di Eluana Englaro, o per la morte del padre, ma “come funambula”prosegue “il cammino sul filo \ dei pensieri rifusi \...\ e va “in cerca di un colore pastello \ che ravvivi il pozzo della sua anima.

Se a questo punto vogliamo trarre le fila del discorso, si può affermare che la poetessa attraverso questa silloge poetica accompagna il lettore Oltre il visibile, come recita il titolo, e lo rende partecipe dell’armonia disarmonica della sua essenza e nello stesso tempo consapevole dell’unità molteplice dell’universo. Tutto ciò è detto con epifanica argomentazione lirica, con versi pregnanti che anche dietro il discorso figurato, colgono appieno il sema profondo; l’ictus cadenzato e regolare, assonanze e consonanze variamente distribuite, garantiscono ai versi quella musicalità che, anche a livello fonico, sembra riproporre l’armonia che l’interazione degli elementi primigeni genera nell’universo.

Recensione
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