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Orme e penombre

Orme e penombre: titolo fono-espressivo e pregnante. A livello fonico-metrico, le due parole che lo compongono sono in assonanza tra di loro, anzi presentano una “quasi rima”; a livello semantico,esso è rivelatore di un’essenza esistenziale caratterizzata dalla ricerca e dal dubbio, dalla constatazione scettica della mancanza,dell’assenza e dalla consapevole malinconia di chi ricorda ciò che c’era, o sogna ciò che vorrebbe ci fosse. Tale condizione interiore determina una presenza umbratile del poeta, del quale ci sono solo i segni , le orme appunto, lasciate in un dove e in un quando indefiniti,oppure appartenenti al passato o comunque proiettati nel futuro. Il poeta quasi mai è collegato alla dimensione spazio-temporale dell’hic et nunc e, quando lo spazio diventa località definita ed il tempo realtà presente, come, ad esempio, in Metamorfosi (E’ diversa oggi la laguna \ ...) o in Dio (rivivo nell’acqua del Naviglio \ ...) egli non riesce a sostarvi a lungo, così determinazione spaziale e tempo presente sono solo occasioni per indurlo spesso a girarsi indietro: … \ E’ successo che i sogni \ sono migrati altrove \ ..., o a trasferire nel futuro le sue contestazioni e la sua spasmodica esigenza di vita vera, di verità: ... così \ potrò addobbarmi \ divinità contorta \ e urlare \ ... \ mordere le sottane \ alla vita grama \ ... Quando il presente permane non è occasione di vita, impegno operativo che induca all’annullamento, se pur momentaneo, del male di vivere, ma constatazione di mancanza, di assenza di ciò che avrebbe voluto fosse. Forse passato e futuro sono da considerarsi alibi, dietro i quali nascondere una inettitudine di sveviana memoria.

Anche la natura sembra partecipare della stessa ombrosità che caratterizza l’interiorità del poeta sicché la luce, a sua volta, s’intravede lontana e quella che promana dal sole e dalla luna non giunge quaggiù e non illumina il poeta.

Leopardi distingueva nell’ambito della lingua,il termine e la parola: il primo è l’elemento linguistico comune, mercificato, la seconda è tipica del poeta e perciò è polisemica; tale distinzione sarà ripresa da Saussure che distinguerà tra langue e parole e quest’ultima indica l’uso particolare che del linguaggio viene fatto in ambito artistico. In base a tale distinzione, le frequenti occorrenze del sole e della luna che percorrono tutte le sillogi poetiche di F. Castellani racchiuse in questa antologia, sembrano pertanto metafore ossimori che della costante penombra che avvolge la vita del poeta .Neanche la figura femminile riesce a dare senso all’esistenza, a concretizzare sollievo, a dare sosta al continuo andare di cui restano precarie orme o perché il poeta è consapevole della fugacità dell’esistenza: “Staccati dalla terra \ come nebbia d’autunno \ alla collina \ ... \ Così noi siamo \ ... (in L’ultimo grido d’amore), o perché lei è stata e la sua “… nuda presenza \ che filtrava il ritmo delle ore \ ...” ormai non c’è più.

Il vento a volte gli sfiora la pelle, fa sentire un soffio di felicità, ma è un alito fuggente che non nutre, non dà la vita a cui anche etimologicamente la parola alito allude (alere = dare vita,nutrire). Il vento dà soltanto la consapevolezza dell’esserci stato: “… \ E il vento mi porta alle narici \ il profumo della polenta \ consumata in secoli che non sono \ ...” (in “Nel Duemila”) o della possibilità dell’esserci: “… \ Per te\ruberò anche il vento \ ...” (in Donna). La parola “esserci” va intesa in senso heideggeriano e sartriano,ossia come vivere con impegno, come volontà di azione, infatti se è vero che manca l’agire nell’hic et nunc e passato e futuro agognato possono apparire come alibi-rifugio è anche vero che l’assenza dell’intenzionalità verso il mondo, al di là dell’angoscia derivante dal dovere di scelta (Sartre) o dalla consapevolezza che il futuro è sempre la morte (Heidegger) è determinata dalla condizione dell’uomo attuale che si sente incatenato e schiavizzato da mode e costumi e comportamenti imposti dal mercato globalizzato. Anche la politica è ormai sottoposta all’economia e il suo asservimento determina quello delle idee e perciò il venir meno anche della morale e dell’etica, pertanto non resta che immergersi nei ricordi e nelle illusioni. Nuovo Leopardi, Castellani si immerge nel passato, o propone ciò che vorrebbe fosse e trova nell’indeterminatezza di alcune parole quel piacere infinito che anche il recanatese sapeva trovarvi. Ciò non esclude, comunque, che talvolta, rotte le catene del male di vivere, acquisitane storica consapevolezza, il poeta distolga lo sguardo dall’ego e denunci con volontà di lotta, i mali del nostro tempo, ad esempio, l’alienazione giovanile, espressione del materialismo imperante e dell’assenza di valori che diano significazione all’esistenza: … I nights assaporano vizi \ … e stringono fanciulle \ in danze nude \ ... I neon si spengono all’alba \ e mentre il sole bacia i campanili \ il vizio culla la sua pena…” (in La città dorme). Ma non solo i giovani subiscono le conseguenze del materialismo, anche l’umanità nel suo insieme è estranea ad ogni moralità comportamentale, tesa com’è ad una egotistico soddisfacimento prima dei suoi materiali bisogni, poi dei suoi vizi; essa ha subito una metamorfosi si è imbestialita, scambiando il soddisfacimento della sua carnalità come unico vero valore di vita. Né il poeta è rimasto alieno da questa metamorfosi che kafkiana non può sicuramente dirsi: “L’ombra del male \ ha corroso la mia anima \ e mi sono ritrovato bestia \ ..., ma egli,” nato uomo, \ … ha rincorso ugualmente “la sua cometa, anche se la rincorsa è stata vana, la meta irraggiungibile e, sconfitto, si ritrova “a cercare sassi \ sul greto asciutto del Tagliamento”.

Il linguaggio è ampiamente metaforico, allusivo, tendente a focalizzare il disagio esistenziale dell’artista, simbolo che tende a diventare allegoria, o meglio, che tende ad oggettivare nella scelta consapevole di alcune costanti linguistiche il proprio male di vivere. Ciò detto, appare scontato considerare Dante e nel Novecento, Montale ed Eliot modelli culturali di Castellani, ma soprattutto le prime sillogi non escludono la presenza dei poeti simbolici e l’insegnamento di D’Annunzio. Quest’ultimo è maggiormente rilevabile là dove il poeta antropomorfizza la natura, come, ad esempio, nella lirica “La notte ha rincorso il sole” il titolo della quale è già rivelatore di quanto suddetto. Anche tematicamente non mancano le allusioni d’annunziane, infatti,versi come “E la sabbia scivola \ tra le mie dita \ ... (in Fra le alghe verdi) ricordano la lirica “La sabbia del tempo” (Alcyone, Le laudi) . Dal punto di vista grammaticale, i versi rivelano una ottemperanza integrale alle norme morfo-sintattiche della lingua italiana e sono pertanto lontanissimi dallo slegamento avanguardistico o postmoderno delle parole e ciò rende la poesia di F. Castellani fruibile e chiara al lettore, soprattutto quando, progredendo nella lettura della raccolta antologica, ha già compreso la crisi esistenziale dell’artista e la sua perenne ricerca di senso, di significato, di felicità e valori che giustifichino il nostro transeunte cammino su questo pianeta.
Recensione
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