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Pascoli:
dal nido alla nazione

Dal nido alla nazione, ossia dalla piccola alla grande famiglia . Passaggio arduo, difficile se non si comprende appieno l’ ambigua personalità e la complessa visione della vita e del mondo di Giovanni Pascoli. Anche la sua produzione letteraria è in linea di massima suddivisibile in due campi semantici le cui parole chiavi sono il nido e la nazione. Il campo semantico del primo comprende: Myricae, I poemetti, I canti di Castelvecchio, diciamo in genere, la produzione definita decadente di Pascoli , anche se per molti aspetti sono inseribili anche i Carmina, espressione della profonda cultura classica del poeta; il campo semantico della seconda comprende: Odi ed inni, I poemi italici, Le canzoni di re Enzio, I poemi del Risorgimento,insomma la produzione più propriamente nazionalista, in cui il poeta emula il maestro Carducci e l’amico-rivale D’Annunzio. Letteratura e vita sono strettamente connessi tra di loro e la produzione poetica di Pascoli esemplifica tale asserzione, infatti non si potrebbe capire come da persona umbratile e schiva sia diventato fervente nazionalista se non tenessimo conto della suddetta correlazione, la cui lontana origine romantica (M. De Staël: ”La letteratura è espressione della società che l’ha prodotto) non ne vanifica la perenne attualità”.

Pascoli, dopo un’infanzia felice trascorsa in campagna, a contatto con la natura che proprio allora impara ad amare,conosce il lutto: egli è appena dodicenne quando viene ucciso il padre, da sconosciuti che tali rimangono per sempre. Alla morte del padre segue nel giro di pochi anni la morte della madre e di tre fratelli, fra cui il maggiore, Giacomo, per cui la responsabilità di capofamiglia viene a gravare sulle spalle di Giovanni, che con difficoltà gestisce le condizioni economiche sempre più precarie. Questa serie di catastrofi che distruggono la numerosa e felice famiglia, o meglio, come questa viene chiamata da G. Bárberi Squarotti in “Simboli e strutture della poesia del Pascoli”, il nido, portano il poeta a pensare che l’universo e la vita siano un mistero incomprensibile e la terra” un atomo opaco di male”(in Myricae, X Agosto), aggravato dall’insensata crudeltà degli uomini. Tale stato d’animo determina in lui un confuso e forte spirito di ribellione che lo accostano alle idee anarchico- socialiste di Andrea Costa, suo compagno di studi universitari e ciò lo indurrà a partecipare ad una manifestazione a favore di Passanante, l’attentatore di re Umberto I. Processato ed assolto, Pascoli ripiegherà su un ideale astrattamente umanitario ed interclassista, per cui ognuno deve contentarsi di ciò che possiede. dedito all’insegnamento, infine ottiene a Bologna la cattedra di letteratura italiana che era stata di G. Carducci, che tanto influisce insieme a Dante e Leopardi soprattutto nella sua formazione culturale. Intanto cerca di ricostruire il nido domestico vivendo con le sorelle Ida e Maria, fino a quando la prima non si sposa, con grande delusione di Giovanni che resterà a vivere solo con Mariù in una casa di Castelvecchio di Barga, che, prima presa in affitto, successivamente riuscirà a comprare, grazie anche alla vendita delle medaglie d’oro vinte per tredici volte nei concorsi di poesia latina ad Amsterdam. In nome della sacralità di quel poco che resta del ricostruito nido domestico, rinunzia ad un eventuale matrimonio. In ambito politico, l’umanitarismo interclassista, agli inizi del nuovo secolo appare ormai anacronistico, visto che nella crisi determinata dal graduale tramonto del Positivismo di cui aveva pur accettato le linee di fondo, si afferma un’aggressiva ideologia nazionalista che coinvolgerà anche l’Italia e che indurrà all’ambizione colonialista. Nel discorso “La grande proletaria s’è mossa”, Pascoli condivide la campagna coloniale in Libia, perché la considera un’opportunità per porre fine all’emigrazione e quindi alla povertà delle masse contadine, ma anche una missione civilizzatrice. Così il poeta umbratile, schivo, legato al nido domestico, allarga il concetto di nido sino ad includere l’intera nazione ed oltre, insomma l’Italia diventa il grande nido da curare e proteggere. Da quanto detto emerge una personalità complessa non descrivibile in modo lineare, né in ambito privato, né in ambito pubblico, comunque sinteticamente possiamo dire che in seguito alle vicende drammatiche della sua adolescenza, l’intero percosso dell’ideologia e della poesia di Pascoli appare caratterizzato da una sorta di regressione verso il calore e gli affetti del microcosmo familiare perduto, di un nido ove rinchiudersi per tenersi lontano dal mondo e dalla storia. Solitudine, disorientamento, introversione lo legano più ai morti che ai vivi, lo inducono a rivivere, rielaborandolo quasi miticamente, il mondo dell’infanzia: la campagna, con i suoi odori e i suoi colori, i suoi familiari morti ,la voce della madre che al rintocco delle campane gli canta la ninna-nanna, oltreché a considerare e vivere l’attrazione verso l’altro sesso, come sostiene De Benedetti, con atteggiamenti tipici degli stadi infantili: trasgressione che porta a fantasie solitarie, tabù, oscenità da sfuggire, tradimento di quel nido che faticosamente aveva voluto ricostruire. Il poeta vive così una castità forzata, impostasi, non sempre tuttavia serenamente accettata, ma al contrario patita spesso come sofferenza ed ansia, sino ai limiti della nevrastenia. In una lettera alle sorella scrive: ”ho vissuto senza amore, non per incapacità d’amare, ma perché mi dovevo dedicare solo a voi. Sarà nevrastenia, sarà autosuggestione, sarà effetto della mia vita forzatamente casta e orribilmente mesta, ma io passo certe ore, meglio certi giorni in cui mi pare di dovere morire”. La vicenda personale presenta omologia con quella della produzione poetica in cui,come attestano le aggiunte e i vari ordinamenti di Myricae dopo il 1892, Pascoli sviluppa il compianto dei morti reinterpretando l’intera storia della sua famiglia e la sua propria in base all’evento dell’uccisione del padre, però bisogna notare che questo processo di ricostruzione del “romanzo dell’orfano”, come lo chiama il già citato De Benedetti, ha luogo quando l’orfano è ormai uomo maturo e che diventa figura funebre dominante non quella del padre assassinato, ma quella della madre. Senza dubbio, con questo ritorno al passato e ai morti , con questa adesione totale ai vincoli di consanguineità, si connette la vicenda dell’eros: quanto più Pascoli ha esibito il mito della propria famiglia, il mito del nido, stretto intorno al fantasma della madre, tanto più i lettori, scaltriti alla luce della psicanalisi, hanno sospettato che l’ostentazione mascherasse una qualche inconfessata devianza, ma si è nell’ambito del puramente congetturale e perciò bisogna procedere con prudenza. Negli anni sessanta l’uso di spunti interpretativi mutuati dalla psicoanalisi è diventata una pratica corrente, ma già prima Pasolini in un famoso saggio su Pascoli, uscito per la prima volta nel 1955 sulla rivista Officina, chiude la storia psicologico-stilistica del poeta con parole assai penetranti: “nel Pascoli coesistono, con apparente contraddizione di termini, un’ossessione tendente patologicamente a mantenerlo sempre identico a se stesso, immobile, monotono e spesso stucchevole e uno sperimentalismo che, quasi a compenso di quella ipoteca psicologica, tende a variarlo e a rinnovarlo incessantemente”. Il giudizio di Pasolini quindi non solo evidenzia il carattere ossessivo della tematica del nido, ma propone come antidoto lo sperimentalismo stilistico che caratterizza Pascoli, infatti il poeta realizza soluzioni formali innovative che aprono la strada alla poesia novecentesca. Tuttavia non tutti i critici vedono in tali innovazioni un antidoto alla monotonia esistenziale, infatti Contini, grande filologo e critico che ha analizzato le varie componenti del linguaggio del poeta, sostiene, con chiaro riferimento alle posizioni desanctiane, che un linguaggio normale sottende una visione dell’universo normale, un’idea chiara e precisa, gerarchizzata, invece un linguaggio eccezionale, come quello di Pascoli, in cui accanto alle forme grammaticalmente strutturate compare un linguaggio pregrammaticale (onomatopee) e post-grammaticale (lingue speciali, gergo misto, termini tecnici, arcaici), significa che il rapporto tra l’io e il mondo è critico. Si può aggiungere che proprio tale motivo, ossia la criticità del rapporto del poeta con il mondo consente, al di là del dramma familiare, d’inserire a livello storico-ideologico, il processo regressivo di Pascoli, nella fase saliente della crisi dell’intellettuale del secondo Ottocento,caratterizzato da un notevole sviluppo industriale. Il poeta patisce in particolare il declino del Positivismo, nel cui alveo si era da giovane formato e si rende conto che la scienza e la tecnica dopo aver distrutto i valori tradizionali, non hanno saputo sostituirli con una nuova fede, non sono riuscite a dar risposte, lasciando l’uomo solo, disorientato di fronte al mistero del dolore e della morte, di fronte all’inconoscibile, all’ignoto, all’infinito verso cui l’uomo naturalmente tende. Tale ansia trascendentale tuttavia non si tradusse mai in un credo e ciò ha ulteriormente alimentato lo smarrimento e l’angoscia di un animo già duramente provato dalle tragedie familiari. Come sostiene Bárberi Squarotti, il rifiuto della civiltà contemporanea, variamente vissuto dagli intellettuali, attraverso la ribellione, l’edonismo o il rifiuto radicale dei valori tradizionali, viene manifestato dal Pascoli attraverso il ripiegamento su se stesso, chiudendosi nel privato, nel calore del nido, che però, in un certo senso, diviene anche un ambiguo sostituto di una normale relazione amorosa con l’altro sesso. Dunque il nido è rifugio, rifugio dalle insidie della realtà esterna, sia a livello personale: l’attrazione verso l’altro sesso o il suo stesso sesso (pura ipotesi !), sia a livello storico, infatti le idee politiche e sociali del poeta nascono dall’angoscia e dallo sgomento che determinano in lui la nascente società industrializzata e rivelano la stessa ambiguità del rapporto dell’io con se stesso e più che idee possiamo considerarle particolare sensibilità sociale, che, grazie anche ai grandi scrittori russi (Tolstoy e Dostoevskij), gli consente di trasformare il suo adolescenziale ed anarchico Socialismo in un a sorta di umanitarismo cristiano. Così, abbandonato il principio della lotta di classe, come programma e metodo fondamentale dell’azione politica, entra in esplicita contraddizione con gli ideali rivoluzionari del Socialismo, quando propone l’ideale interclassista e utopistico di una società in cui ogni ceto viva entro i propri confini senza conflitti ed invidie, in un clima di cooperazione e concordia fraterna, per cui gli umili dovrebbero accontentarsi della propria modesta condizione. Da questo sogno di un’umanità affratellata, che nella solidarietà trovi una consolazione al male di vivere, al dolore e alle miserie connaturati all’umanità, deriva un sentimentalismo patetico e tanti temi collaterali che ad esso si collegano: mendicanti, bambini poveri che muoiono per il freddo, l’emigrazione che nei primi decenni del Novecento raggiunge numeri esorbitanti. Questi temi se da un lato ci riportano ad una trita letteratura populista e ad un umanitarismo ottocentesco, dall’altro instaurano un legame con il suo confuso nazionalismo che giustifica la politica coloniale in nome della natura proletaria della nazione italiana e proietta su scala socio-politica il motivo e il modello privato del nido, per cui comunità, società, nazione, non sono che varianti più generali del nido, non sono altro che un nido, una famiglia allargata, rivelando in tal modo la loro natura letteraria e psicologica. Significativo a comprendere il nazionalismo di Pascoli è il discorso che egli pronuncia a Barga il 26 novembre del 2011 per commemorare i caduti e i feriti nell’impresa coloniale di Libia. Il titolo con cui il discorso è famoso “La grande proletaria si è mossa” è in effetti l’incipit del discorso stesso. Secondo la definizione di Enrico Corradini,(organizzatore dell’Associazione nazionalista italiana contro l’Italietta meschina e pacifista e teorico di un Socialismo nazionalistico, al quale sembra aderire in qualche modo anche Pascoli), “le nazioni proletarie” sono quelle che hanno una popolazione superiore alle proprie risorse e perciò l’esiguità di queste ultime determina povertà ed emigrazione: l’Italia è una di queste nazioni. L’espressione “La grande proletaria si è mossa” pertanto celebra, giustifica e legittima la politica coloniale italiana in Libia come unica soluzione possibile al dramma della povertà e dell’emigrazione,insomma la Libia viene considerata un altro pezzo d’Italia, un ulteriore allargamento del nido per tanti italiani costretti dalla miseria ad emigrare. Il tentativo di Pascoli di giustificare l’impresa libica finisce così con il diventare un mescolamento in maniera non certamente felice, di elementi di nazionalismo, di socialismo, umanitarismo, retorica militarista, pragmatismo e richiamo ai valori evangelici. Né mancano a comporre un quadro ideologicamente confuso, la celebrazione della gloria di Roma e dell’Italia ed infine un cenno addirittura ad una presunta superiorità etnica degli Italiani, rispetto alle inerti popolazioni nomadi africane. Questa confusa ideologia ci induce a dare circolarità al presente discorso ribadendo, d’accordo con la critica attuale, quanto sostenuto all’inizio, cioè che sostanzialmente la nazione è per Pascoli una variante più generale del nido, insomma un nido allargato e ciò favorisce un’intensa partecipazione sentimentale che può esprimersi anche in pagine di commossa poesia, come, ad esempio, nel poemetto Italy.

Dagli atti del convegno Nel centenario della morte di G. Pascoli, organizzato dall’Ass. Culturale “Ottagono letterario” e svoltosi presso il Liceo Classico statale Umbero I di Palermo il 3 aprile 2012. Relatori: G. Cottone, F. Di Legami, F. Luzzio, A. De Rosalia.

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