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Prefazione a
L’arma di l’omini
di Santi Geraci

la Scheda del libro

Francesca Luzzio

L’arma di l’omini è il titolo della seconda raccolta poetica di Santi Geraci. Una metafora bellica che induce , prima ancora d’iniziare la lettura dei versi,a chiedersi di quale arma trattasi,a quale guerra il poeta voglia alludere,quali uomini la combattano e contro chi,insomma Santi, da artista navigato tende ad incuriosire il lettore che,se attento, procedendo nella lettura dei testi poetici,ben presto si accorge che l’arma a cui egli allude è la poesia che considera l’unico mezzo attraverso il quale i poeti possono cambiare il mondo, lo strumento prezioso in grado di proporre ed esaltare i valori del passato ed esacrare i disvalori e gli uomini corrotti dei tempi attuali, capace di sondare l’anima e scandagliarne anche i meandri più profondi e celati dell’inconscio e della memoria. Santi nella lirica “Chi munnu” si chiede “ Chi munnu ia chistu?| Chi munnu? | Si l’omini si scurdaru lu piaciri | di taliarisi edi vasarisi, | si si scapisanu e si mancianu ntra iddi | comu surci arraggiati. Il poeta quindi ha una funzione importante, civile ed impegnata che lo induce ad esserci nell’intenzione e nel’azione, pur nella consapevole difficoltà di far sentire la propria voce nel dilagante materialismo della società attuale,tesa più all’avere che all’essere e per questo lontana dai principi morali e da ogni eticità dell’agire, infatti nella lirica “Na vuci”egli dichiara espressamente che la voce del poeta è”nica” e sa che essa “nun po ammazzari | li malilingui e li maliguverni” , ma sa anche che”Si appi na vuci | ia pi chiantari versi d’alivi | unni sempri si cummattinu guerri |......ia pi curtivari li beati iardini | dila biddizza e di lu misteru”. Purtroppo il relativo ottimismo di Santi è contraddetto dalla realtà, infatti le voci dei poeti s’incontrano spesso tra di loro,ma non incontrano il grosso pubblico anche perché i grandi editori, spinti dalla logica economica non pubblicano poesia, così si tende a scipparle l’anima, declassando la sua funzione formativa ed assegnandole un ruolo subalterno. Già Verga, riferendosi in genere all’arte, denunziò nella prefazione ad “Eva”, uno dei suoi romanzi giovanili ,ancora di stampo tardo-romantico,l’emergere nella società industrializzata di tale problema, né esso oggi, in particolare per la poesia, è venuto meno. Ma un vero poeta, come Santi, non si scoraggia e resta indifferente di fronte al facile successo di certa letteratura di consumo e,immune dall’onda travolgente del guadagno e del successo,si distingue dagli altri, dalla restante umanità che si lascia schiavizzare e sa, come confida all’amico Pippuzzu nell’omonima lirica che “la cilibrità ia carogna, | e la ragnatila cusuta di l’omini | scancia marteddi pi fisarmoniche.| E a nenti, a nenti, | vali spiccari cu lu corpu, | si mancu arriniscemu chiù | a cummòvini di fronti a ‘n suli | c’allucia ‘n peri di vraccocu.” Questi versi da soli sono emblematici per capire la poetica che presiede in questa nuova raccolta e che in fieri era presente anche in quella precedente : per Santi bisogna che il poeta si sappia commuovere di fronte al sole che abbaglia un albicocco,o di fronte alle stelle “ ca babbianu cu la luna e cu la negghia\quannu l’arinni cantanu ’n capu li frenzi “ e si chieda meravigliato”Quantu su, quantu su? | ... |Nzoccu su, nzoccu su? | Istiddi”( in “I Stiddi”), insomma bisogna che il poeta faccia rivivere in lui,come sostiene Pascoli nel suo famoso saggio”Il fanciullino”, lo stupore e la meraviglia,la paura e lo sgomento che caratterizzano l’ingenuità e la purezza del bambino, o ancora ,come afferma Vico nella “Scienza nuova”, parlando dell’infanzia dell’umanità, quando per la prima volta viene scoperta la natura circostante,bisogna che egli ,come la poetica progenie umana, resti attonito e nel nominare gli elementi del reale, s’incanti perché “Quannu ‘n pueta si ncanta, | ia tuttu lu munnu ca si ncanta.| E li ciati di tutti l’omini si ntrizzanu nni lu celu” e “Quannu ‘n pueta chianci, | ia tutta la natura ca chianci”. Lo stato d’animo del poeta, come si evince nei suddetti versi tratti dalla lirica”Quannu ‘n pueta”, diventa stato d’animo della natura : tra lui e realtà che egli canta s’instaura una corrispondenza di sensi e sentimenti che coinvolgono anche l’umanità, infatti quando un poeta s’incanta “Puru li surdati posanu li scupetti,| e li viddani abbannunanu li zappi”. In questa contesto ideologico, non stupisce l’incanto tutto francescano che lo induce anche nella lirica che apre la silloge ”A biddizza di lu criatu” ad esaltare la bellezza del mondo, di cui egli, pur minimo elemento, fa tuttavia parte, oppure in “Fratuzzi di la terra” ad invitare con gioia all’amore per il creato e l’umanità.

Ma ,ritornado alla lirica“Quannu ‘n poeta”, si nota subito che l’incanto non è una persistente condizione esistenziale perché a questo succede la paura e “quannu ‘npoeta si scanta, | ia puru Diu ca si scanta.| E s’allavancanu nta ‘n mumentu | li chesi e li tribunali, | ci nescinu li sensi | a li saggi e a li sfacinnati.| Puru u celu trimulia | comu ‘n carusu orfanu di patri | l’arvuli si stoccunu | nta la terra matri”. In una sorta di climax ascendente nella negatività ,l’angoscia e lo sgomento del poeta e persino di Dio è l’espressione dello stravolgimento della natura e del venir meno delle istituzioni che segnano anche per Vico e poi per Foscolo l’inizio della civiltà. Questa sorta di cataclisma del mondo e della civiltà viene paragonata all’angoscia di un ragazzo orfano di padre, quale Santi di fatto è. Forse, direbbe Freud, un trasfert nella condizione biografica, generante in lui l’immaginario di una figura materna emblema nella gioia o nel dolore, di vitalità e di una figura paterna ,emblema di vuoto ,assenza,abbandono a causa della sua prematura scomparsa. Questa antitetica condizione esistenziale giustifica la tendenza ossimorica presente in molte liriche, per cui, ad esempio, nella già menzionata lirica ”A biddizza di lu criatu” di fatto viene rappresentata una tragica bellezza, perché se da un lato il poeta esalta “ciuri acculurati | ca murmurianu a ll’universu | chiddu ca spiranu”, dall’altra non può non cantare anche “aceddi spinnati | di na vita navi | pampini scutulati | di’n distinu travu”. E’ come se Santi riflettesse nella sua creazione poetica una condizione interiore antinomica che sovrappone a livello inconscio gioia e dolore ,pienezza di vita e vuoto esistenziale, né manca la malinconica consapevolezza della fragilità della vita nel camaleontico fluire del tempo, in cui viviamo come “lapuni scantati” o come ”flauti sunati di lu casu”, o ancora come”fochi struppiati ca la vita babbia | a vasati e a timpuluna”(in “Caminanti”),

Alla fine, però, prevale la vitalità materna e Santi non si lascia schiacciare dalla negatività e, pur nella consapevolezza della fragilità della vita ,pur cosciente del poco rilievo che si tende ad attribuire alla poesia è convinto che essa può salvare l’umanità se questa torna a vivere secondo i valori ancestrali,quelli di una volta che esistevano ancora quando egli era un ragazzo e si aggrappava agli alberi come ”un pittinnu riversu” e caminava” ‘n capu li ciumi sicchi | p’accampari petri e rama | e ogni autra cosa ca videvi.” (in “Carusu”) “E nuddu assicurava | ammàtula lu tempu” perché” l’amuri e la famigghia | avianu chiù mpurtanza | di lu putiri e di la carrera”(in “Tempu d’allammicu”).Per raggiungere il potere ,per fare carriera ed accumulare ricchezze la gente è in preda ad una corsa frenetica e si lascia sbalordire da ”vitrini di farsi giujielli | .... | ca vurricaru la virtigini | di la biddizza chiù vera” (in “Pi li strati”). Di fronte a tale alienante realtà, Santi invita a tornare alla natura a vivere a contatto con essa, a fermarci un po’ “picch ìu celu ni voli parrari | di nnucenza e di gioia.| e u mari ni voli nzignari | prijeri di pampini e di rrosi” (in “Lintizza”). L’umanità deve quindi ritornare a vivere l’innocenza infantile e solo allora scoprirà i veri valori che rendono la vita degna di essere vissuta ed è per questo che il passato e l’infanzia sono guardati con nostalgia, perché propositori e produttori di valori che si vorrebbe che fossero,ma di fatto non sono più. .La malinconia che è presente in  “Carusu” o in  “Tempu d’allammicu” la ritroviamo anche in “Eramu”, dove il poeta con tecnica impressionista ,anche questa di matrice pascoliana, propone immagini, quadretti della vita che fu: “Firrari massari ca mpiccicavanu | zocculi di ferru… | ... | fimmini cu li minni chini di latti, | ca facevanu sucari | li figghidi l’autri matri, | ... | fasceddi di ricotta | ca fumuliavanunna l’aria frisca | ...“ Se si prescinde dalle non numerose poesie in cui prevale l’es e l’io del poeta, cantore dell’amicizia,della libertà, dell’emigrazione, degli affetti familiari, dell’ansiosa ricerca di Dio, da quanto detto sinora si può facilmente desumere che la silloge è soprattutto una dichiarazione di poetica consapevole e matura che affida alla poesia e al poeta la funzione rigenerante dell’umanità,ma come si è già detto “condicio sine qua non” è l’innocenza e la purezza infantile, bisogna che non solo il poeta, ma l’intera umanità torni a vivere tale condizione, affinché con essa ritornino i valori e, per citare ancora Vico, venga meno “il ricorso storico” che stiamo attraversando . Anche lo stile della silloge appare più maturo, sia per la tecnica impressionista di cui si è già detto, sia per la pregnanza semantica delle parole, sia per la tendenza anaforica e allitterante, che già presente nella silloge precedente, adesso in una perfetta corrispondenza fra suono e sema. carica ulteriormente di musicalità i versi. A dimostrare quanto detto basta un solo esempio, la lirica  “Essiri liberu”: il verso “Picchissu, ti dicu” è ripetuto cinque volte, “Sugnu n’esseri libiru” tre; in versi come” asciuca li lacrimi | dili nanni edi li viduvi, | annaculia l’arma di li latri e di li maistri”, la frequenza avvolgente della liquida L rende più pietoso e solidale l’asciugare le lacrime e il cullare l’anima, oppure nel verso “p’attruvari ‘n travagghiu”,la durezza del suono tr sottolinea ulteriormente la fatica psicologica che soprattutto oggi tale ricerca comporta.

Per quanto riguarda la lingua il poeta continua a preferire il dialetto siciliano, proprio perché, come si è già rilevato in passato, questo gli consente di fruire di quella carica semantica che gli è tipica e che spesso si perde nella traduzione in italiano. Il dialetto adoperato da Santi è quello tipico delle basse Madonie e, in particolare di Montemaggiore Belsito, dove egli ha vissuto bambino e poi adolescente, assimilandone a fondo, lingua, usi e costumi e soprattutto valori; lingua madre quindi, che ha imparato quando ha cominciato ad articolare i primi suoni,le prime parole con le quali meravigliato ed attonito, ha dato per la prima volta un nome alle cose. Di fronte ad una poetica che fa della ingenuità infantile la condizione indispensabile per la rinascita dell’umanità, quale linguaggio poteva essere più adatto?

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