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Quando il segno diventa emblema: Francesca Simonetti

I titoli delle due ultime pubblicazioni di F. Simonetti sono molto emblematici: l’ultima raccolta si presenta al lettore come un’indagine (Indagine postuma). Questo termine appartiene a un sottocodice linguistico, in particolare a quello della polizia giudiziaria ed indica una volontà di ricerca sistematica atta ad epurare la verità; secondo l’etimologia latina è uno spingere dentro: agere indu Nella specificità di questa raccolta, dove il cronotopo è di particolare rilevanza, ad essere spinto dentro il recinto del presente è il proprio passato che si ricompone ed acquista senso alla luce di due verità nelle quali la poetessa crede fortemente : la poesia e la fede in Dio; pertanto, alla luce di questi valori, indaga la propria esistenza, la società, il mondo, come se le suddette verità fossero postulati di evidenza tautologica, nell’alveo dei quali sistema il teorema della propria vita, fatta di accidenti ed eventi, belli e brutti: “agguati e guadi, argini, mandorli in fiore e alberi di pesco” per adoperare le metafore maggiormente occorrenti nei versi della poetessa.

Questa indagine è postuma; postumo genericamente è ciò che viene fatto dopo, in ritardo e talvolta al ritardo si associa un senso di vanità o inopportunità, ma nel caso della pubblicazione bilingue (italiano-inglese) della Simonetti, traslando il discorso nell’ambito letterario, perde tale valenza negativa e diventa, epilogo epifanico di verità, intorno ad un iter artistico già selezionato nella precedente raccolta antologica Nei meandri del tempo a ritroso che, nell’intenzione dell’autrice, avrebbe voluto porsi come testamento e conclusione, perlomeno di un ciclo della sua produzione artistica. Il termine epilogo, dal greco epìlogos, tradotto in latino corrisponde a peroratio, ossia l’aringa conclusiva di una orazione con cui l’oratore nel mondo classico, era solito ribadire la sua tesi; la poetessa nella sua peroratio ripropone ai lettori in forma poetica le verità a cui è pervenuta attraverso l’indagine che ha condotto sul proprio vissuto e sulla realtà che la circonda. Ma se mettiamo da parte l’orazione classica e i suoi canoni, la parola orazione in italiano è anche sinonimo di preghiera, la peroratio diventa quindi preghiera conclusiva, sintesi ultima di epifanica verità, forma di ringraziamento per l’acquisita consapevolezza di eternità che la poesia in questo mondo e la religione nell’altro comunque garantiscono a chi ne diviene fedele servo e mistico sacerdote.

Insomma, al titolo la poetessa affida un’osmosi polisemica, per cui è legittimo considerare i suoi versi un’allegoria vuota, a cui è possibile attribuire varie significazioni; nello stesso tempo, tuttavia, non ci pare errato dire anche che il vissuto personale che la lettura dei versi rivela, diventa metafora cosmica di vita in cui si cala, per usare la terminologia crociata, una significato universale che nasce dal microcosmo di agguati e guadi dell’io, tutti così unici nelle occasioni che li determinano, ma anche così universali nella liricità cosmica di cui l’ispirazione poetica dell’artista li investe e trasmette al lettore.

La raccolta antologica, a cui già si è fatto cenno, si può definire meglio crestomateia, ossia raccolta di utili tratti d’autore, come si legge sul Rocci, infatti l’opera racchiude in sé un’ampia selezione di testi desunti dalle precedenti raccolte, utile per comprendere i tratti salienti della produzione poetica della Simonetti, che oggi ripercorre a ritroso il passato, la tortuosità misteriosa e talvolta inquietante del suo animo e della storia per proiettarsi rinnovata nella verità verso il futuro. Il suo viaggio nei meandri del tempo non è quindi effettuato con la nostalgia o il dolore del non o del mal vissuto, né con la gratificazione del ben vissuto, ma con volontà di indagine scientifica che tende a capire e a discrostare e insieme a reinterpretare il passato alla luce di una verità ontologica che diviene morale ed etica di vita e nello stesso tempo poesia; una poesia piena di vibrazioni umane” che impegnano costantemente l’essere”, afferma Ruffilli nella prefazione, ma secondo una prospettiva e un metodo che implicano l’uso della ragione, del logos non solo nella meditazione dei contenuti, ma anche nella meditazione della forma dei testi poetici.

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