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Rràrichi (Radici)

Rràrichi (Radici) è un titolo che racchiude in sé l’essenza semantica della raccolta, anche se la semplice lettura dei titoli delle sezioni che la compongono, subito rivela come queste radici tendono ad espandersi, ad andare oltre il nucleo umano e territoriale in cui esse sono profondamente abbarbicate, per espandersi orizzontalmente verso gli altri e verticalmente verso il cielo; insomma, da un lato l’oggetto del poetare è la madre, il figlio, la nonna, la Sicilia, dall’altra il prossimo e il mondo con i suoi mali , per infine ascendere a Dio e alla Madonna . Però l’ascesa al divino non è la conclusione di un percosso ultraterreno che procede dal male al bene, , come nella Commedia dantesca, ma una preghiera tutta terrena che invoca aiuto, una preghiera che nasce sulla terra perché su questa scenda ancora una volta la luce della “stella lucente” che “i pastori in sogno svegliò” … “per dare nuova sostanza | all’uomo d’oggi che sbanda | e più confuso di prima | il bene in male ricambia”.(Risogno questo a Natale, pag.116 e 117).

Se le dimensioni spaziali coinvolgono terra e cielo, quelle temporali guardano l’oggi, per contrapporre la negatività del presente alla positività del passato: l’infanzia della poetessa, quando valori semplici ed innocenti bastavano a dar senso alla vita. Essi potrebbero bastare anche oggi, considerato che persistono in alcune anime elette, come quella di Giusi Baglieri,che non dimentica degli insegnamenti della madre e della nonna, continua a praticarli anche attraverso il rilevamento nei suoi versi della discrasia etico-morale tra la società di oggi e il mondo di ieri.

Le dimensioni spazio-temporali si caricano pertanto di categorie morali che pongono in antitesi il mondo arcaico, agricolo-pastorale della sua infanzia con il mondo di oggi pieno di problemi. Così il cuore della poetessa batte forte, vive nell’ansia sia per il figlio-carnale per il quale non può “far niente” se “i suoi giorni di uomo | hanno i sogni strappati” (Io madre, pag.96), sia per il figlio-sociale, quale il povero ragazzo immigrato che porge “fazzoletti per via” e ci domanda “pane per la strada, | quello che al suo.” “paese più non lievita” (Figlio, pag.74).

Il legame con i familiari morti non è dunque come in Pascoli, motivo di malinconia, di chiusura dell’io nel cerchio protettivo del nido, ma motivo di espansione interiore che porta la poetessa dal ricordo dolce-amaro delle serate invernali trascorse accanto al braciere, quando i suoi genitori “i temi di scuola” le “insegnavano a fare” (Campana, pag. 43), allo sguardo, condiviso con la madre morta, rivolto verso il mondo, dove le guerre,”le carestie dei popoli”, i bimbi “a piedi scalzi e anche nudi” (Madre, pag.54) affliggono ed inquietano il cuore.

Così la poesia diventa lo strumento più idoneo attraverso il quale non solo “portare alla luce | tutti i fiori dell’anima | che ora “torna a guardare | come il sole all’albore” (Radici, pag.20), ma anche denunziare con tono drammatico i mali che caratterizzano la società attuale.

A rendere più viva ora la memoria, ora la denuncia interviene l’uso del dialetto che con il vibrare fonico dei suoni e la pregnanza semantica delle parole, riesce a dare piena espressione a quei valori primigeni e sempre attuali che costituiscono l’essenza spirituale ed umana di Giusi Baglieri e della sua poesia.
Recensione
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