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Se consideri le colpe è un titolo particolare, una protasi senza apodosi,un periodo ipotetico non concluso, sospeso che subito pone in crisi il futuro lettore e nello stesso tempo lo attrae, ne sollecita la curiosità; forse Bajani vuole che a lettura ultimata sia proprio il lettore a trarne le conseguenze, i comportamenti possibili del protagonista di fronte all’agire di una madre che progressivamente si lascia cogliere dal suo ruolo di imprenditrice, ponendo, sebbene con sensi di colpa, in secondo piano il ruolo parentale.

E’ una storia apparentemente semplice: una giovane donna, Lulu,di indole ribelle sin dall’infanzia, mal si adegua al perbenismo borghese, così fallisce presto il matrimonio combinato dalla sua famiglia e finisce con l’avere un figlio, Lorenzo, da un uomo che l’ha subito abbandonata. Il bimbo cresce amato dalla madre e dal suo nuovo compagno che, sostanzialmente, pur senza legami di sangue con il bimbo, è l’unica presenza e l’unico affetto costante per lui. La madre invece, fagocitata da un uomo sbagliato e da quel mondo borghese che prima aveva rifiutato nei suoi valori, si lascia tutto alle spalle, va in Romania, nuovo Far-west del capitalismo italiano diventa imprenditrice, ma dopo si ammala e muore. Il figlio va ad assistere ai suoi funerali.

Lorenzo, il narratore-protagonista, filtra attraverso il suo sguardo e il suo pensiero tutto il contesto che gli si offre intorno: il Comunismo e Ceausescu che come fantasmi si respirano ancora nell’aria, le nuove realtà occidentalizzate, con i capannoni delle industrie che ostentano a caratteri cubitali nomi italiani, e ne esce fuori un quadro duro, fatto di cinismo e falsi valori che gli imprenditori vendono facilmente ad una società che la miseria ha progressivamente umiliato e resa recettiva alla menzogna dell’Occidente e della globalizzazione.

Il tema dell’abbandono e del rapporto madre-figlio sono sicuramente i temi fondamentali del romanzo, ma intorno ad essi se ne muovono altri che rendono l’opera interessante ed attuale: il mondo dell’imprenditoria e dell’economia globalizzata, il perbenismo borghese che, come il primo, viene descritto con sferzante ed amara ironia; infine, collegato alla falsità di questo mondo, la ricerca dell’identità di se stessi sia da parte della madre, sia di Lorenzo.

La donna per nascita appartiene al mondo della borghesia imprenditoriale, ma lei ”pezzo riuscito male” rispetto ai fratelli perfetti”, “robot telecomandati” inizialmente lo rifiuta per poi alla fine farsene fagocitare, sino a permetterle di affievolire, se non spegnere forse, anche il suo amore materno.

In questo contesto tematico emerge la figura di Lorenzo che, ricevuta notizia della morte della madre, parte per seppellirla, ma anche per capire, ora che era morta, chi fosse realmente,chiarire chi si nascondesse dietro i magici e nostalgici ricordi dei bei giochi infantili e dietro quel duro abbandono che lo porta progressivamente dal rancore alla quasi rimozione della figura materna.

Lorenzo, nel raccontare la sua storia e nel descrivere il contesto nel quale essa si svolge, non è un giovane che cerca di fare esperienze, di conoscere, un giovane insomma che si apre alla vita, ma ne parla con la maturità di chi sebbene giovane, ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze di quella realtà spietata che al successo, al denaro, al potere sacrifica tutto, anche gli affetti più intimi, più viscerali. ”Se si considerano le colpe” della madre è difficile dire se Lorenzo la perdoni e la riabiliti nella sua memoria, così come è difficile capire, nonostante l’esplicita amara ironia nei confronti di quella realtà borghese-capitalista-globalizzata, se anche lui ne sia alla fine fagocitato o meno, per cui volendo completare il periodo ipotetico di cui il titolo propone solo la protasi, ne consegue una duplice apodosi: (se consideri le colpe) non resti, resti; spetta al lettore scegliere, considerato che il tu implicito, soggetto del consideri, rimanda direttamente al lettore. E poi è spontaneo chiedersi “le colpe di chi? Della madre che lo ha dimenticato o della società globalizzata che l’ha circuita e inghiottita?" Anche di fronte a questa domanda la risposta del lettore può essere varia.

E se considerate le colpe, Lorenzo decide di restare o no, da che cosa è indotto a prendere l’una o l’altra decisione? Un romanzo polisemico direi, che induce il lettore, coinvolto sin dal titolo alla riflessione a decisioni tutte possibili, tutte vere, tutte probabili, tutte incerte.

Il giudizio di Lorenzo intorno alla ”seconda madre”, l’imprenditrice (leggasi a tal riguardo la descrizione grottesca della foto che Anselmi, il socio, gli fa vedere e che riprende la madre ormai ingrossata, ammalata, prossima alla fine), è negativo, mentre ”la prima madre”, quella che sapeva diventare anche lei bambina nei giochi dell’infanzia, resta la vera madre, viva nella magia dei ricordi che affiorano limpidi alla mente, il solo volto che rimane nel cuore. Forse la” seconda madre”resterà seppellita insieme alle sue ossa in Romania, “la prima” la porterà sempre con sé.

Il non vendere al socio la sua parte di proprietà, l’innamoramento della segretaria di Anselmi, l’andare a vedere il terreno che la madre gli aveva comprato e che egli già conosceva attraverso la foto che lo riproduceva con l’immagine di lei che piantava il cartellone con su scritto Lorenzo, non è detto che diventino presagio di un futuro che sarà anche il suo.

Bello il contenuto del romanzo che innesta un topos della letteratura, qual è quello preminente dell’abbandono, nel contesto attuale della globalizzazione; moderna ed efficace la tecnica compositiva: il romanzo comincia, là dove quasi finisce, (terzultimo capitolo), dando all’opera una struttura quasi circolare, insisto “quasi”, perché di fatto resta uno spiraglio ”lo spiraglio della dubbia fagocitazione”.

Il narratore omodiegetico racconta in modo fluido e sciolto sia che descriva o si espanda nel monologo dei ricordi, sia che si proponga in forma diretta per la quale si avvale di una novità: l’assenza dei segni grafici che di solito la caratterizzano.

Se dovessi definire il sottogenere, oserei definirlo un romanzo epistolare, infatti si porge come una lunga lettera scritta alla madre che non c’è più, comunicandole il cammino fatto nel tentativo di darle un volto, conoscerla e riunire le due metà in cui lei nella sua mente e nel suo cuore si era scissa; nel desiderio di trovare il punto di incontro in cui anche lui potesse identificarsi. Considerato che l’inizio e la fine coincidono, l’opera si pone come un lungo flash-back che dal passato prossimo (i primi quattro capitoli, dopo il primo brevissimo che funge quasi da prologo, ponendo subito il lettore in media re, dichiarando lo scopo del viaggio), rimanda al passato remoto, tempo dell’infanzia e dello spazio italiano, per poi ricondurre di nuovo il lettore al passato prossimo, tempo della gioventù e dello spazio rumeno, senza che il precedente non faccia talvolta capolino, insinuandosi nel recente passato e, infine, nell’incerto presente proposto nei due ultimi capitoli, chiuso tra istanze che inducono “a mettere radici lì”, a piantarsi, come il cartello che piantò in posa fotografica la madre e in contemporanea a partire.

Recensione
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