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Senza mai arrivare in cima, Viaggio in Himalaya

Mare, cielo , montagna, colle, pianura sono stati sempre oggetto d’ispirazione artistica. La natura nei suoi elementi costituitivi, spesso produce stati d’animo, emozioni, genera pensieri in chi la sa guardare ed ascoltare il suo linguaggio. Dunque nel suo essere e mostrarsi e nel suo parlare può generare una consonanza interiore che può aiutare a conoscerci, a capirci, ad imparare attraverso la sua voce nelle sue poliedriche manifestazioni : il soffio del vento, lo scroscio dell’acqua, lo scorrere di un fiume, il tuonare dopo l’abbaglio di un lampo, ……

La natura non si limita a fare da sfondo alle vicende umane, né è manifestazione di una legge meccanica, infatti può diventare maestra di vita e si può entrare perfino in una sorta di perfetta e consapevole, circolare comunione mistica con la vita dell’universo. Tutto ciò è quanto succede a Paolo Cognetti che dopo “Il ragazzo selvatico”, “ Le otto montagne, con l’opera “Senza mai arrivare in cima” ci propone ancora una volta una storia in cui la montagna è protagonista, ma questa volta siamo lontani nello spazio, infatti Cognetti porta i lettori in Asia, a visitare l’Himalaya e qui la montagna non è oggetto di ascensione, ma di circumambulazione, Kora in tibetano: “ i cristiani piantano croci in cima alle montagne, i buddisti tracciano cerchi ai loro piedi”.

Per il narratore il primo gesto è espressione di violenza, il secondo di gentilezza: “un desiderio di conquista contro uno di comprensione” (pag.21) e nel comprenderla, essa si veste di sacralità e diventa maestra di vita. I monasteri buddisti, i panni e le ruote di preghiera corroborano la sacralità di quei luoghi, dell’irraggiungibile e vietata montagna di Cristallo, “che nella mattina limpida era una vela contro il cielo:” (pag. 59) e tutto nel suo procedere “in tondo” avvalora la purezza che il protagonista, elemento tra gli elementi, conquista e vive in quel contatto diretto con la montagna, dove nulla si crea e nulla si distrugge, ma in un processo continuo, si trasforma per continuare ad esserci in altra forma, altra veste, parte di quel tutto costante e vitale che costituisce l’universo.

Così Buddha prima ancora di Lavoisier formula un principio che, caricato di spiritualità diventa religione, lontana da qualsiasi principio scientifico o filosofico e, a proposito di filosofia, basta ricordare a tal riguardo, Anassagora o Democrito. La condizione umana, il lungo cammino, la contemplazione della natura, diventa così per Cognetti, viaggio di maturazione, di crescita, di progressivo conseguimento di perfezione che sul finire del quarantesimo anno di vita diventa anche serena accettazione della normalità occidentale nella consapevolezza che anche la perfezione,” la trasparenza può essere d’impedimento se uno si aggrappa ad essa.” (pag.104).

Possiamo definire l’opera una cronaca di viaggio, infatti la descrizione dei luoghi è avvalorata oltreché da disegni toponomastici, anche dalle riflessioni, dai pensieri di carattere etico-morali che non riguardano esclusivamente l’io, ma investono la natura nel suo insieme, nella chiara consapevolezza ecologica che ogni entità non può essere indipendente da ciò che la circonda, poiché tutti i fenomeni e tutti gli esseri sono interconnessi tra di loro e fanno parte del Soffio vitale dell’universo.

Recensione
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