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È difficile parlare della poesia di Guglielmo Peralta, romantica nella cristiana ideologia ad essa sottesa e nella finalità etico-pedagogica che si prefigge di conseguire, moderna-avanguardista nel proporsi attraverso un manifesto artistico, decadente nella concezione sacerdotale del poeta come veggente, sicuramente postmoderna nella forma.

Tali sommarie definizioni meritano adeguati chiarimenti, anche perché la poesia di Peralta, l’ideologia e l’estetica che ad essa presiedono sono così originalmente elaborati da fare dei suoi versi un unicum del tutto nuovo e personale.

L’intellettuale moderno, secondo Adorno, di fronte alla cultura che si va alienando, proprio per il suo eccessivo razionalizzarsi, dovrebbe insieme partecipare e non partecipare a questo processo: parteciparvi perché non ha senso legarsi al passato, ma restarne fuori a sufficienza per poter denunziare continuamente il pericolo al conformismo. Credo che per Peralta filosofo-poeta possa dirsi la stessa cosa poiché egli è sì dentro il mondo, ma tanto quanto gli serve per separarsi da esso e “con lo sguardo soale ricondursi dentro il mondo che esso (lo sguardo) genera a partire dal sogno”.

Ho adoperato il lessico usato da P. in occasione della presentazione della sua rivista, titolata per l’appunto "Soaltà", presso il Caffè storico-letterario “Giubbe Rosse” a Firenze (2007/8). Ma cos’è il sogno, che significa soaltà, da cui l’aggettivo soale deriva? Ci viene in soccorso il suddetto manifesto di cui si è detto.

Per Guglielmo Peralta il sogno non è un fenomeno riconducibile alla dimensione onirica, ma è il nous aristotelico, cioè l’intuizione, l’immaginazione creatrice, le idee, i pensieri derivati dallo sguardo rivolto “dentro” nello spazio dell’interiorità o della soaltà. Questo neologismo, nato dalla crasi di sogno e realtà, indica il mondo quale il poeta lo concepisce nella mente. “L’occhio – dice ancora Peralta nel manifesto, servendosi di una metafora teatrale – sollevato il sipario delle palpebre, apre dentro di noi una visione, un palcoscenico in cui si muovono attori-fantasma e realtà, la realtà del mondo interiore, di cui lo sguardo dell’io che concepisce è insieme attore e spettatore perché osserva ciò che egli stesso ha intuito. (La visita, p.24)

La realtà dunque è un processo d’incarnazione del sogno, ossia della visione del mondo, che acquista un corpo che, in quanto contiene in sé il sogno, diviene soaltà. L’umanità, esito più alto del sogno divino, intuisce guardandosi dentro tale sogno di Dio e pone in atto la potenza della sua perfezione e della sua bontà. Insomma, come sostiene Schopenhauer, l’artista coglie intuitivamente, attraverso l’arte, il proprio io, le idee di oggettivazione fuori dal principio di ragion sufficiente (ossia spazio, tempo e causalità). Ma l’affermazione della supremazia delle arti non perviene nella filosofia peraltiana all’epilogo negativo del dolore e della noia come in Sognagione, ma ad un epilogo epifanico che fa dell’arte e nello specifico della poesia, la voce messianica, oserei dire evangelica, rivelatrice dell’ordine e della bellezza primigenia che spetta all’artista nella sua posizione privilegiata rivelare agli uomini, affinché si liberino, come sostiene Gentile dal pensiero pensato (incrostazioni del passato, forme, leggi, consuetudini) e riinventi il sogno divino di pace e di amore, di armonia degli uomini tra loro e degli umani con le cose. (Messia, p.18) Nuovo messia, dunque il poeta, che si serve delle sue parole come di sacrificio lustrale che purifichi e riveli il nous delle cose, l’anima buona che armonica e bella fa del creato la proiezione di Dio. Direi che nel pensiero di Peralta aleggia uno spirito francescano che ci induce a dire “laudato sii mi Signore”. Nell’incipit del mio discorso ho caratterizzato Guglielmo Peralta come poeta decadente, perché anche lui come Rimbaud, è un poeta veggente, visionario, che per mezzo del sogno-intuizione penetra indu per rivelarci l’essenza, la bontà e la bellezza delle cose. Il poeta quindi seminatore-agricoltore, pietra miliare di comprensione metafisica e terrena semina nell’immaginario collettivo, allontanandolo, attraverso il canto poetico, dalla terrestrità, chiusa nei labirinti ciechi dell’utile e del potere. (Sognagione, p. 8)

Abbiamo anche definito post-moderna la forma, la veste estetica dei versi perché essa si caratterizza per la presenza di neologismi, di accorpamenti insoliti di parole comuni o di disgiunzione di sillabe o di grafemi: s-guardo, uni-verso, neurostelle, cielificazione, soaltà; essi di primo acchito sviano il lettore, anche colto, verso lo stesso smarrimento in cui si può cadere leggendo, ad esempio, le poesie di Cepollaro, che ripropone attraverso il caos verbale il caos, il labirinto dei tempi attuali.

L’affidare alle parole vuote le idee e non ai contenuti è un aspetto del post-moderno, ma le parole di Peralta non sono mai vuote, anzi propongono, come abbiamo precedentemente spiegato una ideologia, di conseguenza trattasi di un apparente postmodernismo dietro il quale si nasconde un lucido intervento razionale che piega, quasi violentandolo, il significante al significato, andando oltre lo stesso correlativo oggettivo proposto da Eliot e poi da Montale, perché qui non trattasi di corrispondenza oggettiva e razionale di significato, come accade nell’allegoria, ma di coinvolgimento totale dell’elemento linguistico che viene vivisezionato per proporre integralmente l’essenza ideologica di cui esso è portatore. Ad accrescere la pregnanza semantica della silloge contribuisce anche il colore azzurro che distingue le parole-chiave dell’ideologia peraltiana e la raffigurazione dell’occhio e delle stelle che in ogni pagina ricordano al lettore l’origine e il fine, l’umano e il divino, al bene e alla bellezza del quale, ognuno può aprirsi nella stagione dei sogni, ossia nella sognagione (L’albero della visione, p. 7)
Recensione
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