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Ti racconto di noi

La produzione letteraria italiana che ha come protagonisti persone affette dalla sindrome di down, o comunque diversamente abili è numerosa. Ricordiamo in particolare: “Ti seguirò fuori dall’acqua” di Dario Fani, “Quello che non ho mai detto” di Federico De Rosa, “Nandù” di Giuseppe Alessi, “ Se Arianna” di Anna Visciani, etc.., orbene “Ti racconto di noi” di Alfonsa Ferruggia s’inserisce a pieno diritto nell’ambito di questa produzione, infatti con uno stile chiaro, scorrevole, immediato nel lessico e nella strutturazione sintattica, sa far vivere al lettore dimensioni nuove. Ma, a prescindere dalla sua valenza letteraria, è un’opera speciale perché vuole essere un regalo che la narratrice offre alla sorella down in occasione del suo diciottesimo compleanno.

E’ stato adoperato i termine opera perché è difficile definire il genere letterario di appartenenza di questa narrazione che comunque si ritiene inseribile sia nell’ambito del racconto memoriale, sia in quello della lettera aperta. La prima definizione nasce dalla considerazione che la narratrice omodiegetica, in un certo momento della sua vita abbia sentito il bisogno di scavare nel suo animo, nella sua memoria, rivivendo e narrando con la maturità del dopo e perciò anche con atteggiamento autocritico una relazione che ha segnato la sua esistenza, dandole un percosso specifico e soprattutto arricchendola interiormente con l’acuire in lei la capacità di rivivere in sé bisogni, sentimenti e stati d’animo quali avrebbe potuto vivere la sorella al fine di gratificarli nella concretezza dell’azione e del fare.

La definizione di lettera aperta è anch’essa appropriata, sia perché ne presenta alcune caratteristiche, quali il saluto finale: ”Con amore, tua sorella”, ma soprattutto perché si pensa che l’autrice Alfonsa Farruggia, che con grande sensibilità ha saputo adottare e focalizzare i punti di vista della narratrice-protagonista, Francesca e della coprotagonista Penelope, abbia voluto, attraverso la pubblicazione, perseguire le finalità che di solito si cerca di raggiungere pubblicando su un quotidiano una lettera aperta: suscitare dibattiti ed interpretazioni intorno a un problema, a un argomento e, nello specifico, soprattutto demolire nei più scettici i pregiudizi esistenti nei confronti delle persone diversamente abili e dimostrare che l’accogliere e il lenire la debolezza, la fragilità, l’imperfezione altrui è, come sostiene Dario Fani, ”il modo migliore per appropriarsi di una umanità che mai più mi sarà tolta”, o ancora come Alfonsa Farruggia, tramite le parole della narratrice-protagonista, Francesca, rilevare quanto l’accudire e il far crescere una persona diversa sia stato motivo di una gioia che mai lei e la sua famiglia “credevano potesse esistere” sebbene ottenuta “con non poco sudore”. (pag.67)

L’amore è la forza propulsiva della vita e l’autrice scrivendo questo libro, mostra appieno al lettore la verità della suddetta asserzione. Pagine piene, pregnanti di sentimento fraterno, di sensibilità, di altruismo che inducono Francesca, la giovane protagonista, i suoi genitori, ma anche zia Giovanna ad intuire, a prevenire i bisogni e le emozioni di Penelope, la sorellina down, per dare ad essi soddisfazione, per aiutarla a crescere e a sviluppare le sue potenzialità. Un comportamento eroico quindi, quello di Francesca e dei suoi familiari, di vittime sacrificali, non facilmente rintracciabili tra gli umani e che solo Gesù ha saputo accettare e vivere.

Ma tutto ciò non accade senza sensi di colpa che nascono appunto dall’eccessivo prodigarsi per Penelope, che in tal modo, per esubero di amore, rischia di non sperimentare, di non scoprire, di non vivere la gioia derivante dalla personale esperienza, di non formarsi una coscienza ed una capacità critica. Quando l’affetto è senza frontiere può accadere anche questo, che si senta come colpa l’amore esagerato, l’eccessivo prodigarsi per eliminare ogni ostacolo alla realizzazione della crescita o dei desideri dell’altro: “ Forse ti avremmo voluto proteggere, cara Penelope, forse in parte ci siamo riusciti ma abbiamo fallito nella misura in cui ti abbiamo tolto la curiosità di conoscere da te, ti abbiamo privato dello spirito critico che ti avrebbe guidato attraverso le varie vicissitudini.“ (pag. 47)  Anche il semplice allontanarsi fisicamente da casa per la propria realizzazione professionale viene vissuto se non come colpa per lo meno come mancanza di rispetto, come qualcosa di cui, pur nella sua normalità esigeva comunque una giustificazione: ”Ti ho lasciato, piccola mia, mi sono ripresa tutto il tempo che ti avevo dedicato. Mi rimprovero per questo ma non sarei potuta restare per te.

Se avessi scelto di fare ciò che credevo fosse il tuo bene ti avrei ritenuto responsabile e causa delle mie gioie future come dei miei eventuali dolori. Dunque ho scelto sulla base dell’istinto e del cuore, quel cuore che si straziava ogni qualvolta ti salutavo per andare via” (pag.75). Né le cose vanno meglio quando accade a Francesca ciò che naturalmente, quando ormai si è grandi, accade un po’ a tutti: innamorarsi di un lui, Davide nello specifico, di cui Francesca non parla mai telefonicamente a Penelope che lo avrebbe saputo e conosciuto solo il giorno in cui Francesca avrebbe conseguito la laurea: ”Davide era diventato il mio fidanzato ed eri l’unica persona a non saperlo, perché temevo che non saresti riuscita ad accettarlo” (pag.82). Penelope è il nome che la madre avrebbe voluto dare alla sua primogenita che invece venne chiamata Francesca, il nome della nonna paterna, nel rispetto della tradizione, ma, forse, per la bimba down non poteva esserci nome migliore non solo perché lo aveva scelto Francesca per gratificare sua madre, alla quale piaceva molto quel nome, ma anche perché in esso è possibile cogliere una occasionale valenza simbolica perfettamente attinente alla condizione di vita della bimba: come la mitica moglie di Ulisse, ma con funzionalità antitetica rispetto all’agire del personaggio omerico, anche lei, dotata di diverse abilità, tesseva e disfaceva la sua tela vitale.

Il disfacimento della malattia (Penelope non solo è down, ma si ammala anche di cuore e di leucemia, malattie che per fortuna supera), la tessitura caparbia dei fili della sua esistenza realizzata attraverso l’affetto, tutto volto ad educarla, a farla crescere nel corpo e nell’anima, a farle superare le insicurezze che fra l’altro la inducevano al rifiuto della gente, dell’altro che fosse al di fuori dello stretto ambito dei familiari che aveva sempre conosciuto. Abbiamo definito Penelope come persona “dotata di diverse abilità”: un sintagma ossimorico ed ambiguo, infatti “dotata” è un participio aggettivale con sema positivo, mentre l’attributo “diverse” che qualifica la specificazione, è polisemico perché da un lato evidenzia la diversità rispetto a ciò che si considera normale, ma dall’altro, soprattutto al plurale significa numerose, molte; orbene Penelope, grazie all’amore e alle cure incessanti prodigati dai suoi è riuscita progressivamente ad acquisire numerose competenze ed abilità, ma soprattutto è riuscita ad uscire dall’isolamento che la rendeva restia all’approccio con l’altro, sino al punto da fidanzarsi con Antonio, un ragazzo anche lui diversamente abile, che aveva conosciuto al centro pomeridiano. Francesca di fronte a tale notizia che le viene data telefonicamente da un lato è contenta poiché dietro il suo comportamento poteva leggere alcuni suoi suggerimenti dati a lei nel corso degli anni, ma dall’altro è gelosa.

Così se la gravidanza di sua madre, quando lei aveva già dieci anni, l’aveva un po’ fatto soffrire perché le toglieva la centralità che nell’ambito familiare aveva avuto sino a quel momento, anche adesso soffre perché dovrà condividere l’affetto esclusivo che Penelope le aveva sinora rivolto con un altro, un estraneo da conoscere. Ma l’ amore, il vero protagonista di questa narrazione supera ogni ostacolo e alla fine risulta l’unico grande vero vincitore perché attraverso l’amore non solo Penelope trova il suo posto nella vita, ma come già si è messo in evidenza, anche Francesca, i suoi genitori, la zia Giovanna e le cugine crescono dentro, sviluppano, come si è già detto quelle potenzialità di affetto, di sensibilità, insomma di umanità che solo l’accudimento costante di una persona diversamente abile avrebbe potuto generare in loro. La crescita pertanto è stata reciproca della malata e dei sani: questa è la forza dell’amore.

Recensione
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