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Il titolo del romanzo è insieme realistico e metaforico, infatti da un lato propone il contenuto dell’opera, dove il gioco a scacchi ha un ruolo preminente, dall’altro, come suggerisce il modus dicendi ”subire uno scacco”, allude al fallimento di vita di Domenico Balmonte, il protagonista.

Altrettanto può dirsi dei titoli dei sedici capitoli in cui è suddivisa l’opera, infatti essi, attraverso frasi o sintagmi, talvolta anche di natura proverbiale, non solo propongono direttamente o allusivamente il sema del contenuto, ma diventano anche esemplificazione del plurilinguismo che caratterizza stilisticamente l’opera.

Domenico Balmonte è un uomo solitario, inetto, completamente succube dei suoi principali vizi: il gioco a scacchi e il cognac. La sua incapacità di dare senso e ordine alla sua vita si riflette nell’assenza di ordine delle sue cose, infatti, grande intenditore e amante della pittura e, in genere, di oggetti d’arte,tiene questi alla rinfusa, senza dare ad essi nessun ordine: nel salone---“ si allineavano alle pareti quadri moderni e stampe antiche, incoerenti li accomunava lo stare a sghimbescio,… Anche le sedie si affollavano scriteriate --- i mattoni di maiolica sbrecciati, gli affreschi del soffitto rovinati dall’umido. --- Unico ambiente ordinato, la camera da letto, dove pendeva da una delle pareti un quadro di Pietro Novelli”. Ma un bel cassettone francese del diciottesimo secolo, disposto sotto il quadro, nasconde al suo interno il dramma di Domenico: l’enorme quantità di cambiali da pagare allo strozzino Sfossatti, il cui ammontare, interessi su interessi, è arrivato ormai al miliardo e mette a rischio il suo possesso dell’amato Novelli. Augurava la morte allo strozzino e, in modo tragicomico, questi realmente muore. Ma per Domenico la sua morte non costituisce la fine dell’angoscia, perché adesso sarà l’avvocato di Sfossatti a stargli addosso, infatti questi, sollecitato dalla vanità della moglie, con uno stratagemma giuridico, costringe Domenico a cedergli il quadro. In cambio riceve dei terreni pieni di sterpaglie nei pressi di Alia. E’ un compenso irrisorio e svantaggioso, ma di fatto in campagna Domenico rinasce psicologicamente e fisicamente, grazie anche all’aiuto che gli porgono i due vicini, Saro e Teresa. Così Domenico abbandona l’alcool, le sigarette e quando poi torna in città, riesce anche ad ordinare la sua casa. Però rimane sempre il vizio del gioco e ciò gli sarà fatale: lasciatosi convincere da un amico a partecipare ad un torneo di scacchi a Parigi, mentre è immerso nei suoi pensieri, riflettendo su varianti e ipotetiche mosse e contromosse da effettuare nella prossima partita, attraversa la strada con il semaforo rosso.

Una grossa moto gli piomba addosso: è la fine; inutile la corsa in ospedale.

Domenico finisce così i suoi giorni, vittima di una malattia incurabile: gli scacchi che dominano la sua vita e determinano la sua morte. A dare un nome a quella malattia fu Freud che la chiamò “coazione onanistica”, prendendo spunto dal diario di A. G. Snitkina, seconda moglie di Dostoevskij, la quale scrisse che per Fëdor il gioco non era “una semplice debolezza o abulia, ma una passione profonda, capace di paralizzare tutti i centri della volontà, --- una malattia incurabile”. L’affinità tra Domenico e lo scrittore russo non è data solo dalla malattia, ma anche dai debiti, infatti Dostoevskij, assillato dai creditori, fu costretto da un contratto-capestro a scrivere in meno di un mese ”Il giocatore”, così come, sollecitato dalla stessa condizione psichico-emotiva, Domenico cede il suo Novelli all’avvocato profittatore. Ma forse la definizione freudiana è più calzante per Domenico che per Dostoevskij, perché, a differenza di quest’ultimo, Domenico non conosce donne. – Sta nel mezzo – dice la signora Bellomare, una pettegola, frequentatrice del circolo, – non si capisce da che parte sta, se più uomo o donna o viceversa –.

Il termine “onanismo” deriva da Onan, personaggio biblico e il suo significato nella teologia cattolica è legato alla sfera della sessualità; in senso figurato, indica ogni attività personale o culturale priva di fini, fondamenti e risultati reali, posta in essere velleitariamente per autocompiacimento o artificioso soddisfacimento di un proprio bisogno ideologico o di una propria spinta emotiva. A sua volta, in psicanalisi, il termine coazione indica la tendenza a ripetere un certo tipo di pensieri e comportamenti, anche se inappropriati e irrazionali e l’incapacità d’inibirli.

Il comportamento di Domenico rispecchia appieno tali caratteristiche: per autocompiacimento e artificioso soddisfacimento emotivo e culturale, si lambicca con moduli del gioco a scacchi su cui ha una cultura enorme, si gratifica a comprare opere d’arte, beve, fuma e fa debiti su debiti, incapace com’è di rendersi conto dei suoi errori, di dare carattere ed ordine alla sua vita, di crearsi una famiglia e, recidivo, quando rientra in città, non riesce a sfuggire all’attrazione fatale degli scacchi e ciò lo condurrà infine alla morte.

Un’incapacità, un’inettitudine che lo avvicina ai personaggi dei romanzi di Svevo, quale A. Nitti di “Una vita”o a quelli dei romanzi di Pirandello, quale M. Pascal, protagonista del romanzo “Il fu M. Pascal, a cui è affine anche per la presenza del tema del gioco. Sicuramente reminiscenza della fase surrealista del pensiero di Pirandello, è la concezione della natura come entità rigenerante; Vitangelo Moscarda, protagonista del romanzo "Uno, nessuno, centomila", trova, così come Domenico, nell’ immersione nella natura, l’energia vivificante, ma mentre Vitangelo si annulla irrazionalmente in essa, Domenico ritrova nella natura, grazie anche all’aiuto dei suoi amici, l’equilibrio, la razionalità occorrenti ad indurlo a smettere di bere, di fumare, ad ordinare, al ritorno in città, la sua casa. Tuttavia il gioco a scacchi, la causa prima del suo onanismo, non era stato eliminato e questo, ritornato nella dimora abituale, gli fu fatale.

Insomma Alessi ci propone una storia decadente e del Decadentismo propone alcune tematiche fondamentali: “la malattia”, metafora di una condizione storica di crisi profonda, di un momento di smarrimento di certezze; “l’eroe maledetto”, che sceglie una vita sregolata, condotta sino all’auto-annullamento; o ancora “l’inetto”, che, a causa della malattia che lo corrode dentro, inaridito, isterilito, impotente, più che vivere si lascia vivere, corroso com’è nella sua volontà.

Ottocentesco è invece il tema del “gioco”, frequente nella letteratura russa e soprattutto francese, che Alessi riprende facendone la principale metafora dell’inettitudine del protagonista.

Infine l’argomento della “natura rigenerante” e dello “stato di natura” è presente in vari modi non solo nella letteratura degli ultimi secoli, ma anche nei classici latini e greci, dove la campagna diventa idillio, luogo di pace, delizia ed amore, insomma eden terrestre.

La lettura intertestuale ci ha consentito di rilevare la profonda cultura dell’autore, che trova radici nella migliore produzione otto-novecentesca, non solo per i temi proposti, ma anche per la tecnica narrativa, caratterizzata dalla presenza di un narratore onnisciente, abile caratterizzatore dell’indole dei personaggi, ma anche abile descrittore di ambienti e realtà, che non manca con adeguato cambiamento di prospettiva, di cedere progressivamente la parola al protagonista, che con frequenti soliloqui ci mette al corrente dei suoi pensieri, o ai suoi aiutanti (Saro,etc..). In genere la fabula coincide con l’intreccio, di conseguenza la dimensione temporale, se si prescinde da pochi e brevi flash-back o prolessi è diacronica, quasi il narratore, esclusa la pausa idillica del soggiorno in campagna, abbia voluto evitare il rallentamento della corsa vorticosa del protagonista verso la morte; quella spaziale è rappresentata da ambienti aperti e chiusi e, tra questi, hanno rilevanza il terreno di Alia e la sua casa di città, metafore simboliche, come già si è rilevato, rispettivamente di salvezza e di vizio, di salute e di malattia, di equilibrio e di caos vitale e, nella suddivisione manichea tra bene e male, alla fine è quest’ultimo a vincere e a sopraffarlo.

Lo stile è sobrio, chiaro, senza sbavature, con una sintassi scorrevole e un lessico che, pur tendendo, anche se in modo minimale, al plurilinguismo (siciliano, francese, latino) e all’uso di termini specialistici (linguaggio filosofico, botanico, etc.), tuttavia non si allontana dalla medietà espressiva occorrente all’immediata comprensione dei significati.

Concludendo il romanzo di Giuseppe Alessi merita un vasto pubblico di lettori, perché propone alcuni temi, situazioni e condizioni interiori in cui molti oggi potrebbero ritrovarsi, considerate le condizioni di crisi economica che il mondo sta attraversando e la mancanza di certezze che, come nei primi decenni del secolo scorso, caratterizza la società attuale, dando adito a paure ed angosce che, purtroppo, spesso, trovano esplicazione in atti irrazionali.

Recensione
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