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Ventuno poesie d'amore

L’amore è un argomento cardine della produzione poetica di Adriano Accorsi, e in questa silloge la suddetta asserzione è resa subito esplicita anche dal titolo: ”Ventuno poesie d’amore”, però il frontespizio schilleriano “L’amore è la scala sulla quale ci innalziamo fino alla somiglianza con Dio”, già prepara il lettore a una visione poliedrica e totalizzante di tale sentimento, infatti il poeta, come sostiene il prefatore, tende a dare ”una rappresentazione globale dell’amore”che nel suo molteplice manifestarsi è sicuramente l’asse portante della vita e della civile convivenza in questo mondo. Così l’amore per la sua donna, l’amore per i figli, per i genitori, per i suoi fratelli, ma anche per chi ci odia diventano materia di una poesia che mira a proporre un sentimento quasi francescano, eterno,unico nella sua essenza e nello stesso tempo molteplice nelle modalità del suo manifestarsi, in grado di scindersi in mille rivoli e di investire ogni creatura che il poeta incontra o ha incontrato nel suo percosso vitale.

Nella lirica “Diversi”, Venere terrestre (amore sensuale, carnale) e Venere celeste (amore spirituale, trascendentale, eterno) instaurano un proficuo dialogo esplicativo della loro diversa essenza e, fra l’altro, leggiamo:Tu ami solo \ una persona.....Ti stanchi. Morirai con la carne \ che ti ha generato \ Io invece amo tutti .... Non pongo condizioni.\ Io amo perfino quelli \ che mi schermiscono \ mi flagellano \ e mi uccidono.\ Non mi stanco......Vivrò in eterno \ con lo spirito che mi ha generato. Ebbene nella silloge il secondo è sicuramente prevalente, infatti non è un caso se, dichiarata l’eternità dell’amore spirituale, che nasce dal divino e che nel divino trova la sua origine e il suo fine, il poeta dedica l’ultima lirica della silloge a Momo, il suo cane, amato fratello, con il quale sente di avere una profonda affinità sentimentale e comportamentale,ma dal quale sente anche di distinguersi perché la presenza dello spirito lo fa sentire diverso.

Psiche è anche logos e se essi sono gli elementi differenzianti che distinguono l’umanità, la poesia ne è la più alta espressione, perché sintesi superiore di anima e parola in grado di svelare la congiunzione ideale che si realizza nell’amore, sole radiante di dolore e felicità. Il carattere ossimorico dell’ultimo sintagma è solo apparente, infatti amare genera felicità, ma anche sofferenza, soprattutto quando si è colpiti dalla perdita dell’oggetto dell’amore :Perché la donna in lutto \ bussa alla porta \ della casa in festa.....? (Perché?).

Da un punto di vista strettamente filosofico il poeta oscilla tra una prevalente visione idealistica dell’amore e un materialismo che trova nella memoria genetica la sua esplicazione: Nulla si crea nulla si distrugge... \ Forse.. chissà un brano di memoria \ del mio sangue passerà a altro sangue,... (Forse); Chissà \ quali memorie,\ di chissà quali uomini \ stagnano \ nel mio sangue? (A volte), ma tale oscillazione non sminuisce la forza dell’amore quale energia propulsiva dell’esistenza.

Lo stile del poeta rivela notevole competenza versificatrice, infatti, come nota Bárberi Squarotti, ”la misura e il ritmo sono perfetti”, il lessico pregnante, abile l’uso del cromatismo che carica di significazione i versi: Cosce bianche, vino rosso... cavallo bianco... (L’azzurro e il rosso) e delle figure retoriche, nel cui ambito rilevante è l’uso dell’anafora: Sapevi di muschio... sapevi di cieli.... sapeva di pioggia .. (Sapevi di muschio); Mai le chiesi... Mai... (La danza), etc... che nel martellante proposizione della stessa parola tende a fare di questa il termine chiave del tessuto semantico del testo poetico.

Recensione
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