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L’opera Viaggio verso l’ignoto di Filippo Solito, non può considerarsi un romanzo nel senso tradizionale del termine, infatti esso non presenta una fabula principale intorno alla diegesi dalla quale si muovono altre vicende e altri personaggi minori, ma, precedute da un prologo e chiuse da un epilogo e un velario, la summa di tre fabule vissute da tre protagonisti, ognuno con un nome e una storia diversi: Louis Rannequin, Gianpaolo Morici e Filippo Solito. Diverso è anche il contesto storico  geografico in cui le vicende si svolgono:il prete Mannequin, vagabondo nell’adole-scenza, vive in Francia nella seconda metà del Settecento, quando la miseria imperversava e briganti come Mandrin venivano visti dal popolino come difensori e propositori di giustizia e libertà, valori che poi diventeranno le principali rivendicazioni della Rivoluzione francese; Morici vive in Sicilia al tempo dei Fasci siciliani, dei Moti del 48 e poi dell’Impresa garibaldina; Solito, l’ultimo dei protagonisti è anche lui siciliano, ma vive nel Novecento, ha sperimentato perciò il Fascismo, l’Intervento anglo-americano e continua a vivere i nostri giorni; il prologo poi si svolge in America, in Messico. Il cronotopo è quindi vario, così come i protagonisti che individualmente raccontano la loro storia. La dimensione temporale, in particolare, abbraccia tre secoli, quella spaziale, sebbene la terra di Sicilia sia prevalente,grazie al prologo arriva al nuovo mondo.

Eppure un filo rosso unisce le storie e fa sì che a buon diritto venga definito un romanzo: l’affinità psicologica dei tre protagonisti-narratori che rispecchiano aspetti, emozioni, modi di essere e di sentire che sono propri dell’autore, sicché ,come è ben detto nella prefazione di Fabrizio Legger, i protagonisti narratori Rannequin e Morici sono alter ego di F. Solito autore, che nell’ultima parte affida a se stesso il ruolo di narratore protagonista e si confessa nella sua nuda identità.

Dunque l’unità narrativa è data proprio dall’affinità psichica dei personaggi in cui di volta in volta Filippo si sdoppia. Sono parecchie le spie che inducono a tale asserzione. Ma per essere più chiari, prima di proporle, dobbiamo accennare alla struttura narrativa:le tre fabule di cui si è detto,titolate rispettivamente “Quando il cerchio si chiude” ,”Gli anni che restano” e “Stelle cadenti”, promanano, ossia trovarono lo snodo da un prologo in cui si narrano gli unici fatti che accadono nel presente narrativo, o per meglio dire, gli unici eventi in cui il tempo del discorso coincide con il tempo della narrazione, mentre tutto il resto, cioè le tre storie sono dei flash-back, ossia dei ritorno indietro memoriali, susseguirsi di ricordi.

Filippo, vagabondo, avventuriero, poeta e sognatore, come tanti altri avventori si trova in un meriggio d’estate in una birreria del lontano Messico, qui incontra una donna che serve ai tavoli, ma lei non è una normale cameriera, il suo stesso aspetto fisico, il modo di comportarsi rivela la pluralità semantica che è possibile attribuirle: indovina , madre, vita, morte, amore. Si legge nel prologo: ”La mescitrice si accostò al mio tavolo. Sorrideva con gli occhi … tornò sorridere come una bimba e mi prese la mano… Tutto il mio essere racchiuso in quelle mani, tornava lontano, lontano nel tempo… (pagine:7, 8). Da qui inizia un lungo flash-back che racconta le altre storie.

Nella fabula di Rannequin e di Morici si incontrano delle donne ed esse presentano aspetti fisici, abbigliamento e comportamenti affini a quello della mescitrice della birreria. Questa ha gli occhi neri, porta al collo una lunga collana di minuscole conchiglie e calza scarpette di camoscio, i capelli sono intrecciati con un nastro di seta nero e versa all’anonimo avventore acqua fresca di sorgente. Anche il prete Rannequin, durante una delle sue omelie, è attratto da una donna, Charlotte, che ha gli stessi occhi neri ed è adorna di una collana di piccole conchiglie e che gli rapisce l’animo, gli genera passioni e tormenti che a stento doma; anche Luciana, la figlia del poeta popolare Di Maio, nella storia di Gianpaolo Morici, raccoglie i capelli con un nastro di seta nera, porta una collana di piccole conchiglie e calza scarpine di camoscio che erano appartenute alla madre, inoltre, pure lei, Luciana, offre acqua fresca rigeneratrice a G. Paolo e anche lei per ragioni sociali è un amore impossibile, come Charlotte per Rannequin; infine, anche la signora che poi si rivela essere la morte, offre da bere a G. Paolo, ma questa volta non trattasi di acqua, bensì di vino.

A lei G. Paolo si rivolge chiedendole chi fosse, adottando lo stesso frasario che adopera per la mescitrice del prologo, che di tanto in tanto riappare nella narrazione a ricordare quasi la sorgente dei ricordi, ad esempio, nell’incipit della terza e ultima parte: ”– Ma tu chi sei, ma tu chi sei? – Chiedo ancora alla strana donna, dagli occhi scuri e intensi, con la collana di piccole conchiglie…–”, creando in tal modo un trait-d’union non solo simbolico, ma concretamente narrativo tra la mescitrice del prologo e le donne che progressivamente intervengono nella altre storie, con le quali, come si è precedentemente rilevato, finisce con l’identificarsi attraverso uno sdoppiamento che fa loro mantenere una certa affinità di gusti nell’abbigliamento, rivelatrice delle identità di funzioni.

Sono queste, come le chiama Leo Spitzer, delle spie stilistiche rivelatrici dell’inconscio, che giustificano la pluralità semantica che il lettore è indotto ad attribuire a tali funzioni. Insomma, possiamo dire che per F. Solito, la donna racchiude in sé un’essenza panica che, come si è detto, la fa divenire madre, profetica zingara, oasi d’amore e di pace, natura datrice di acqua lustrale e di oblioso smemoramento contemplativo e rivelatore di verità, insomma emblema di vita e di morte; la donna è l’oggetto-soggetto, che rispettivamente è mosso dai personaggi in cui di volta in volta si sdoppia l’io-protagonista e che li muove nella ricerca del senso dell’esistenza; la donna è il mistero da cui nasce la vita e che può dare una risposta al senso della vita che concepisce e genera. In una prospettiva psicanalitica, l’acqua rigenerante che offre può essere mistificazione onirica non solo del liquido amniotico in cui la vita nasce, ma anche della purificazione, rivelatrice della verità, del senso da dare alla vita, nel percosso, talvolta anche tragico, che essa ci riserva.

Per Filippo la verità svelata, l’acqua rigeneratrice e per questo, il fine dell’esistenza, è il bene: ”la verità è il bene e il bene è la verità”si legge nell’epilogo. La struttura chiastica del breve periodo, la sua posizione isolata nella pagina del libro rivelano anche formalmente la pregnanza semantica che l’autore vi attribuisce. Sempre nell’epilogo, la mescitrice, di fronte all’iterata richiesta di dichiarazione d’identità, parla attraverso i suoi occhi e rivela la verità: ”– Sii sempre te stesso, con la tua idea madre, con la tua perseveranza…–. (pag. 94). Quindi essere se stessi, darsi un ruolo nella vita, insomma esserci direbbe Heidegger, ma per esserci bisogna vivere secondo le proprie idee con coraggio e senso di giustizia, senza ascoltare le sirene insidiose del mondo, spesso devianti e conducenti verso baratri mortali.

Dare un senso all’esistenza, schiude le porte dell’infinito e ci rivela Dio, dentro noi stessi, infatti alla domanda di Filippo: “–dov’è Dio –” , la mescitrice che continua a tenere avvinte le sue mani risponde: “– La luce eterna è dentro di te. Se la cerchi la trovi e la custodisci –” (pag. 94)

E, per concludere, alla mescitrice di acqua lustrale, alla mescitrice di verità il vagabondo Filippo non può non chiedere notizie intorno all’origine del male; questo, privato da ogni illusoria trascendenza,viene considerato solo ed esclusivamente umano, generato si afferma: “dalla paura di se stessi e dell’ignoto del nostro simile; dall’amore di se stessi e quindi dal rifiuto cosmico”. (pag. 95)

Quindi integrarsi con l’altro, vivere la gioia e il dolore di coloro che incontriamo nel cammino della vita, è fondamentale per evitare “l’egoarchia”, come risponde la donna, e con essa il male che genera e ritrovare, di conseguenza, in chi ci sta vicino, DIO e la sua luce che vibra dentro noi.

Il titolo dell’epilogo ”Il mito della caverna” ci riporta a Platone, alle modalità con cui il filosofo affrontò il problema della conoscenza e quello della morte ; in effetti è possibile instaurare un parallelismo tra la condizione dell’uomo della caverna di Platone e Filippo, nonché gli alter ego in cui egli si sdoppia: nel corso della vita il protagonista è legato ai ceppi, guarda come il cavernicolo solo ciò che ha davanti a sé e crede che ombre, contingente e apparente siano l’unica realtà e, al massimo, girandosi indietro, perviene ad una conoscenza sensibile, fatta di opinioni; solo uscendo dalla caverna e per Filippo, fuor di metafora, dalla vita, sarà possibile pervenire alla verità. L’osteria messicana è così il corrispettivo metaforico della caverna platonica e nello stesso tempo allegoria della vita priva delle conoscenze esistenziali ed ontologiche a cui l’uomo, nonostante i suoi sforzi, non riesce a dare risposta; la mescitrice, le sue mani, i suoi occhi, attraverso i quali trasmette il fluido della verità, sono allegoria della morte, quale rivelatrice del senso della vita, quale risposta ultima a quelle domande che ognuno di noi si pone e alle quali non riusciamo a dare risposta nel corso dell’esistenza. Così la pluralità semantica della donna converge nel nesso-chiave che tale pluralità contiene: la morte- rivelatrice, la morte -conoscenza, la morte vita, attraverso la quale e nella quale troviamo la spiegazione del mistero e che perciò diventa il fine a cui tende l’uomo e la molla che lo spinge ad agire e a pensare.

Infine si vuole evidenziare che chiude l’opera un velario. Nell’antica Grecia e in Roma esso copriva i teatri per evitare il sole caliente o le intemperie, quindi completava l’opera architettonica. Nel Viaggio verso l’ignoto, titolo del romanzo, completa e quindi conclude l’opera letteraria e la conclude proponendo un canto popolare siciliano”Vitti na crozza”, che tutti conosciamo e che, come sapete, ha per protagonista il cranio di un uomo, morto in guerra, che, dopo l’amara constatazione di una vita trascorsa senza consapevolezza: Sì nn’jèru, sì nn’jèru li me anni, | sì nn’jèru, sì nn’jèru un sacciu unna, | chiede delle esequie in cui svela un riposo eterno, caratterizzato da un’immersione dell’io nella totalità dell’essere, in cui il confine tra vita e morte viene completamente meno e la seconda, la morte, è foriera di serenità, di gioia, stati d’animo positivi che nascono non solo dalla fine dei travagli della vita, ma anche e soprattutto dalla conoscenza del senso della vita stessa: Cunsatimi, cunsatimi stu lettu | tuttu ntrisutu di aranci e ciuri, | unna i sireni ci vannu a cantari, | unna li pisci cifannu l’amuri. Quindi si instaura una affinità di significato tra il mito della caverna di Platone e il canto popolare siciliano.

Anche F. Solito considera la morte rivelatrice di verità e, nell’avanzato percorso del suo viaggio nella vita, per parafrasare il titolo dell’opera, squarcia il velario e rivela l’ignoto: ”Allora il velo di Iside si sarà finalmente squarciato e dissolto come una nuvola…E la vera vita, il suo volto luminoso apparirà in tutta la sua nudità e interezza”.(pagg. 96, 97). Inizia quindi un nuovo viaggio, dove il vagabondare non è ricerca di verità e di bene, ma possesso che vanifica il contingente.

Consideriamo adesso l’opera da un punto di vista più strettamente formale ed estetico. I narratori, ma potremmo anche dire il narratore se consideriamo G.P aolo Morici e Louis Mannequin alter ego di F. Solito, sono omodiegetici, essi parlano di sé in prima persona. Sono personaggi istruiti e ciò consente loro non solo di fare riferimenti culturali, ma di sapere anche indagare a fondo nel loro animo con notevole abilità psicanalitica e di sapere valutare in modo consapevole il contesto storico in cui vivono ed operano; inoltre spesso si esprimono con un linguaggio che potremmo definire prosa d’arte, prosa lirica, soprattutto là dove si affidano alla memoria nel descrivere paesaggi ed ambienti. Ad esempio, prendiamo in considerazione qualche rigo del prologo in cui si parla del rampicante: ”Il rampicante ascende, s’inceppa, si ferisce, slitta, torna a superare i massi, ad allungarsi sui muri, poi si sgretola, si abbatte e muore. Dopo una luce primordiale lo soccorre. Diventa qualcos’altro, destinato ancora a lottare, riproporre il ciclo esistenziale, ritorna da capo alle origini.” (pag. 6) Qui si colgono echi del D’Annunzio di Alcyone nel procedere per asindeto, nell’accumulo verbale, attraverso il quale il narratore propone al lettore il ciclo vitale della pianta, né, a livello concettuale, è da trascurare sottotraccia la presenza di filosofi, quali Holbak e Lamettrie, per i quali tutto si distrugge e si crea in un perenne processo di vita e di morte. O ancora, come esempio di prosa lirica, possiamo considerare qualche rigo di pag. 15: “Si sentiva da lontano un latrare di cani. I cacciatori tornavano alle loro mense. Prolungai la passeggiata per vedere sorgere la luna piena dai ciuffi del bosco. Il cammino era chiaro. Sembrava quasi una porzione di cielo. L'impressionismo paesaggistico ricorda Pascoli o qualcuno dei pittori che nell’ambito di tale movimento artistico è inseribile; il fatto è che F. Solito nell’ambito della prosa riversa la sua profonda sensibilità lirica che fa di lui anche un grande poeta e, ad ulteriore conferma della mia asserzione, consideriamo a pag.18 il secondo capoverso della pagina:”Ma la calma invitante di quella stanza, l’aspetto severo della libreria, il paesaggio boschivo che si scorgeva dalla grande vetrata, la temperatura mite, quel silenzio sovrumano, il silenzio delle cose davanti alla signora divina….” qui infatti non solo è rilevante la già notata tecnica dell’accumulo, ma anche l’importanza che il narratore attribuisce all’elemento fonico, quale correlativo simbolico di uno stato d’animo, in particolare il ripetersi della “S” evidenzia l’ansia dell’attesa.

Si potrebbero fare tante altre osservazioni, ma credo che ciò possa bastare per rilevare la complessità e la modernità strutturale e stilistica del romanzo, oltreché le valenze tematiche e ideologiche che lo caratteriz-zano.

Insomma, Filippo Solito, ancora una volta, mostra di essere un notevole rappresentante della letteratura contemporanea.

Recensione
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