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Fermenti, nr. 251/2021

Tra le poche riviste cartacee che ancora r/esistono in Italia, assume un ruolo benemerito la romana “Fermenti” che, annualmente, propone dei veri e propri volumi da collezione. Fino al nuovo nr. 251 (anno LI, 2021, € 26,00) che, distribuito in Italia da “Libro Co”, si avvale di numerose presenze (nel caso, pressoché una cinquantina) assumendo un’identità variegata e multidisciplinare: con interventi di narrativa poesia teatro cinema politica costume sociologia filosofia linguistica filologia e, in prevalenza, di esegesi letteraria, d’arte e musicale.

Nell’editoriale, il direttore della rivista Velio Carratoni, incentrando il proprio argomento su Roma, svolge una critica, virulenta anzichenò, contro il pressappochismo di pregressi costumi che hanno paralizzato la Capitale condannandola a una pervasiva mummificazione, foriera d’inarrestabile decadenza.

Tempestivamente attestato sull’attualità pandemica, segue il saggio dello psicologo Giovanni Baldaccini sulla “dissonanza” indotta dall’irruzione del Covid 19 in un vivere umano che, per ignoranza della propria precarietà e un’ottusa “coscienza che nega”, neppure pensa di dover mutare il proprio corso catastrofico.

A ridosso, Alberto Artosi e Marta Taroni sviluppano un’analisi del rapporto tra istituzioni politiche, l’emergenza coronavirus in tutte le attività sociali e lo Stato sanitario italiano.

Dopo le debite testimonianze a proposito di una pandemia coniugata in stucchevoli dibattiti e accese intemerate, si evidenzia, sul versante d’una critica fecondamente sospesa tra accademia e militanza, il saggio di Francesco Muzzioli dedicato alle suggestioni del “multiromanzo” nell’opera dello scrittore comasco Giancarlo Buzzi, neobarocco novecentesco proveniente dalla tradizione sceltamente assimilata, oltre che di Rabelais e Joyce (e, forse, Céline; e, da più lontano, Sterne), dei Gadda Manganelli D’Arrigo Pizzuto e d’un poligrafo dal funambolico talento qual è Giani Toti; che, quasi coetaneo di Buzzi, aspetta un proprio posto nella nostra letteratura postrealista e più innovativa.

Sullo stesso Buzzi s’intrattiene Marcello Carlino (anche autore di una lettura delle pièces teatrali, pubblicate postume, di Mario Lunetta – cfr. Teatro anatomico, 2020) ponendo in risalto il carattere “fortemente testimoniale” del romanzo Isabella delle acque (1977). Tale libro, privilegiato dallo stesso Buzzi come, ancora su “Fermenti”, rilevano il figlio Marco e Silvia Cavalli, è quello dove più densamente si concentra l’inventiva prassi del talento onomaturgico dell’autore in dialettica con un esistenzialismo/umanismo critico e gli ondeggiamenti contraddittori della sua risentita sensibilità.

Un pregevole saggio è Rebora, Leopardi, la musica e dintorni di Raffaele Pellecchia: sul Rebora mistico, vichiano, alfieriano, pianista innamorato della musica, poeta senza fiducia in sé stesso e devoto del “mal noto” Leopardi maestro di un ‘pensiero poetante’ che, ricercando la musicalità, distingue tra suono (il canto) e armonia, e non estingue la propria poetica nella speculazione filosofica.

Se un risarcimento critico per uno scrittore da recuperare al canone letterario novecentesco è il saggio di Simona Cigliana su Antonio Delfini e la sua “scrittura della fine del mondo”, una conferma di valori stabiliti e alfine classici costituiscono il saggio di Emanuele Bucci sulle allegorie politiche di Gadda, rappresentate, al modo del ‘discorso morale sugli animali’, nel Primo libro delle favole(1952); o uno studio di George Popescu intorno al motivo del “labirinto” e l’immagine della “spirale” in Vincenzo Consolo, con particolare riferimento al romanzo del 1974Il sorriso dell’ignoto marinaio.

Si prosegue con due scritti di Sergio D’Amaro su Lucio Mastronardi e Tonino Guerra; con un approfondito saggio di Vincenzo Guarracino sulla poesia e la vicenda umana di Curzia Ferrari; col ricordo, da parte di Bernardo Pieri, figlio dell’estroso critico, docente anticonformista indocile all’accademia, Marzio Pieri; con florilegi di recensioni a cura di Carratoni, Guarracino, Gemma Forti di cui figura il racconto La fuga a metaforizzare un riflessivo stress da contagio: “A chi fa comodo la nostra fine?” esala la protagonista Mary.

Nella sezione “Arte” spiccano una rassegna di Alessandro Gaudio dedicata al “Libro d’Artista” e all’Archivio Koobook di Catania; l’esauriente disamina di Gabriella Colletti della pittura di Klimt, sostanziata da “emblemi, segni, presagi, simboli dove l’arcano improvvisamente diviene chiaro”; l’attenzione dedicata da Eleonora Doci al poeta verbo visuale-performer Giovanni Fontana per un’importante “mostra-installazione visiva e sonora” del 2020 al Centre International de Poésie di Marsiglia.

Per la poesia, è proficuo il richiamo di Maurizio Nocera alla biografia di Alfonso Gatto, poeta che nel libro Il capo sulla neve. 1943-1947(1947), esprimendo la sua nuova militanza politica e civile, marca la fine della stagione dell’Ermetismo.

Scrittore e traduttore, Gian Piero Bona è un lirico visionario che in “Fermenti” viene commemorato riproponendo dei versi tratti da Serenate per l’angelo (2012); mentre di Gualberto Alvino, filologo e lessicografo, saggista e narratore, è ragguardevole la valenza d’una tetralogia di poemetti (Da gauche à droite,Dolce traverso,Codices inutiles, Rhetoricanovissima) dall’élan beckettiano, redatti con precisione chirurgica o “cerusica esattezza”.

Fenditure del cielo è il titolo del manipolo di poesie di Mario Rondi, di cui, altresì, appaiono due racconti. Come due sono gli apologhi di Bruno Conte; seguiti dal racconto Alla cieca di Carratoni, anche autore del libello in versi Che ne sanno i pinguini?.

Di forte impatto sono le supremamente ispirate Quattro prose narrative di Marco Palladini. Né mancano, in questo badiale fascicolo (588 pagine) che sfida l’effetto di massa e l’entropia, scritti sulla musica a cura di Valerio Ciarocchi e Michele Goni; e, sul cinema, di Gualtiero De Santi e Claudia Geminiani

Recensione
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