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"Né a destra né a sinistra" – scrive Maria Grazia Lenisa – "sta chi vola, ha una bussola sola, la Poesia, un percorso che sale oltre la croce d'una stella morta...". Perciò, "chi vola – il poeta – può chiamare `dolce' il critico che niente ha da perdere più, che può cantare la verità oltre il giusto e l'ingiusto...". Certo, niente perde chi, percorrendo ogni vicenda, piega e fibra della civiltà letteraria, ha letto pressoché tutti i libri di versi pubblicati in Italia negli ultimi decenni.

"Ragionando col silenzio", costui ora sa – e lo scrive – che una possibile o ancora inedita storia critica della poesia italiana del secondo Novecento non terrà in considerazione molta parte degli assetti storiografici, alquanto lusinghieri ma fin troppo preventivi e tutt'altro che assoluti, fino a oggi fissati intorno ad autori, spesso privi d'un vero rilievo quando non carenti di valenza poetica.

Allora dovrà lo storico – se mai potrà esisterne uno scevro d'ogni condizionamento e risolutamente, cioè disinteressatamente, critico – cominciare da un `grado zero' giustificante la caritatevole crudeltà di gettare alle ortiche le scontate bibliografie; tenendo conto non di scuole o tendenze sempre rinserrate in circuiti privi di conoscenza fuori di sé, ma nient'altro che delle qualità testuali emergenti (uscite, critici, dalla galera di questo scorcio del "secolo bugiardo" e cessate, versificatori che avete scambiato la poesia con la benemerenza, di aduggiare la Storia!).

Tra i riferimenti per una revisione, pure difficile ma non per questo meno appassionante, del discorso su poeti italiani moderni e contemporanei che hanno posto peculiari suggelli sulla fine del Millennio può essere Lenisa; che, con un libro come Incendio e fuga, conferma la sua ineludibile qualità: e lo fa con discrezione, entrando nel suo deserto Palazzo senza bisogno di farsi annunciare e in segreto, col viatico di un'editoria non industriale e come passando "dalla porta di servizio".

Totalmente identificata con la propria materia scrittoria e con un senso estremo del vero che include la grazia di un'accesa visionarietà mistica e profetica, l'autrice privilegia il modulo d'una versificazione come specchio riflettente, ancora più delle cose, le parole: che sono quelle precipue della scrittura affrancata da un'oralità corriva sempre inadeguata al senso originario.

Storia temeraria d'una poesia come scrittura autonoma è dunque quella dell'opera lenisiana, iniziata a metà degli anni Cinquanta nel segno d'una ricerca conoscitiva alacre, profonda e implacata. Ricerca escludente i vani sperimentalismi e votata a fondare inedite strutture del verso col ricorso a una serie di simboli, stemmi e diademi incastonati in figure di stile. Così gli Arcani maggiori dei Tarocchi, referenti d'una sorta di psicologia esoterica alla quale non mancarono di ricorrere perfino Freud e Jung, possono diventare le chiavi di lettura d'un testo sapienziale che, mentre allude ai propri sulfurei significanti, addita il percorso iniziatico d'un destino poeticamente identificato.

Allo stesso modo, l'Amore cederà il proprio significato emblematico alla parola amore che, esperta nell"astuta rima con cuore", fa risuonare i sinfonici Luoghi dell'Essere ai cui vertici svetta la poesia. Sono luoghi dove, con acuzie meravigliosa, estro leggero e sovrana innocenza, "la follia si mischia alla saggezza" prima che quest'ultima prenda a ritmare le solenni cadenze d'un cammino nelle infinite distanze del mito; per pianeti e città d'oro, labirinti, fortezze e santuari: indugiando in trepidi incontri coi poeti-maestri (Benn, Montale, Luzi, Pasolini, Sanguineti, Zanzotto; dietro i quali occhieggiano Sade, Rimbaud e il profilo psicotico di Virginia Woolf), sfiorando le "mani ossute" di Dio, questa chimera senza volto parlante "una Lingua perduta" e abbandonandosi all'abbraccio alato di un angelo bizantino.

E un angelo in "fiamme", risorgente come la fenice dalle proprie ceneri, parlante un linguaggio d'ombra, di fuoco e, alfine, di luce (perché "Libro nella luce" vuoi essere questo libro vibrante nel gioco di luminescenze che rischiara l'essenza della parola e le sue stratificazioni via via liberate dalla tenebra dell'inconsapevolezza). Angelo terrestre e, insieme, compagno di "Eros che affina i corpi nella luce"; e infero, tentatore, terreno: coniugante il mondo ideale e il reale, "tra cielo e terra nella luce"; angelo teofanico e mediatore, angelo testimone della potenza dell'immaginario... L'angelo lenisiano, che ora segrega il proprio nome in un miniato anagramma (Lisena) e subito dopo lo svela in un patronimico emblematico (Lenisa, appunto; che dà il proprio nome all'angelo: quasi a interpretarne la funzione trasfiguratrice).

Ha la voce della pura scrittura l'angelografia di Lenisa: che pronuncia non ieratiche verità di fede bensì le parole dell'immanenza creativa o trascendente, ovvero della poesia. E, ancora, quello dell'autrice, il teosofico angelo di Yeats, l'angelo eroico e tutelare di Holderlin e l'essere angelico-estetico di Rilke, tremante di pena per lo smarrimento e la pochezza dell'umano troppo umano; l'angelo 'visitatore' di Schumann o il casto Spirito di Claudel, turgido di energia e volontà d'amore; o anche l'inaspettato angelo imbelvito dalla mancanza d'amore, che morde, graffia, stritola, in un distruttivo fulgore...

Viaggiando per un'arcana "via dell'Oltre", la poetessa ha eletto Bisanzio e Gerusalemme quali metamorfici siti dell'anima ("Gerusalemme o Bisanzio che importa chi per primo è arrivato?") sfiorati dal turbinio delle piume perse dagli angeli buoni in ardito equilibrio con le forze impersonali, le creature spurie, notturne, che insidiano la mente e il cuore dei poeti. Consapevole che l'Angelo, colui "che rifiuta il copione del mondo", non assiste all'attuazione dei meschini propositi umani ma esclusivamente all'armonia divina, Lenisa ascolta i messaggeri d'un idioma carico d'amoroso mistero. E, poi, proprio da quest'ascolto che nasce la poesia.

Recensione
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