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Teatrino e ‘scritture di scena’ di Liliana Ugolini

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La marionetta – sorella del riottoso pupo della siciliana Òpra dî Pupi – è allegoria di un mito d’innocenza e trascendenza che vorrebbe straniarsi dalla realtà risaputa per crearne una nuova e diversa

Beate marionette […] su le cui teste di legno il finto cielo
si conserva senza strappi!
(L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904)

Nell’abbraccio con l’Angelo la Marionetta / dà vita al dramma.
(R. M. Rilke, IV Elegia duinese, 1923)

Soprattutto e per lo più, Liliana Ugolini predilige esprimersi in un teatrino senza tempo e certo irregolare o anomalo, basato su una ‘scrittura di scena’ scandita dal verso libero e dalla ‘voce’.

Esordita nel 1980 con la raccolta di poesie Il punto, dopo avere pubblicato una serie di sillogi vocate alla rappresentazione scenica (La baldanza scolorata, 1993; Flores, 1994; Bestiario, 1995; Fiapoebesie/vagazioni, 1996; Il corpo-Gli elementi, 1996; L’ultima madre e gli aquiloni, 1998; Marionetteemiti, 1999; Pellegrinaggio con eco, 2001; Imperdonate, 2002), l’autrice conferma compiutamente il suo impegno rivolto a un ‘teatro di poesia’ polimorfo e ‘sliricizzato’ con l’esemplare Spettacolo e palcoscenico (2003). Questo libro – si riporta nel prologo –, “non è stato volutamente elaborato né affinato […] perché il lavoro su esso verrà fatto teatralmente. È nello spettacolo, a seconda delle esigenze di lettura, che il testo sarà di volta in volta trasformato dal lavoro di gruppo”: poiché “la parte cartacea è solo l’inizio del dire”; e sarà nelle variabili e nelle circostanze o epifanie sempre imprevedibili dello spettacolo che la poetessa realizzerà un’interazione intensamente comunicativa tra significante e significato.

È così che, tra luci, suoni, movimenti sul “palcoscenico […,] lì nella stanza delle marionette” e al di là della pagina, prende vita una rappresentazione ogni volta diversa, reinventata e nuova: “Concretizzo l’immaginario nel teatro / invece di sognare una realtà / che è cosa ben diversa nel molteplice. / Invento nel teatro verità e lì / sono libera […]”; e “libera, liberata”, specchiandosi in un “ritratto di marionetta” mossa dall’alto tramite fili, coi “capelli di rade radici” e “gli occhi di giada in lunette”. Ciò, diversamente dal pirandelliano pupo nichilista (“Siamo tutti pupi…” ecc.), dai gesti bruschi del burattino mosso dal basso dalla mano del burattinaio, dal rigido manichino e dall’aggrondato fantoccio troppo compresi nella loro totemica fissità.

Aggraziata e mai svenevole, enigmatica sembianza fatta di legno velluto latta tela carta aste fili e colori a olio o tempera lucidata, ora principessa ora paladino, saracino, diavolo, strega, ballerina, soldato, animale fantastico, l’armoniosa marionetta ha movimenti sciolti ed eleganti. Ne sono ispirati artisti come Klee, Oskar Schlemmer, Tadeusz Kantor devoto al polacco Bruno Schulz autore del romanzo Le botteghe color cannella (1934) dovizioso di riferimenti alle marionette: già presenti, queste, nel XXVI capitolo della seconda parte del Don Chisciotte (1605) di Cervantes, aggredite dal folle hidalgo che le scambia per soldati nemici e le sconcia a colpi di lancia.

Né sono obliabili le marionette di Salisburgo ispiratrici di Mozart, le marionette futuriste di Depero e quelle dei dadaisti (tra questi, la grande marionettista e ballerina svizzera Sophie Taeuber-Arp) o, di Carmelo Bene, lo spettacolo, rappresentato per la prima volta nel 1961 presso il Teatro Laboratorio di Roma, dedicato al pestifero bambino-marionetta Pinocchio con la fastidiosa Fata dai capelli turchini che ne tira i fili. E c’è Pasolini che, nel cortometraggio Che cosa sono le nuvole (1967) ripreso dall’Otello shakespeariano, fa recitare in costume marionettistico Totò-Jago e Ninetto Davoli-Otello incantato dalle nuvole; o Eduardo De Filippo che riscrive in un espressivistico gergodialetto napoletano, scandito da marionette-guappi, La tempesta shakespeariana posta in scena al teatro Goldoni di Venezia (1985). Fino a Dario Fo il cui primo contatto con il teatro è attraverso le marionette, utilizzate in chiave di satira contro il potere…

Segue il Teatro dei Sensibili di Guido Ceronetti, che in uno scritto del 6 gennaio 1999 pubblicato nell’inserto di “Tuttolibri/La Stampa”, dichiara: “La marionetta può esprimere essenze metafisiche, operare trasformazioni della materia”. Un cimento, questo, anche del marionettista australiano-olandese Neville Tranter con la sua compagnia detta Stuffed Puppet e le sue marionette da lui stesso costruite a dimensioni umane, protagoniste nel 2006, al Teatro Sociale di Brescia, del perturbante spettacolo Schicklgruber, alias Adolf Hitler (2006).

Come per Kleist, l’autore del memorabile dialogo Sul teatro delle marionette (1810) e sul perché il sapere causerebbe negli umani la perdita dell’innocenza, anche per la Ugolini la marionetta – sorella del riottoso pupo della siciliana Òpra dî Pupi ispirata al ciclo carolingio, del frenetico burattino-mezzobusto fatto muovere a scatti stizzosi, del rigido manichino e dell’ottuso fantoccio – è allegoria di un mito d’innocenza e trascendenza che vorrebbe straniarsi dalla realtà risaputa per crearne una nuova e diversa. Una realtà fatta di atemporali creature fantastiche sospese in un’aura di grazia e ieratica innocenza: in un ineffabile “mondo magico [… di] consolazione, beatitudine, motivazione, gioia e definitiva quiete” (L. Ugolini, Delle Marionette, dei Burattini e del Burattinaio. Rilettura fantastica del Teatrino, 2012). Mondo di barbagli e luminarie baluginanti, leggiadro locus solus d’una poetessa testimone di gioia e letizia che adesso ricorre a una prosa variegata e scandagliante tesa sul filo d’una gentile ironia; mondo di sogni e giostre, arlecchini e colombine, clown e girandole, damigelle, ballerine, angeli, uccelli del paradiso e cavallini inalberati, gemme, nastri, diademi e collier, balocchi, cappellini a ruota e mezzelune arabe da milleeunanotte.

Finché non avviene che un Burattinaio infido, sorta di proteiforme demiurgo e Grande Manipolatore del destino, “ora serpente, ora sole”, creatore delle marionette umane e da queste creato (come si dovrebbe sapere, ‘non è Dio che ha creato gli uomini, ma sono stati gli uomini a creare Dio’), prenda a tirare i fili del Teatrino del Mondo, questa “pallina ovale” vorticante nello spazio trascinando con sé i suoi abitatori. Qui, sotto gli occhi d’un Burattinaio dalle idee forse confuse, vero dio dell’entropia, ne fa tante e di buffe la diffusa specie dei popoli-marionetta: “Per esempio se la marionetta vive in un luogo deve avere una moglie sola se vive in un altro può addirittura avere un harem!”. Inoltre, “si fanno cause per un metro di terra e per migliaia di morti in guerra nemmeno una, solo perché il burattinaio fittizio (quello che abita nelle case bianche o ai viminali) ha diritto di vita e di morte sulle marionette”… Ed è così che la ‘scrittura di scena’ e la marionetta introducono la più corrosiva delle critiche contro il potere del Burattinaio e di altre marionette o, alfine, imperscrutabili androidi e robot umanoidi mossi da occulti fili su un palcoscenico “che si chiama ‘parlamento’”.

Comunque si sappia che, come stabilito dal non equanime demiurgo, non tutte le marionette sono uguali. Se “nel Teatrino Immaginario le marionette hanno i volti serafici o demoniaci” e mostrano di sé soltanto ciò che “vorrebbero fosse evidente”, restano invece del tutto criptiche le marionette umane che, nel proscenio della società, non sono mai ciò che sembrano.

Ma ora – scrive la poetessa – si prenda la “marionetta Super”, quella che il regista teatrale francese Gaston Baty ritiene superiore all’attore in carne e ossa, la quale, grazie al proprio talento, sa aprire “alle altre marionette nuove strade”. Epperò queste, quasi sempre, non solo non se n’accorgono, ma, pure accorgendosene, “fanno di tutto per mettere i bastoni fra le ruote”.

Allora la Supermarionetta è costretta a intraprendere “un cammino ‘contro’ sull’orlo d’un abisso che la vuole inghiottire ma lei ce la fa”: magari “con l’aiuto del Burattinaio (sempre lo stesso)” che qualche volta si spreca a soccorrere o incoraggiare le marionette più intrepide. Anche se poi, non di rado, lascia che non vadano d’accordo fra loro e non si comprendano e si detestino: ‘umane troppo umane’! Inoltre acconsente che siano egoiste, permalose, avide, disoneste, prive di coscienza (se no, che marionette sarebbero?), e cattive, crudeli, stupide, pronte a farsi la guerra: guerra di marionette/eterodirette che “corrono corrono, parlano parlano, scrivono scrivono, lavorano lavorano, costruiscono costruiscono, distruggono distruggono, dando l’idea del caos dell’universo”.

Ma dopotutto è un caos lasciato fuori dell’accogliente Teatrino ‘di figura’ e ‘da camera’ o ‘appartamento’, e tutto, programmaticamente, ‘di poesia’; dove Liliana Ugolini accoglie le marionette: le vere e le antropomorfiche. Peraltro – lei tiene ad affermare –, “La marionetta è il corsivo di me”.

Firenze, 4. VIII. 2016

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