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Duccio Castelli in prosa ed in poesia

Maggio 2003

Sento di dover ritornare sulla poesia di Duccio Castelli, i cui libri da qualche anno non rifornivano più il palchetto del mio scaffale riservato agli autori contemporanei. Ma vi ritorno partendo da un testo di prosa, che mi aiuta a capire la sostanza umana che avevo già sfiorato e talvolta abbracciato nel calore di un consenso quasi sempre immediato agli agili quaderni dei suoi versi.

La prosa, dicevano i retori una volta, è fatta per integrare la poesia, per capirla, per farla reale trasportandola dal cielo in terra. Non che fosse intrinsecamente diversa, come se le parole-poesia fossero di natura estranea se non opposta alle parole-prosa (non occorreva la rivoluzione romantica per rendersi conto che molte prose contengono più poesia della letteratura in versi) ma quella che suol dirsi in presa diretta con i giorni e con le idee che di volta in volta bussano alla porta del giudizio e della volontà operante, insomma la cosiddetta coscienza che ha un volto collettivo irresponsabile ed uno individuale e responsabile, è cosa che si affida al discorso prosastico. Ora di Castelli era noto un solo testo in prosa, il racconto Una ragazza per quattro mesi che illuminava un aspetto tipico della società italo-americana cioè la frizione nello stesso ragazzo protagonista tra i “modi da bullo di Amos Turner e la sua realtà di ragazzo serio e pieno di buoni sentimenti”: un’esperienza sentimentale dunque, che come ha scritto Italo Calvino, a cui appartiene il suddetto virgolettato, avverte il disagio etico sotto la scorza del liberismo amatorio. Era un accenno al contatto tra culture diverse, che certamente è una delle corde che vibrano nella scrittura di Castelli, ma non la sola.

Dove si forgiano gli uomini, le cento e più pagine autobiografiche che lo scrittore sta per affidare alla stampa sono invece un ritratto ben rifinito appunto nei suoi contrasti, in quanto il “bullo” e il “ragazzo serio” convivono in lui non solo, ma si traducono artisticamente da una parte nella spregiudicatezza umoresca del realismo alla Steinbeck o alla Kerouac (che coinvolge il viaggiare picaresco, il linguaggio sboccato, le situazioni basso-comiche e il minimalismo strutturale del point of view) dall’altra nella purezza del respiro, nella percezione chiarissima della vivibilità del reale che altrimenti non saprebbe evitare la tragedia. Insomma la filosofia della vita, maturata attraverso i contatti umani e la riflessione de moribus, è in Castelli una presa di coscienza creaturale ed una disposizione apertissima ad accogliere il mistero da cui siamo nati in quanto stupore, meraviglia, letizia, luce mattutina e profumo infantile:”Quando ero bambino cioè ieri o forse oggi, giocavo. Giocavo ad essere, a fare. Qualcun altro, qualcos’altro, cose ambite, tra oggetti desiderati sognando ad occhi aperti. Da adulti giochiamo ancora, ma dobbiamo aspettare di averli chiusi nel sonno gli occhi, di notte, e allora il gioco pudicamente lo chiamiamo sogno”. La lieta sorpresa di schiudere le palpebre alla luce si accompagna così alla consapevolezza di un dono, di qualcosa da non sciupare: quello che nell’ultima raccolta di versi, Amolore (1998) era già stato detto epigraficamente (“Stupito di essere nato | tanto improbabile me | così impossibile | così privo | di ogni minima speme (...) che certo | io non sarei mai nato”; oppure, a stupore fatto abitudine: “Giornate | da spendere | notti | da dormire | niente di più | se non la percezione | breve | del privilegio di vivere” ed infine a sigillo “La natura, o Signore | ha impresso la tua firma | E il mondo è analfabeta”) nei capitoli autobiografici si ridistende in apologhi, contes, variazioni sul tema che viene coniugato a più livelli perché “l’infantilismo è il bello della vita”.

C’è poi il codicillo sugli animali, puntualmente richiamato da quello sui bambini. Dolore e struggimento per la loro dipartita, interrogazioni paradossali (ancora in Amolore: “Guardami | negli occhi.| Chi | ti ha detto | di essere cane?”) si squadernano nell’autobiografia in aneddoti semiseri come quello dei conigli selvatici in zona d’allevamento di caccia: “... mi ero comprato un calibro 22 col cannocchiale, per essere certo di non farli soffrire, centrando direttamente il cervello. Ma appunto, mentre si avvicinava l’inizio delle date delle prime macellazioni (esecuzioni mi sembrava un termine più appropriato) dormivo sempre meno e sognavo di ferirli di striscio e poi correre a farli curare dal veterinario. Ma la sorte mi aiutò: in una notte le volpi se li mangiarono tutti”. Oppure in uno squarcio luminoso di tenerezza: “... ieri ho accarezzato il viso di quel bambino e ho mormorato, come ad un piccolo fratello o ad un mio figlio, o forse soltanto ad un bambino, di non preoccuparsi, che lo avrei portato io al sicuro, insieme a me. In cielo. Lui ed il suo cane”.

C’è l’altro codicillo, inverso dell’umanità che si comporta da animalità, senza lume di giudizio. Tanto più esecrabile la stupidità, quanto più si colorisce di presunta intelligenza, di formalismo idiota, di burocratica soggezione dello spirito alla lettera della legge. Il che non è difetto italiano o romano, è universale: e non tocca solo l’ottusità dei regimi dittatoriali ma anche quella delle avanzate democrazie. Basterebbe citare, nel capitolo Ospedali, tutto l’elenco delle vessazioni economiche in una clinica per un ricovero di tre giorni. Si vedono le innumerevoli storture del costume, per esempio dell’ospitalità siciliana che obbliga il forestiero a vomitare perché il rifiuto di una sola delle venti portate offenderebbe l’anfitrione. Oppure la creazione di quel Ministero della riforma burocratica che non riformò niente e creò nuova burocrazia. In tali variazioni sul tema la prosa di Castelli si libra in una sua agilità umoresca da farmi rammentare il migliore Pontiggia.

C’è ancora il codicillo estremo, del rischio. O addirittura della follia. Paradossalmente quelli che più amano la vita sono quelli che la rischiano per farla bella, eccezionale, vittoriosa. Duccio sa di somigliare anche lui all’amico che “da bambino si buttava tra i frangenti sulla spiaggia di corsa. Sempre correndo verso l’onda con l’impeto del conquistatore e tuffandosi sulla sabbia fuori tempo, quando l’onda se n’era già andata. Pur forte nella pancia, che non gli è mai mancata”. Il rischio più grosso l’ha toccato nei numerosi Rally in cui ha gareggiato in coppia con amici spassosi e irresponsabili come Georges e Lai, quando un errore di percorso o un colpo di sonno (dopo trenta e più ore di guida nervosa e acrobatica) possono costare la vita.

Queste postille tematiche potrebbero condurre il lettore a catalogare la prosa di Castelli nel sottocodice della letteratura umoristica. E certo l’autobiografia si collega idealmente ad esempi illustri: Folengo, Rabelais, Sterne, Chesterton, il nostro Santucci e magari il primo Calvino, quello della trilogia d’antenati. La riprova stilistica di questo contegno è infallibilmente nel linguaggio e nei suoi giochi ibridi: energumeno avvicinato a catecumeno, rogito a rigurgito, esotico scambiato per erotico; e ancora il motore della Ferrari a 12 cilindri ritenuto “più esaltante di una sinfonia classica”, il tennis equivalente ad un movimento d’ascensore chiamato dal basso e dall’alto da due inquilini impazienti; e tutta una fioritura aneddotica che direi mercuriale, da quella professoressa delle autopsie che racconta a tavola (divertita) le proprie esperienze d’obitorio, a quell’epigrafe sarcastica “In Inghilterra c’è la stazione della metropolitana di Waterloo, che in Francia è una parolaccia da non dire”; e infine le coloriture personali, spesso esplosive: “Tacqui e ribollii seduto, come una zuppa toscana”. Oppure, immaginando che il volto accigliato di Beethoven gli parli da una copertina di cd: “Musicista della mutua, impara come si fa ad essere un genio: roditi, ascolta, fammi ridere” per chiudere con un enunciato senz’appello: “Non ho nulla contro il genere umano. É la gente che non sopporto”.

Ma la verità è un’altra: è che quest’estroversa e dirompente natura, proprio perché ha accolto il positivo della vita che è virtualità, attesa, insomma gioia, ha accettato anche il suo rovescio, il tempo del buio, della nebbia, dell’inesplicabile, della non speranza come condizione non voluta e sempre respinta, ma ancora possibile. Da quest’ossimoro la riflessività più concentrata, quella che non tollera diversioni. Accanto alla linea del moralismo lombardo, quella che a ragione l’amico Vettori ha chiamato in causa come uno degli elementi costanti nelle ascendenze di Duccio, c’è un pensiero che aggira gli interrogativi, lavora come un tarlo, procede oltre il velo delle cose, fornisce una risposta limpida, alza almeno un dito per un cenno che indica la direzione. Non sarà la “scelta tremenda” che urge nel Curriculum Vitae di Rebora (“dire di sì, dire di no | a qualcosa che so”) ma è pur sempre una scelta: “Quasi tutti i fatti della vita hanno un segno. Hanno il segno che noi gli mettiamo sopra (...) Siamo soltanto noi stessi a deciderlo, nulla ce lo vieta”. Tale responsabilità operativa emerge esemplarmente dal capitolo Lui e il cane:

Pensare a tutto, preoccuparmi ed occuparmi perché per ogni singola ipotesi possibile io abbia una linea di azione da contrapporvi, o da potervi contrapporre. In ultima analisi, agire affinché non resti mai nulla di cui rimproverarsi. Ciò è impossibile. Ma è invece la direzione, che conta. É la tensione verso i nostri ideali. Non si può pensare di riuscire a comportarci veramente bene, senza fare errori, anche gravi, senza contraddirci. Ciò nonostante, lo dobbiamo sperare ed è la forza che riusciamo a mettere nel nostro comportamento, la convinzione nelle nostre convinzioni, l’onestà con noi stessi, che danno la tensione che forgia l’uomo. La vita é l’arena che ci mette alla prova: nella piazza e nella strada c’é la polvere dove ci si gioca il tutto per tutto ed una volta sola, adesso. Prima e dopo, affidarsi a Dio.
La fatalità la leggo in una sola chiave, quella di violino.

Vorrei fermare la mia attenzione su questa chiave di violino, sia per segnalare al lettore la non casuale frequenza del lessico musicale negli annali di uno scrittore che ha fatto parte di jazz band come buon suonatore di trombone a coulisse ed è tuttora appassionato uditore dei classici (specie Vivaldi, Mozart e Beethoven), sia perché mi permette di riepilogare quanto ho già scritto nelle prefazioni a Castelli poeta, cinque o sette anni fa. La metafora della chiave per significare “strumento di apertura” e quindi di interpretazione letteraria non è sua, perché almeno dagli anni Sessanta la critica francese prima, poi quella di casa nostra, se n’é impadronita con agevole successo. Da allora non c’é buon laureato in lettere che non proponga per la propria tesi di dottorato una o più chiavi di lettura per questo o quell’autore. Come diceva Bergson, è accaduto che la ripetizione ha logorato lo strumento, ed esso non serve più: “Con tutte queste chiavi” mi confidava ironicamente il compianto Petrucciani “la critica letteraria dovrà passare sempre dai negozi di ferramenta”. Ora il nostro poeta ha spostato la semantica di questo stilema verso il pentagramma, sicché il leggere la vita in chiave di violino significa optare per le tonalità alte, per le frasi musicali con un puro filo di suono. Ecco perché, di fascicolo in fascicolo, i suoi testi sembrano affinare il gran tema dell’ascolto, delle concentrazioni da cui può uscire quel pianissimo di archi:

Sono circondato da me stesso
con mille orecchie tese nell’ascolto
senza sapere
se sono mie.

La poesia s’intitola Sospetto, e già la posi a sigillare il momento che, contro le fragorose banalità denunciate nel Tempo barbaro, chiede al testo di non smarrire l’identità dell’anima, di salvare una presenza spirituale. Nel medesimo libro erano frequenti simili illuminazioni di tipo ungarettiano: “Affacciarsi dagli occhi | come se fossimo | qui”. Oppure: “Così fantasticare transoceaniche | esistenze | che ci mastichino di libere uscite | che ci illudano da un altro | battito in meno | che si astengano da scenari di proroga | per noi | patetici innamorati | della vita”. Vita che deve ovviamente fare i conti con il suo rovescio, la morte, per esorcizzare la quale serve ancora una volta l’esempio dei nostri miti e fedeli compagni a quattro zampe:

I nostri animali
ci insegnano la vita
senza l’assillo del tempo
e quando lascio il mio cane
nella casa
che sia per sempre od un minuto
egli mi esprime tenera
indifferenza.

Ed essi ci insegnano a morire
con rassegnazione serena
un appuntamento da compiere
senza inutile lamento
appartandosi pudicamente,
lo sguardo triste
ma senza umani terrori.

Come dei Santi.

Ma mi sarà più facile, una volta letta la prosa autobiografica, fermare in queste noterelle come risuona il messaggio di Castelli nei testi poetici più recenti, quelli cioè che vanno sotto il frontespizio Amolore vale a dire un innesto (o fusione) di amore e dolore, irriducibili compagni. (*) L’itinerario poetico del libro percorre a spola il breve – sempre più breve – tragitto che separa il polo dell’illusione vitale da quello della morte lontana ma certa. Il primo, riaffiorante in tutte le raccolte del poeta da Emigranza a Tempo barbaro, trova qui un’ennesima conferma perché chi si apre alla freschezza del mattino e dell’incanto immortale della vita “come inizio”, si appropria, non importa se consapevolmente o d’istinto, della conquista forse più squillante della nuova poesia italiana. Dunque, ancora Ungaretti, ma anche più perentoria Simone Weil: “Il mondo è cominciato, fatelo vivere!”. Il secondo polo, anch’esso maturato di libro in libro ma via via carico di una più patetica e riflessiva malinconia, conferma la precarietà della carne nel dramma della vecchiaia e della solitudine, che ribadisce la dignità dell’animale che non sa di morire, di fronte all’uomo che non sa armare la propria consapevolezza con un “candido pensier d’offerta” manzoniano che trasformi la notte in vigilia.

Per maggiore chiarezza trascrivo qui sotto, uno di fronte all’altro, i due testi esemplari:

Fresca tracimazione

Che entusiasmante a volte
uscire nel mondo
entrando di mattina
nell'aria frizza
e liquida
della tracimazione

Vecchio con cane

Seduti alla panchina della piazza
il vecchio uomo e il vecchio cane assorti
guardano al nulla della sera
insieme al loro niente pieni.
Poi mi rigiro
questa negativa
e temo per l’altro
di chi se n’andrà
prima.

Due testi, due temi oppositivi. Non sono sicuro che siano i migliori per qualità (la selezione risulta difficile ed opinabile quando si tratta di abbracciare con la campionatura cinque libri di esercizi poetici) ma penso che la scelta tematica sia in ogni caso inequivocabile, volendo rispecchiare i due poli suddetti. Perché in Fresca tracimazione c’é lo stesso respiro largo e vitale che s’avverte in Esistere è già poesia del libro d’esordio (che ha per titolo Emigranza, 1993, ma risale addirittura al ventennio precedente; e dissi allora che lì “la poesia era come serrata nelle sbarre metalliche degli enunciati”!) e poi in Amo il creato (che si legge in Doppi e metà, del 1994) nel Sipario sul Paradiso (che appartiene a Credito d’affetto, 1995) e nei Candori di marzo in Tempo barbaro, 1997.

E nel Vecchio con cane, che appartiene anch’esso a quest’ultima raccolta ma che potrebbe situarsi in qualunque fase del percorso creaturale di Duccio, rileggiamo nella memoria diversi testi giovanili, come Elba e Per Nero, dove i gatti si scambiano ruoli e funzioni con i cani. Nella Gentile presenza, bellissimo testo di Doppi e metà, l’epicedio è addirittura per un capriolo. Ma in Credito d’affetto “i cuccioli cresciuti” attingono già nel linguaggio una misura umana e nel Tempo barbaro come abbiamo osservato più sopra sfiorano addirittura la canonizzazione. In questo Vecchio con cane che abbiamo scelto come riepilogo del gran tema fraterno e solidale, patetico e provvidente della simbiosi uomo-natura, l’aiuto si porge da morente a morituro, in un silenzio dove si celebra la sacralità della vita.


 

(*) L’edizione italiana di Amolore (ed. Miano, Milano 1998) è di pochi mesi posteriore a Tempo barbaro, che porta il copyright del 1997, più tardi, nel 2000, ne é uscita a Santiago un’edizione spagnola col testo a fronte, per cura di Cristián Amenabar architetto e musicista, e di Cristóbal Joannon poeta e giornalista, che hanno firmato la presentazione. L’edizione ha avuto il patrocinio dell’Istituto Italiano di Cultura del Cile.

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