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Letteratura e vita in Duccio Castelli

1 - Il retroterra di un poeta

Rileggere Duccio Castelli a distanza di dieci anni dal primo impatto mi impegna ad una riflessione non facile sulla validità delle prospettive che già allinea i libri e la fantasia che li ha accesi lungo una galleria di immagini: che poi implica la necessità di guardare al mistero della storia e della vita nella dimensione non ripetibile del tempo. E certo, se parlassi di un profilo biografico, ogni gesto ed ogni eco si collocherebbero in una successione di cui si potrebbero illuminare le varie fasi, le diverse impennate o riprese stilistiche, e tutto finirebbe lì. Era così una volta, così ancora è adesso, salvo l'inquietudine che è cresciuta in tutti, poeti o pensatori che siano.

Ma con i poeti, se proprio un lettore come chi firma questi prolegomeni intende assolvere il proprio impegno professionale, non basta disegnare un diagramma fissando di testo in testo i punti a favore e quelli di dubbio, perché dopo scatta l'imperativo di operare una sintesi ed in qualche modo di chiudere il discorso, anche se per i viventi esso rimane sempre aperto. Ed allora eccomi qui a segnare costanti e sviluppi, accordi rimasti semplici arpeggi e duplicazioni orchestrali, allegorie delle aurore e dei tramonti, sentenze della previsione e della saggezza.

Punto primo: l'amor vitae è rimasto, perché se fosse smentito parleremmo di un'altra persona, non di Duccio Castelli. E' rimasto come condizione dell'essere heideggeriano, dasein nel tempo, virtualità o possibilità di qualcosa che può e che deve compiersi. Ed è rimasto perfino nella crescita che il margine d'ombra, imminente sul destino di tutti, proietta addirittura nelle sue pagine più decise: i segnali del cardellino a primavera, le prime farfalle gialle che rubano lo sguardo, le labbra del sole dischiuse al bacio, l'impagabile gioco dell'infanzia divina e irripetibile, la gioia conviviale intorno ad una tavola di amici. Alla celebrazione della festa umana fa ancora da corollario il rito domestico sia umano sia zoomorfo, cioè dei "sereni animali che avvicinano a Dio" secondo la nota rapsodia bestiaria di Umberto Saba: cani soprattutto, come quello che in una stupenda inversione dei ruoli "si accuccia da parte | al portone di un ricco | bastardo di uomo | che non gli apre"; o quel Bili che accoglie come un dono del padrone le due schioppettate che gli toccano per evitare il contagio della rabbia; ma anche gli uccelli della voliera che sono "come i pensieri della sua mente", o il leoncino supersiste alla madre uccisa di frodo, o l'elefante "tenero e triste" che in India sfiorava "di dorso la sua proboscide mano | sulle sembienze | di un altro elefante | atterrato da pallida morte".

Secondo tema, strettamente intrecciato al primo ma più insidioso nelle raccolte recenti, come Tempo barbaro e Amolore, è l'incrinatura di quel limpido specchio sia nella traccia biografica (il frequentare ambienti diversi nel vecchio e nel nuovo mondo e l'osservare una sorta di entropia planetaria che corrode nell'apparente progresso della civiltà tecnologica l'habitat dell'uomo) sia nei segreti dell'anima che interroga se stessa ed oscilla nel dubbio esistenziale della propria identità:

Sono circondato da me stesso
con mille orecchie tese nell'ascolto
senza sapere
se sono mie

che sta a pari con Assillo dove, avvertendo il naturale abbassarsi del respiro affaticato, Duccio fa esplodere un attimo solo, ma lancinante, di vera angoscia:

Sono inseguito
dall'assillo di sapere
se
farò in tempo
a vivere.

Qui la scansione è ungarettiana e tende alla brachilogia del diario intimo, brevi isolati bagliori. Ma va anche osservato che l'illuminazione o l'allucinazione della negatività schiude al poeta tutta una fenomenologia dell'ignoto (si noti: non dell'assurdo) che non è senza una storia. In altri termini, l'ignoto che si affaccia alla coscienza è pur sempre immagine e fonte di altre immagini Siamo nel surrealismo dei "sogni prenatali", dello "scivolare mollemente tra i pianeti", dei colloqui con la luna e con le galassie. La realtà sbalzata nel sogno può fornire una traccia al paralogismo sogno-segno che è stato, negli anni della prima giovinezza di Castelli, l'alimento quotidiano delle varie predilezioni oniriche di Savinio, di De Chirico, del primo Palazzeschi, di Landolfi, di Magritte, di Buzzati. Non si tratta propriamente di psicanalisi; si tratta di un modo di "inventare la pagina" che apprezza anche e soprattutto i prodotti della visionarietà gratuita e rapinosa a paragone di quelli del controllo empirico. E' singolare che questa stagione assai rapida e quasi transitoria nell'arte di Castelli corrisponda alle sue prime esperienze in prosa, ed in particolare a quell'esordio, segnalato da Italo Calvino come una rapida presa di possessodella narrativa giovanile nordamericana che "sa costruire e far stare in piedi un racconto pieno di avvenimenti" e che s'intitola Una ragazza per quattro mesi. [Duccio Castelli, Una ragazza per quattro mesi. Racconto, con una lettera di Italo Calvino, Guido Miano editore, Milano 1996.]. E' la storia di un "bullo" americano visto con occhi milanesi, che lascia maldestramente la propria vita al volante di una vettura da corsa alla prima gara impegnativa: "Pensò a Laura, la vide con lui, pensò a sua madre, la vide. Vide un albero, ma era tardi... Sentì il dolce, caldo sapore del sangue. Conosceva quel sapore. Fu l'ultima sensazione che la vita gli diede. Era il bacio d'addio con un suo vecchio amico".

2 - Castelli in prosa

In certo senso, Castelli en prose si oggettiva come personaggio più nitidamente che nelle trasfigurazioni liriche. Anche nell'ampia scorribanda autobiografica Dove si forgiano gli uomini (di cui attendiamo la stampa, da spettatori interessati) il contegno dello scrittore è di riflessivo distacco: voglio dire di libero giudizio, mai interamente negativo nè positivo, sull'accaduto che poteva sempre verificarsi ma che lascia dietro sè qualcosa che non s'è verificato. L'unica nostra certezza è nel prender atto di tale mistero, a cui sempre aggiunge o toglie qualche lembo la coscienza morale che lo recepisce. "La distanza di tempo che intercorre tra un evento e la sua osservazione" scrive Castelli "è sinistramente collegata alla sdrammatizzazione dell'evento stesso. Così per esempio pensando alla strage di Erode, nessuno oggi ne soffre più molto". L'importante, completiamo noi, è che qualcosa ancora ci turbi di quel macello, oggi che gli innocenti cadono come moscerini alla prima zaffata di DDT. La distanza attenua, non annulla la reazione morale.

Tutto ciò non toglie che il Duccio autobiografo, anche per la naturale riduzione dell'affresco storico a bozzetto caricaturale quando l'intonazione degrada verso la quotidianità, faccia vibrare più l'humour che la commozione. Voglio darne un saggio splendido con questo ricovero ospedaliero per alcune analisi cliniche:

"Ti presenti alla portineria con il tuo completo tweed e la borsa da lavoro con dentro alcune pratiche noiose che ti sono rimaste indietro. Hai anche una 24 ore con dentro nascoste alcune cose che quasi incidentalmente hai riposto pensando che ti potranno servire quel paio di giorni che perderai lì dentro. Ma appena il Concierge ti identifica, perdi il tuo status di uomo libero in un paese democratico e diventi un malato e un prigioniero. "Si sieda. Ora arriva il lettighiere". Se avete un po' di esperienza sapete che è inutile discutere, che è inutile resistere. Al piano di sopra l'energumeno (sempre mi viene in mente il catecumeno) ti fa scendere dalla barella e ti farebbe scivolare direttamente nel letto della camera se non intervenisse l'infermiera (che trovi bellissima. In ospedale o dal dentista, quando ti fanno male, trovi sempre bellissima e protettiva come una mamma qualsiasi infermiera) che ti domanda se ce la puoi fare da solo e se riesci a stare in piedi. Tu abbozzi una battuta di spirito sul tuo stare benissimo, ma non fa ridere nessuno e ti ritrovi invece ad ascoltare i tuoi diritti: "si svesta e metta la sua roba nell'armadio, la cena è alle sei (quindi l'hai persa) – e continua:" più tardi le daranno qualcosa, una pastiglia per dormire e se ha bisogno lì c'è il campanello; ora le metto il termometro e la luce blu per dormire. Buonanotte".

Questo sguardo ironico è costante in tutto lo scartafaccio autobiografico che s'appresta a diventare volume, ricchissimo di eventi che riguardano l'Italia come l'America, l' amore come lo sport, l'incontro con i galantuomini (pochi) oppure con i truffatori (moltissimi), gli avari e gli scialacquatori, la vita militare con il suo assurdo tirocinio e la vita burocratica che tanto le somiglia, i colpi di fortuna e gli avvolgimenti del caso, la malattia e la salute, la religione e l'empietà, la cultura con i suoi diritti e l'ignoranza non meno esigente... ma questo rutilare di forme e di numeri, di idee diventate programmi e di programmi che non è lecito idealizzare ha il suo limite appunto nella successione vorticosa dei tempi, nella difficoltà delle soste. E allora, per trovare un riassuntivo punto d'equilibrio non possiamo che ritornare alle cose come musica e non come problemi.

Le prose hanno messo in luce il vitalismoinesauribile del personaggio: ma questo non metterebbe la parola a servizio dell'istinto vitale se l'istintività non fosse da intendere come miracolo di organizzazione e di intelligenza, specchio fecondo del divino che è in noi, possibilità di medicare ogni ferita, anche quella originale. La tentazione di tradire questa missione, di stancarsi, di gettare la spugna (secondo un sintagma insistito nell'ultimo Castelli) ritorna quasi in ogni pagina: ma la tonalità prevalente è un'ignota baldanza, sicura come la perennità del rilancio. Tale è il "punto" da fare sulla parabola ancora incandescente di questo Lombardo internazionale: mentr'egli ci ammonisce dove si forgiano glí uomini, ci informa che, a prolungare la metafora della fucina, è nel fuoco che si tempra l'acciaio, e che il suo credo si esprime in uno squillo di combattimento. E' nel dolore che si innesta e rinnova la parola amore, è nella sofferenza che si celebra la Pasqua.

Varrà dunque la pena di raccogliere le perle della sintassi poetica mentre sta per entrare nella cerchia dei lettori (quanti, venticinque? sembra interrompere lui con manzoniana malizia) la rassegna disincantata dei rapporti umani, delle attenzioni botaniche e zoofile, dei suoi avventurosi peripli.

3 - Una singolare proverbialità

C'è nell'ultimo Castelli una proverbialità che non gli conoscevamo ancora :" Quelli che stanno bene | non fanno tenerezza"; "La natura, o Signore | ha impressa la tua firma. || E il mondo è analfabeta"; "Se avessi nessuno | non potrei soffrirne"; "Dopo l'amore rigonfio di carne | sboccia ancora una volta la splendida vita". Poesia gnomica che qualche volta si amplia in salmo sapienziale:

Incestuoso concerto della vita
che dentro a noi si muove
e ci accompagna
or primo or tardo amico sempre
frapposto tra un ultimo respiro
ed un vagito

altra volta si chiude in epigramma autosufficiente, come in queste Forme dove sembra esitare un tenero moto allusivo:

Sotto la scorza del limone
c'è il cuore di un bambino,
la ruga e la corteccia
rivestono un ricordo scordato

ed altrove si dilata in una sapida deformazione satirico-letteraria che si intitola in modo assai esposto, Ragli

Detesto quella schiera
di poeti e loro amici
che per posa
o povertà congenita scrive blasfema
ora incomprensibili
versi, ora sgradevoli
ragli

(e porgo la mia stima
all'animale illustre
e amato).

A questo punto è inevitabile un discorso comparativo tra il Duccio di ieri e quello di oggi: proprio perché il poeta ha fermato con mano sicura i motivi di cui registrare la traccia sul nastro della memoria (e di fatto le oscillazioni appaiono minime fra la tematica del noviziato ormai lontano, Emigranza del 1993 e quella di Amolore nelle due edizioni, la milanese del 1999 e la cilena del 2000) la mobile scia del suo navigare negli oceani e nel tempo obbedisce ad una legge esteticamente costante, e se qualcosa cambia nella testura dei momenti lirici non è il mondo né l'imago mundi ma soltanto il modo del suo profilarsi negli spazi che la fantasia crea e ricrea. Per un esempio eloquente, si legga Marina di Campo dal volume d'esordio, di cui vale la pena di citare l'incipit e la chiusa:

Dopo uno squarcio di anni severo
tornare su un litorale
con lo stesso sole e il vento
e trovarlo mutato.

Memorie serene
di calde coperte e di tende nella luna
con profumi di vino e di fuoco
mi parlano da un melone spaccato.
(. . . )
Si chiude nell'onda del golfo

una vita trascorsa
e rivedo la tristezza infinita
di un giocattolo che lontano
si perdeva nel mare.

e per una doverosa prospettiva La serenata greca "imprevista come la luce del mattino" dove l'accento cade sulle "chitarre rosse" e sui loro accordi, le cui antiche voci "insinuano rare verità umane" che reclamano un immediato consenso:

Mi è così facile capirvi!
Come familiari le vostre radici!
Vicini perché
poveri e pieni
sfortunati e poeti
amici perché le chitarre
regalano vita a chiunque
le sappia ascoltare.

Solo la solitudine
è vostra.

Ma cos'è questa solitudine che accompagna come una nube errante le creature che hanno sensibilità e memoria? E' la coscienza che la linea dell'orizzonte non è mai pura, e la gioia non è mai esauriente: basterebbe ad incrinarla la consapevolezza (particolarmente dilatata nel secondo volume Doppi e metà, 1994) che non tutti la condividono, ed il poeta medesimo potrebbe esserne escluso: "Sto assistendo | alla mia vita, | che oggi mi porta | saggia felicità ma | con più ne viene | e più mi spiace | che debba finire e | non è un dramma | ma | sembra uno spreco. || Che malinconia | se non sapessi | che fuori | mi aspettano | gli amici."

Questo dell'amicizia e degli "esotici soli" è il coefficiente principale della gioia goduta (il "sipario del paradiso" dirà con pacato accento nel Credito d'affetto, la terza raccolta del 1995) dove il paesaggio è sostanzialmente un autoritratto: a illuminare il quale, non so escogitare formule più persuasive di quelle già messe in opera nella presentazione del libro dieci anni fa: "... in questo autoritratto anche il futuro spogliato dalla retorica del futuribile, accetta docile il proprio destino provvidenziale conciliato dalla fiducia nelle scelte fondamentali lungo il pellegrinaggio dell'esistere, nonché dalla misura dell'arte":

incastonato in finestre campigliesche
scelgo la mossa e vado,
spostandomi il destino
sul foglio di domani.

Nei due ultimi canzonieri Tempo barbaro (1998) e Amolore (1999-2000) l'irrompere del soggetto nella natura è reso più drammatico, e in certi scorci trionfale, dallo scorrere degli anni lungo i quali si sgrana la trama superba del vivere. L'accordo della parola con la vita è anch'esso un fatto istintivo, minacciato talvolta dall'insignificanza:

Le parole rimbalzano
e stentano, ogni giorno di più,
le rime e i madrigali.
Vorrei non dire.
Ma poi
piano inclinato

ma più spesso portato su mani aperte alla fruizione del lettore, dono immediato, gesto che vale un abbraccio. Vivere è per Castelli un privilegio (direi: il rovescio esatto di Leopardi) e le giornate da spendere sono, come le notti da dormire, segni di un'attesa benefica e feconda. Il lavoro è anch'esso sacro (si legga Agricoltore vestale, che restituisce al vomere la dignità d'un atto religioso) e la "cultura storica" o umanistica deve cedere ad un quadro che porta impressa la firma divina. Non importa se qualcuno degli amici manca all'appello, come quell'Oreste che non è più ritornato dalle sue immersioni subacquee, e dopo tre anni di apnea può riemergere con il proprio sorriso attualizzato dalla poesia:

Amico di noi tanti amici
ritomaci un mattino
e risalpaci la barca ballerina
mentre dormiamo fiduciosi
come tuoi bambini,
Capitano.

E' straordinaria la naturalezza con cui Duccio ci ripresenta fatti e personaggi che dalla natura sono stati feriti, o addirittura annientati. La fantasia capovolge i ruoli, gli adulti ritornano bambini, i morti attingono una seconda vita. Giovinezza ed amicizia sono valori eterni. Dire questo, e dirlo con fermezza in uno scorcio di millennio che non potrebbe essere più franoso e apocalittico, è davvero un atto di coraggio.

Ma proseguiamo nell'analisi di questo variegato e sorprendente retroterra culturale. C'è un settore del naturalismo che, almeno in Italia, è quasi sfuggito all'attenzione dei poeti: ed è il mondo animale. Il naturalismo romantico e post-romantico era prevalentemente rivolto alle strutture vegetali del paesaggio, prati boschi fiori su spazi (tenebrosi o assorti) di nubi e di marine. I buoi carducciani e le cavalline pascoliane erano presenze occasionali, d'eccezione; e soltanto gli uccelli, per evidenti ragioni simboliche, accoglievano sguardi e simpatie costituendo un contrappunto continuo al quadro d'ambiente. Ma non è facile incontrare, con l'esclusione dei macchiaioli e dei veristi in pittura (e più tardi, di Saba e Penna in poesia) un protagonismo animale al livello dialogico e affettivo immaginato da Duccio.

Per il nostro poeta il catalogo zoologico è assai folto: cani e gatti prima di ogni altra specie, poi anche caprioli, leoni, elefanti, furetti, colibrì, cardellini. Ma se guardato in trasparenza, questo catalogo sfiora una realtà più profonda della zoofilia e del gioco svariato dalla parola al miagolio, al guaito, al nascosto telaio che ruota i fusi. Fin dalle prime prove Duccio ha avvicinato l'animale alla condizione umana, formulando un'ipotesi esplicita circa la remota genesi comune a questa ed a quello. Già in Emigranza il colloquio tra cane e bimbo passava ben oltre il trastullo per rivestire un'arcana corrispondenza: "Il tuo collare nel mio cassetto | ha ancora il tuo odore.| Una vita insieme ed io bambino.| La gente non ti capisce | che esteriormente. Ma noi | ci parliamo ogni notte". Leggo ora in Doppi e metà: "Siamo noi una bestia | sola con mille anni e mille teste", oppure: "C'è una stirpe infinita | che mi dice | che questo mio gatto | o questo uomo | esisteranno in qualche | modo | sempre". Ed ancora in Amolore. "Affascina e strugge | tutta la ragione | tra me e gli animali.| E tra loro e loro | un groppo in gola". E in fulmineo epigramma: "Guardami | negli occhi. | Chi | ti ha detto | di essere cane?".

Andrebbero annotate tutte queste proposte che filosoficamente conducono all'idealismo schellinghiano o alle posizioni teosofiche di Rudolf Steiner, cui settant'anni fa ha arriso una certa fortuna anche tra noi per opera di Arturo Onofri che ne fu convinto prosecutore con l'enciclopedia poetica che s'intitolò Terrestrità del Sole. Basata sul principio universale dell'evoluzione dalla condizione minerale a quella vegetativa, e da questa a quella umana da cui procedono coscienza e moralità, tale dottrina, per cui il Petrocchi ha usato la definizione di "panteismo cristiano", è stata senza dubbio incrociata da Castelli, anche se lui, da poeta, ha sempre scansato le formule assertive ed ha optato per quelle dell'interrogazione e dell'attesa. La figurazione zoofila si nutre in lui non di tesi onnicomprensive bensì di mistero illuminato a squarci dalla pietà fraterna come nelle più recenti pagine di Tempo barbaro:

Vecchio con cane

Seduti alla panchina della piazza
il vecchio uomo e il vecchio cane assorti
guardano al nulla della sera
insieme al loro niente pieni.
Poi mi rigiro
questa negativa
e temo per l'altro
di chi se ne andrà
prima.

La sintonia tra creatura pensante e creatura istintiva postula irresistibilmente la positività del vivere, e quindi la cancellazione del naturale pessimismo, ombra ritornante di ogni meditazione religiosa, tristemente consapevole che il passaggio dal tempo all'eterno (dunque dall'ingombro corporeo, una volta corroso nella forma o nella sostanza, al disincamarsi nelle sfere superiori) non si compie se non a prezzo di percorsi dolorosi che si chiamano insuccesso, malattia, perdita di sensibilità, invecchiamento, solitudine, stenti fisici e morali. Tutto questo è scontato e pagato dall'essere uomo: ma la lezione etica che ne giunge al lettore è la bellezza della lotta che, mediante la calda sincerità degli affetti e la cernita dei valori, fa di ogni tirocinio un'ascesa.

La diastole delle virtù e la sistole dei vizi si risolverebbe dunque in dialettica? Pare di sì, anche se Duccio conosce una fenomenologia del negativo che rispunta qua e là dalla favola conviviale che è il canone preferito dal suo limpido sguardo. Ne ho discorso con buona documentazione a proposito di Tempo barbaro: c'è assidua in lui una disponibilità a risolvere la storia in Provvidenza e l'etica in grazia, proprio come in Bernanos. Un esempio luminoso è offerto da La splendida vita del suddetto volume:

Mi ascolto.
Dopo l'amore mi ascolto.
Per sentire i muschi bagnati
e le lacrime dei crisantemi.
Per vedere quei bei visi amici
risplendere nel silenzio.
Dopo l'amore le perle
riflettono meglio
la caducità della nostra radice
e la ragione, stanca
làtita di ogni sua qualità.

La catena simbolica crisantemi – silenzio – caducità – ragione stanca si snoda come una piovra malefica fra le allegorie di segno contrario: l'amicizia, la bellezza, le perle, i beni della tavola che nell'autunno fumoso consolano i poveri. Ma l'accento più forte batte sull'amore che fa di nuovo sbocciare la vita. In tal senso, tutta la fenomenologia del negativo che affiora dai testi è come il reagente chimico che evidenzia per contrasto l'atto d'amore, e quindi la benevolenza, la socialità, il convergere dell'uomo verso l'uomo nella civitas secondo l'insegnamento dantesco e secondo l'espansione dell'umanesimo nel mondo che s'apre a conquiste senza fine.

Castelli intende percorrere in un soffio la linea maestra della creazione, che dalla natura redenta attraversa le civiltà più ricche di storia e di cultura, anche oltre Oceano: vita comunale e signorile, epopea delle arti e delle accademie nella Rinascenza, espansione tumultuosa del Barocco, trionfo della Ragione nel secolo dei lumi, e della fantasia in quello delle libertà nazionali, apoteosi della musica nel condurre al grado più alto l'immedesimarsi dell'anima romantica nel respiro del cosmo. In quest'entusiasmo s'intuisce come, dopo l'esempio vertiginoso della verticalità dantesca, entrino nel catalogo delle frequentazioni di questo modernissimo cantore, che interessaregisti come Pupi Avati e maestri del design plastico come Jaime Ferrer, gli interpreti della modernità ed i classici della tradizione illustre. Tra questi ultimi è naturale che gli ingegni fattivi come un Boccaccio, un Ariosto, un Goldoni abbiano maggiore possibilità di dialogare con lui che non gli elegiaci, i contemplativi, i solitari come Petrarca, Tasso ed Alfieri.

I crtitici hanno avuto il loro da fare per inserire Duccio in una qualsiasi collocazione storico-estetica. Tutti hanno notato la sua marcia all'unisono con le correnti più libere e trasgressive del cosiddetto postmoderno, il suo andare per conto proprio senza curare modelli, il suo cercare le espressioni in bilico fra letteratura e drammaturgia, tra musica e gestualità, tra pop-Art e tradizione. I più hanno preso atto della sostanziale costanza verso la filosofia dell'essere, salvo la ricorrente ombra delle minacce esistenziali che sono inevitabili per chiunque s'affacci alla scena politica ed alla problematica scottante dell'entropia, dell' ecologia, della sopravvivenza.

4 - La "Linea lombarda"

In particolare Vittorio Vettori, che ha prefato Amolore sette anni fa, ha puntato le proprie carte sulla persistente vocazione "lombarda" del poeta milanese, sempre ritornato a cena con i Meneghini e i Tramaglini dopo le avventure transoceaniche, sempre redento (o redimibile) all'insegna dell'ordine e dell' armonia:

"Duccio Castelli recupera in interiore homine il senso assoluto del tempo come Atto spazializzante, per cui a conti fatti l'escatologia coincide con la protologia, l'origine con la meta, la morte con la seconda nascita, in un'estensione massima della curvatura einsteiniana (cui letterariamente risponde quella orfico-rilkiana), sicché, lavorando a rebours sullo spessore ritmico-simbolico della linea linguistica di appartenenza (la "linea lombarda" appunto) negli ultimi anni del secolo e del millennio, Castelli è potuto ex novo approdare alla riva di piena verità irradiante nella quale già operava nei primi anni del Novecento il capofila della suddetta "linea lombarda" e cioè Clemente Rebora, su cui converrà rileggere da Plausi e botte il giudizio tipicamente vociano del ligure Giovanni Boine: "Lasciatemi dire, lasciatemi scrivere la parola grande (...)". Come Clemente Rebora, lombardo finché si vuole, però in primis italico civismundi, travalicava di fatto ogni limite regionale e poteva essere compreso nella sua interezza soltanto all'interno del più ampio movimento culturale incentrato su "La Voce" e su "L'anima", come sul "Frontespizio" e su "La Tradizione", così anche Duccio Castelli, quasi Rebora redivivo, alter et idem, richiede una lettura non più soltanto lombarda ma molto più larga, se è vero come è vero che nel revival vociano tra Novecento e Duemila si può identificare un asse euromediterraneo (...)"

Sono lieto di aver lasciato questo spazio alla voce fraterna di Vittorio Vettori. Anche se non sempre le nostre vedute coincidevano, le univa il filo d'oro della fede nella poesia e nei valori che essa può mediare. Il richiamo a Rebora è forse troppo aereo per comportare precisi riscontri analitici; tuttavia non è male rammentare ai lettori le radici lombarde a cui si alimentano i Pontiggia, gli Erba, gli Orelli, i Raboni. Tutti hanno in mente un progetto di cose da fare, moralmente positive esocialmente utili: ma hanno anche una scala di opzioni, di precedenze, di confronti fra realtà e possibilità, fra opportunità e traguardi. Ora la strategia ambrosiana in tali frangenti è saggezza amministrativa, lungimiranza civile, sapiente gradualità di riforme, attenzione al nuovo senza rinnegare l'antico. E la civiltà dei lumi, quindi del Parini: ma anche del Balestrieri, del Carli, dei Verri, del Beccaria. Illuminismo lombardo, tanto remoto dalle utopie quanto Maria Teresa e Giuseppe D'Asburgo sono lontani dai Borboni. E' troppo poco per spiegare un rivolgimento totale, una crisi d'anima (Parini non l'ebbe, come hanno appurato in modo deciso gli studi recenti) simile a quella attraversata drammaticamente da Rebora nel corso della Grande Guerra; ma è altrettanto insufficiente a render conto dell'umanesimo di Duccio, custodito anch'esso dagli studi classici ma sbalestrato presto all'estero, oltre gli oceani, a contatto con l'acceso lirismo dei poeti ispano-americani, il jazz, la narrativa neo-picaresca e l'Art-expo 2003.

Di tutte queste componenti dovrà tener conto la critica intorno al nostro poeta negli anni venturi, quando sarà divulgata anche l'opera narrativa e quando l'impatto con l'ondata fragorosa del tempo (mai la metafora della deflagrazione è riuscita altrettanto chiara e dirompente come nel primo lustro del Duemila) vedrà attestata la cultura letteraria su argini non ancora prevedibili. Per quanto mi è lecito intravedere, Castelli sta modulando in sé accordi e motivi che non si distaccano, se non nell'attenta elaborazione stilistica, da quanto ha già dato alle stampe nell'ultimo decennio del ventesimo secolo. Del futuro posso offrire per adesso un'anticipazione giuntami quando il presente discorso era già a macchina.

Ora e sempre. Ora è sempre

(Questo il titolo. La semplice arguzia grafica d'un accento basta a mutare un enunciato in una filosofia)

Anche oggi, se tu
amico antico, madre
tu, altra presenza tu
mio cane,
stele musica piastrella
del pavimento della cucina,
la finestra sul cantiere
dove sgombravano le pietre della guerra
e giocavano
i ragazzi di strada col pallone,
allora, anche oggi, è adesso.
Queste domeniche mi insistono
nel ripropormi immagini vissute
ora,
nella penombra livida di inverno
ora,
forse per il piano dolce che suona
forse per l'amico che muore.
Di quanto vedo, in giro, coi miei occhi,
non avrei immaginato allora
bambino in quella casa
rimanere solo
                    [Inedito, datato luglio 2004.]

Ma è questo il futuro? o è invece passato? o è un' allegoria della vita, vita sua, consumata e sperimentata, riposta in un cantuccio dello studio ma pronta ad ogni riesumazione in quanto immagine, sentimento, oggetto dimesso e trasvalutato in evocazione pura? Questo chiudere in giro perfetto l'oggi, l'ieri e il domani mi sembra una delle più sicure note della tastiera ducciana

5 - La sfera privata

Quanto alle altre, che in qualche modo correggono questa e la fanno risaltare, esse sono emerse dalla presente rassegna come ombre su uno schermo, però ben illuminato. Oppure come tempi in chiave di basso rallentato in una sinfonia di movimenti vivaci. Consistono, come ha osservato Bàrberi Squarotti, nell'ironia che intacca (senza tuttavia distruggerla) la saggezza del vissuto e nella persuasione che i mali della storia son ben lungi dal capovolgersi in repliche di lieto fine. Il genere umano si accartoccia prima di toccare l'equilibrio tra salute e malattia, e lo sbandierato progresso dell' Ottocento (con i suoi freni, le sue industrie, le scoperte energetiche) ha condotto la società a dubitare della stessa scienza propulsiva che l'aveva innescato. Il mondo di Castelli ha pienezza di senso soltanto nella sfera amicale, dunque privata; in quella pubblica si avverte spesso l'insignificanza civile, il brivido ecologico, il divario fra uomo e natura. Si legga l'epigrafe all'amico Gastone per una Spiaggia violata: "Papudo | quando esistevi | c'era tutto | il nulla | che manca ora" oppure questa Alternativa:" Il nome della gente | corre la pista rapida | e il piede forte muscola. | Forse | diventa storia | ma quasi sempre | niente. " Si potrebbero elencare molti altri momenti di simile inclinazione verso il negativo, anche se la nullificazione per Duccio è effettivamente una minaccia. Ma, ripetiamo ancora una volta, il gioco degli ossimori riesce funzionale al sormontare della vita sulla morte, e non viceversa. Il suo cristianesimo è soprattutto cominciamento, aurora, Natale, Gesù bambino, presepe: in tale intuizione, che gode del suffragio di Simone Weil e di Ungaretti, può corroborarsi anche il suddetto avvicinamento di Duccio a Rebora proposto da Vettori, complice il gran modello rosminiano (si racconta che quando Rosmini ascoltò per la prima volta una recita del Natale manzoniano, ai versi "e l'adorò: beata | innanzi al Dio prostrata | che il puro sen le aprì" fu colto da una crisi mistica e pregò i presenti, con le lacrime agli occhi, di lasciarlo solo per riascoltare in sè l'eco di quelle parole) e si sa che tra i mille sentimenti di cui si alimenta l'amore umano il poeta pone in primo luogo quello della paternità. Diranno gli annali imminenti se i motivi qui accennati avranno seguito nel prosieguo di una carriera che ha appena toccato il mezzo secolo e pertanto è ancora suscettibile di storia. A noi non resta che prendere il lettore per mano e guidarlo alla selezione delle gemme di cui è già costellato il suo percorso. E' probabile ch'esso si arricchisca strada facendo, date le enormi possibilità del suo scrittoio, capace di esperienze multiformi che possono investire, oltre alla narrativa, anche la drammaturgia e la musica. Dal punto di vista linguistico, che per ovvie ragioni è il più vicino ali' analisi di chi scrive, il processo di metaforizzazione delle immagini è in Castelli profondo e radicale: non tanto per i vocaboli di nuovo conio (benché non manchino neppure questi) quanto per la flessione soffice ed acrobatica di quelli d'uso. Il pendolo astrale, la proboscide mano, le nari rigonfie di spuma, il pepe assolato (della sabbia fine), le troppe trippe sazie, l'incestuoso concerto, la minaccia d'assenza, la scatola che incombe, annusavo le stelle, apparivo gaudente nel terreno introgolato, e cento e cento altri son tutti sintagmi la cui efficacia proviene non già dal neologismo ma dagli innesti o deviazioni semantiche. Così l'uso transitivo dei verbi intransitivi (convivere il buon cibo) e viceversa (luci seducono di fiamme) appartengono al folto stralcio d'anomalie lessicali e sintattiche che ogni lettore può raccogliere. Quando anche lui, così solare e creaturale, sembra intrupparsi tra i sofi del trobar clus, la pretesa oscurità si scioglie facilmente nel contesto. Nella già menzionata Splendida vita il distico "e le gazze gracchiano | sulla filosofia del non rubare" assistiamo al bozzetto idillico dei poveri che "consumano in amicizia | vino e castagne" ed al contrappunto fariseo degli affaristi che sanno mascherare bene le frodi commerciali. Le gazze, cioè i sofisti della politica e dell'economia, di regola non pronunciano mai il verbo "rubare". Eppure anche queste sfaldature, anche questo gioco all'eliminazione, se non sempre può rientrare nel divertimento, fa parte di un avvicendamento, di uno spettacolo che è rito del vivere, come le ombre aggiungono (più di quanto non tolgano) perfezione ad un quadro. Duccio è "anche" uomo di spettacolo e sa benissimo che lo spectareè atto di trasmissione, è profilo dinamico e scenografico di una realtà che, carne in apparenza, ha radici metafisiche in quanto pertiene alla Parola.

"Esistere è già poesia", sentenzia impavido e sereno il poeta di Amolore. e per quanto il presente gravido di nubi minacciose sembri dargli torto, noi avvertiamo che nell'intimo, dove dimora seminascosta la teologale speranza, egli ha ragione.

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