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La vertiginosa condizione umana

Veniero Scarselli, con questa sua seconda opera poetica, si pone di fronte con impeto e forza danteschi a ciò che è il culmine stesso della scienza, del pensiero, della ragione, laddove questi si affacciano al Vero, inteso come risposta ultima, sterminata, irraggiungibile. Anzi, tutto il poema pare teso al mantenimento di questa condizione: sembra quasi un costringersi dell'autore stesso a permanere in questo stato vertiginoso: l'uomo, con la sua forza, i suoi nervi, la sua vita, di fronte all'ineffabilità del vero. Come Dante, alla fine del Paradiso, o Leopardi al quale, proprio per quanto riguarda l'atteggiamento di fronte al mistero, Scarselli deve molto.

La ricerca del vero appare all'autore come il nodo centrale intorno al quale ruota tutta la struttura umana, sin dalle sue origini materiali:

Eppure un impulso originario,
ma con la forza temeraria e bestiale
dei corpi che si muovono magneticamente
verso la luce che irrora l'universo,
sospinse alla cattura dello Spirito
quel grumo bastardo di molecole
pesante, instabile, semivitale,

e che risulta evidente anche nell'evoluzione della specie e della mente, diventandone il tragico e più alto destino:

ma che crebbe nel pesce e nel rettile
e nel sonno subumano d'una ragione
ancora infame portata da mostri
e poi patì la dolorosa metamorfosi,
il lungo lampo di coltello
della mente sublime,
l'acuminata Conoscenza consapevole
che uccide. (p. 98)

Questa accanita ricerca, resa con la descrizione cruda e veemente della nascita in tutte le sue accezioni, soprattutto fisiologiche e biologiche, sembra essere ciò che riscatta l'organismo chiamato «uomo» dal lordume di terra e carne del mondo: quando la poesia di Scarselli si ferma, quasi intenerita, a contemplare il suo stato originario (chiamato via via anima o spirito), la sua irruenza si attenua e, attraverso lo stupore, zampilla una vena più sotterranea e discreta, che affiora qua e là nel libro:

Per quale mai sofisticato mistero
il tanto mare di male originario
mi toccò un'anima in sorte
così preziosa e pura che tremo
a ogni passo per la sua salvezza? (p. 18)

Ma pure questo mistero (una delle parole-chiave dell'opera) rimane per l'autore un nodo insolvibile: certo, tutta questa poesia ci porta di fronte al mistero, tutto il libro è percosso da una violenta frenesia di conoscere, quasi maniacale, sicuramente decisa, forte, inarginata, ma giunta al suo culmine e permanendoci la ragione non sa dare risposta; sta di fronte al mistero cieca e sorda, non può, non riesce a procedere oltre. È la dinamica stessa della ragione che qui viene messa in evidenza: quando essa è assoluta, direi quasi sola di fronte all'ultimo stadio della sua possibilità, pare annullarsi, vanificare, essere incapace di compiere l'ultimo passo che risolverebbe tutto. In Scarselli ciò genera una rabbiosa reazione in cui opera una sorta di transfert nel passato di questa rabbia. E il bambino stesso, già marchiato da questo limite, a giurare vendetta:

Sarebbe presto giunta la vendetta
e t'avrei morso a sangue il capezzolo
t'avrei pisciato sul seno adulterino
tutta la mia aspra e cocente
rabbiosa delusione. (p. 15)

Delusione tanto più rabbiosa quanto più l'autore non riconosce un Ordine: c'è in tutto il libro questa rabbia e questo non-ascolto, una incapacità di riconoscere, nell'ineffabilità del mistero, se non altro l'alterità:

penseranno si nutrisse di Ordine
succhiandolo dal mondo come ape
e senza sosta intorno a sé distruggendolo
pur di conservare disperato
caduco disegno di ordine
delle sue instabili rovinose strutture. (p. 102)

Con un linguaggio semplificato, quasi familiare al lettore nel suo tono teso e un po' classico, scevro da ogni ermetismo perchè massimamente desideroso che questa ricerca sia messa in evidenza, Scarselli sostiene dunque la sua opera inscenando un dramma che vede pienamente in atto il suo desiderio. A tal punto, forse, da non riuscire spesso neppure ad ascoltare altro che il suo stesso dialogo con un universo orribilmente vuoto, risuonante di un sentore misterioso, troppo indagato, a tratti persino diabolico, sempre, comunque, irraggiungibile.

Recensione
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