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Nella rivisitazione della poesia cardarelliana alla quale è orientata l'attenzione della critica ufficiale, è opportuno non tralasciare quanto può parere a margine oppure dimenticato per disinformazione: l'Omaggio a Vincenzo Cardarelli della rivista «Italia Intellettuale», al n° 7/8, Agosto-Settembre 1952. Al numero cardarelliano collaborarono E. Bruzzi, C. Allori, D. Arfelli, E. Allodoli, A. R. Battaglia, G. Benedetto, R. Cannavale, D. Cara, E. Bestaux, C. de Franchis, I. Drago, F. E. Foelkel, A. Brondi Omar, G. Gerini, R. Clérici, M. La Cava, M. Lanucara, G. Licini, C. Martini, G. Lopez, B. Pento, B. Majer, E. Mastrolonardo, F. Montalto-Jeròcades, S Rizzo, F. Saccà, N. Tebano, A. Ugolini, E. Villaroel, E. Serra, G. Troccoli, V. Zambon, G. Cogni, A. Capasso. L'Omaggio era introdotto dal narratore calabro Enzo Bruzzi che costatava come la personalità di Cardarelli fosse disconosciuta «per invidia e dispetto», mentre come valore giganteggiava («un obelisco tra tante colonne mozze e rovine»). Lo studio più ampio è quello di A. Capasso che. si interessava della poesia giovanile di Giorni in piena, scritto nel '34, dove il poeta «assumeva», nel modo più coraggioso e franco, l'atteggiamento e il compito di denunciatore del nuovo petrarchismo infranciosato, del culto, diciamo così mistico, della magia verbale, insomma di tutta la forma mentis del decadentismo ermetico. Era una aperta e motivata dichiarazione di guerra all'ermetismo, pronunciata quando dell'ermetismo cominciavano le più auree fortune. Mentre prendeva a "fiorire" quella critica che crede continuamente dí poter staccare i versi singoli dal loro insieme, e giudicarli belli o brutti (cosa che fustigò, signorilmente, anche U. Saba nella prefazione alle sue Mediterranee) per ragioni di suono, e di rarità, prescindendo dal loro significato complessivo: il Cardarelli dichiarava di fare una lirica, non fondata «sulle suggestioni foniche e sulla "magìa verbale" bensì esprimente sentimenti, idee, e situazioni poetiche . . .». Quanto scriveva Capasso era sacrosantamente vero, che la pagina 19 di «Italia Intellettuale» riporta l'adesione piena di Vincenzo Cardarelli al Realismo Lirico, in sintonia con l'estetica capassiana di Arte e sentimento e con le dichiarazioni della Lettera aperta ai poeti italiani sul realismo della lirica, scritta nel marzo-aprile del 1949 e firmata da quattro poeti e quattro autori di poemetti in prosa: A. Capasso, L. Fiumi, G. Gerini, E. Jenco, A. Bugiani, A. Macchia, R. Marchi, A. Ugolini. Fu altresì pubblicata su «Pagine Nuove» nell'agosto del 1949, su «Il sentiero dell'arte» (1949), tradotta su «Le Thyrse» di Bruxelles, in «Neói Rithmói» di Atene, su «Kliiter Blúter» di Monaco di Baviera, in «Jeunes lettres hennuvères» di Mons; in larghi estratti apparso su «La Revue neuve» di Parigi, riprodotta nella lingua originale ne «Il Corriere del Ticino» di Lugano». «Non per nulla in Dante, in Petrarca, in Leopardi, "ragionare" è sinonimo di poetare. E come discorrono questi poeti! Che divina eloquenza è la loro. Divina, s'intende, non in quanto differisca formalmente dall'eloquio comune, ma per la qualità degli affetti, dei sentimenti che chiama in causa». Ecco dunque le ragioni, messe per esteso, dell'ovvia adesione di Cardarelli al Realismo Lirico. L'omaggio di «Italia Intellettuale» avveniva quando già l'ermetismo era in crisi nelle giovani generazioni, «non nella sua macchina organizzativa, reclamistica e utilitaria...» (A. Brondi Omar). Il problema di un'estetica realista lirica si scontra oggi con una nuova realtà che vede l'immagine come sovrana (c'è più poesia nella pubblicità, volta a fini utilitaristici, che in certi poeti delle banalità esemplari, in omaggio alla realtà, al quotidiano!), il poeta allora si sente stimolato nell'invenzione di immagini (e di una narrazione) che siano alternative ed abbiano radici più profonde e intricate. Lotta dunque contro l'immagine al potere con l'immagine che non chiamo poetica, ma di poesia. Non mima né l'immagine reale né riflessa, ma la inventa perfettamente gratuita, libera. Così tutto ci conduce fuori dall'ordinario, dal quotidiano, pur toccandolo (esso è segno d'altro): ermetismo, realismo lirico diventano così una patetica lotta, in quanto ogni poeta si assicura per sé la libertà di essere come si sente, per caso realista lirico, comunque ermetico anche nelle sue chiarezze. Il segno è già arbitrario di per sé in quanto non è la cosa: nel linguaggio comune resta una convenzione, nel linguaggio artistico media tra quest'ultima e l'arbitrio medesimo, senza essere né l'una né l'altro che quando ciò accade assistiamo alle banalità esemplari o all'assurdo linguistico. Nella mediazione, sia pure con qualche originale squilibrio, forse sta il segreto, naturalmente insito nel poeta. E, rifacendosi, in omaggio al Realismo Lirico, a Herder: «L'ape ronza come sugge»; «L'uccello canta come nidifica»; e, modestamente, il poeta canta come ama. E qui sono messi a tacere gli agitatori di bussolotti linguistici, entra in gioco la vera autonomia e cosmicità dell'arte, neppure solo realista lirica. Il linguaggio del sentimento poi ci porterebbe troppo lontano, per di più fissato nella scrittura! A. Capasso, nella sua Lettera ... , assieme agli altri firmatari, scriveva in accordo con la poetica (?) cardarelliana: «Certe poetiche moderne vogliono che il poeta magicamente crei, entro non sappiamo che fatate penombre, un'altra realtà [ma non è forse un'altra realtà anche quella del vero poeta, per caso realista lirico?]; una magica, imparagonabile realtà, una "magìa" compiutamente diversa e contrapponibile alla realtà quotidiana; una magia liberata, nel suo decorso formale ed intimo, dai nessi del sentimento e dai nessi della coerenza logica». Capasso finì per esasperare certe posizioni in quanto esasperatissime erano quelle degli epigoni ermetici, degni alla rovescia delle banalità esemplari di molti realisti lirici. La lotta aveva senso allora; assai meno oggi. La verità è che Cardarelli non poteva che essere concorde coi poeti del Realismo Lirico e apertamente lo dichiarava: «È ovvio dunque, ch'io non possa, se giovani poeti ora combattono per queste idee, giudicare ch'essi abbiano torto ...». Perché era ovvio? Se leggiamo in Giorni in piena la prefazione di Cardarelli, possiamo rendercene conto: «Arrivare alla grammatica per forza di ispirazione, questo mi sembra una maniera di scrivere». [Allora i catoni della cultura ufficiale, i critici enigmistici, tornano a credere nell'ispirazione?]. Lo stile è un fatto naturale ed ereditario come il carattere... per Cardarelli che si sentiva davvero in sintonia con Capasso: «Una delle maggiori presunzioni della poesia pura è quella di ristabilire, in contrasto con tutta l'esperienza poetica e critica dei tempi nostri, la tradizionale distinzione tra poesia e prosa. I cosiddetti poeti nuovi per autodefinizione si atteggiano a classici, si richiamano a Petrarca, a Leopardi, cercano conferme nella storia della nostra lirica, quasi avessero coscienza della loro eresia. Stupisce soprattutto l'enorme abuso che essi commettono, invocando l'autorità del Petrarca. Non sanno purtroppo o fingono di non sapere che la tradizione italiana da Torquato Tasso a Leopardi, ha sempre considerato Petrarca il fondatore di una poetica anti-intellettualistica e anti-dottrinale per eccellenza». «Sarebbe veramente difficile intendere quali rapporti possano esistere fra poesia pura e il Petrarca se, all'infuori del petrarchismo italiano, non ce ne fosse un altro assai meno ingenuo di fonte francese, che identifica la poesia con la prosodia». «Ci si illude, sterilizzando al massimo il linguaggio poetico, di rimettere in soglio quella famosa distinzione fra poesia e prosa che dipende, secondo me, principalmente dal ritmo. Ma proprio questo elemento essenziale viene trascurato dalle dette ricerche; le quali hanno, per concludere, il grave torto di voler sostituire l'ispirazione con la pazienza, arbitrariamente definita mestiere». «Affermo che io sento la poesia come sostenza, idee, concetti, situazioni poetiche, piuttosto che puro linguaggio. Intorno alla magia della parola, al miracolo di un verso o mezzo verso, s'è fatta, negli ultimi tempi, una troppo disgustosa retorica». «.. per aver voluto, in queste mie poesie, che l'elemento musicale e lirico non escludesse il rigore logico, il linguaggio espressivo, l'ortografia ordinaria e ogni altra condizione propria a creare qualche cosa di spiegato e di organico, io sono stato definito da alcuni, con disprezzo, poeta discorsivo ...». [E qui apro una parentesi che tiene conto della rivalutazione della funzione narrativa della poesia: un tal orientamento agitava la poesia americana degli anni '60 e s'impone nel quadro letterario odierno anche sotto le specie di «finta narrazione» (cito Burberi Squarotti, Occhipinti...). Il problema, per altro, a mio avviso, resta l'immagine (con nuovi ansiti di nevrosi magari!) che abbia la capacità di evocare, di associare idee, di conoscere, contrapposta all'Altra Immagine al potere; decisa, quella poetica, possibilmente a durare, non essere così deperibile.].
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