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Considerazioni sulla "modernità culturale„

Nella mondadoriana «Epoca» Remo Cantoni, noto pensatore ex-marxista, ha trattato della «modernità intellettuale», in risposta a chi gli parlava della «decadenza spirituaule» manifestata nell'«arte e letteratura contemporanea»: ed ha articolato la sua sintetica trattazione sue tre punti: dovere di essere moderni; rapporti tra Realismo e Decoro; lezione dello Storicismo.

Secondo noi, c'era prima di tutto una cosa fondamentale da dire: che in ogni paese occidentale (diverso il caso della Cina e del Giappone), c'è un'arte decadentistica ed un'arte antidecadentista, armate l'una contro l'altra come in un vero e proprio campo di guerra. Immenso contrasto, senza capire il quale nulla si può capire dello svolgimento storico della Poesia moderna, Pittura moderna, Scultura moderni, ecc.

Non basta un'ammissione a mezza bocca, fatta en passant come questa: «la diffidenza è in buona parte giustificata dal mediocre livello della produzione intellettuale di questi tempi». Ed è, soprattutto, un'ammissione che sposta il vero problema. Non si tratta di contare se, attualmente. i geni scarseggino alquanto, nè di calcolare un livello medio della produzione intellettuale odierna, (Non ha senso parlare di medie, statisticamente, nelle cose dello spirito). Si tratta. in particolare, di vedere con tutta lucidezza la eontrapposizione fra i due campi, decadenti e antidecadenti, accentuandola al massimo, — senza dunque calcolare le due produzioni (accomunandole) in un livello medio, unico. .Si tratta di riconoscere che la tentazione decadentistica non era parsa mai tanto forte, e che a momenti, in epoca ansai recente, esso era sembrata addirittura pienamente vittoriosa (e chiedersene le ragioni storiche: che cosa era decaduto fuori dell'arte, in corrispondenza della decadenza dell'arte?). Si tratta anche di riconoscere che la riscossa degli antidecadenti è cominciata con la Seconda Guerra Mondiale, con le sofferenze della Seconda Guerra. Mondiale.

Ma vediamo invece, per sommi capi, che cosa ha detto il Cantoni. Sul primo punto, il Cantoni non dà, in somma, che una pittura, estremisticamente colorita, del «laudator temporis acti», il retrivo che si propone di vivere al di fuori del suo tempo essendo persuaso aprioristicamente che nulla ci sia da imparare dall'arte e letteratura del suo tempo. Di fronte a un tipo umano così descritto, è agevole asserire il «dovere di essere moderni», con ottimi argomenti che qualunque persona colta può approvare.

Non vogliamo negare che il «laudator temporis acti» così dipinto, qualche volta esista; ma, in verità, abbastanza di rado. Di solito ci si trova di fronte a persone meglio provvedute, che con negano tutto quanto si fa oggi, ma discutono e distinguono. contrapponendo certe produzioni odierne a certe altre produzioni odierne. Abbiamo visto contrapporre Pascoli a Ungaretti (e anche Pascoli, si badi bene, è artista moderno e pur sempre attualissimo), o Hikmet a Ungaretti, o anche si badi — Valéry a Ungaretti; Sbarbaro a Montale, ecc. Impossibile sarebbe l'esaurire l'argomento col fermarsi soltanto ad esaminare un caso estremo, la negazione totale, «in blocco», dì tutto ciò che è moderno, a vantaggio del passato: la trattazione può essere appassionante soltanto a patto di approfondite discussioni più sottili e problemi meno immediatamente evidenti.

Men che meno è possibile trascurare o sottacere quanto accade tra i giovani. — il vero e proprio disgusto di moltissimi giovani per la letteratura e l'arte, decadentistica del prossimo ieri: una aspra condanna, questa, che non si giustifica con l'esaltazione indìscriminata del passato, nè ad essa sfocia, — oh, non sarebbe dell'età! —, bensì sfocia ad un'intensa speranza di una più sana arte e letteratura trionfante, ad opera delle giovani generaziani. nel prossimo avvenire. Caso e teoricamente e psicologicamente opposto a quello del tipico «laudatnr temporis acti» su cui il Cantoni insiste troppo, e troppo agevolmente.

Nè, infine, tanti prodotti letterari ed artistici odierni sono -- il più delle volte — messi in istato d'accusa perché «volgari e sconvenienti», bensì perché «falsi». Accusa ben diversa! e invero quasi mai abbiamo sentito proprio parlare di «volgarità» in discorsi di tal natura, nè certi rari e faticosi artifici sono, a parlare con qualche esattezza, volgari, accusabili in primo luogo di volgarità.

Sul punto secondo, — i rapporti fra Realismo e Decoro — il Cantoni dice anche cose molto giuste, sulla  Humilitas e sulla Sublimitas. (Il Realismo porta una humilitas di linguaggio e d'esperienze che risulta ostica agli zelatori di una subimitas tradizionale... E questo, sì, ci sembra abbastanza evidente e ovvio).

Secondo lui, poi. l'accusa di volgarità, di offesa al decoro, ricompare ogni volta che una tematica nuova irrompe dalla vita nell'arte, imponendo modi inquietanti e inaccettabili per i vecchi gruppi che avevano la dirigenza culturale. E qui cominciamo con le facili e comode semplificazioni.

La tematica nuova proveniente dalla vita, non porta sempre humilitas.

Uri arte nuova, e genuina, può anch'essere di tono alto, in certi casi, in certi tempi... (I Sepolcri del Foscolo sono arte di tono non umile; arte realistica in senso elevato, perchè anch'essa proveniente dalla viva realtà e fremente di vita, ma, nello stesso tempo, «classica», e nobile nella forma). Molti avversari del nuovo realismo fanno, sì, una questione di decoro tradizionale o quasi, quando combattono la forma («prosastica») di certa poesia realistica attuale; ma molti altri si atteggiano diversamente. Per esempio, accusano il «neorealismo» narrativo e cinematografico in blocco (spingendosi sino alla condanna di opere bellissime!), però portano alle stelle altre, opere recenti e recentissime, a cui il Cantoni non negherebbe la qualità di nuove e «moderne» (anche se per noi la loro modernità è soltanto appariscente, e falsa). E infine c'è anche il caso di chi contrappone il Verga (accettandolo) a forme di realismo più recente, cioè una humilitas ad un'altra humilitas.

Ciò che più vi è di dannoso nel discorso, quale il Cantoni lo imposta, è questo: che dopo quella bella pittura del «laudator temporis acti» — si tende ad accomunare in un fenomeno solo la «modernità» dell'arte astratta, deformazionistica, ermetica, surreulistica, ecc., e la «modernità» del realismo nuovo, più o meno duro, che può apparire indecoroso ai fautori della sublimitas tradizionale.

Per carità,. non neghiamo e non veliano in nessun modo il fatto che si tratta di due arti opposte; e che innumerevoli persone sono inclini, oggi, a difendere il realismo e combattere il decadentismo ermetico, surrealistico, astrattistico. eccetera. Questo è il punto su cui dobbiamo massimamente insistere.

E qui si ritorna al caso dei giovani — di tantissimi giovani — che il decadentismo, e la senile ubriachezza dell'artificio, combattono proprio in nome del realismo. C'è da ridere (o da piangere?) se si pensa che le considerazioni (filorealistiehe) del Cantoni possono senza troppa fatica essere sfruttate dagli zelatori del decadentismo ermetico od astrattistico o surrealistico, per rifare, come si dice, una verginità alla pseudo-modernità del cerebralismo faticoso, ornamentale, ed antirealistico. Tutta «modernità», capite?... E tutta ugualmente invisa ai «laudalores temporis acti».

Quale peggior nemico, per esempio, di un Carlo Bo, cultore della «moderna poesia» dell'oscurità e dell'analogismo, nei riguardi del neorealismo, con tutta la effettiva modernità che questo può contenere almeno nei casi migliori?

E quanti, d'altra parte, fan oggi davvero la questione dello «stile illustre» in senso tradizionalistico e, diremo, arcaico?

Piuttosto si parla di stravaganza, di stranezza, di ricercatezza, — di ricerca della stranezza; e la ricerca della stranezza è proprio il contrario del realismo genuino, come altri ha già detto e come chiunque può intuire.

Sul terzo punto (la «lezione dello Storicismo»), ci limiteremo a osservare che la visuale del Cantoni è nettamente storicistica; e che al Cantoni è facile, al solito, dimostrare l'illogicità di certe posizioni estreme, l'illogicità di chi vorrebbe fermare la storia e impedirle di muoversi, l'illogicità di chi non vuol capire che le idee, e tutte le forme dello spirito, per essere valutate, devono essere collocate nel loro momento storico, e considerate per le non casuali correzioni che intendono apportare alle idee, e forme, del momento immediatamente precederne. Ma non potremmo certo, ormai, mancare di cautela fino al punto di ubriacarci della parola «progresso» sino a rifiutare di ammettere che, in ogni caso, non c'è un progresso continuo, — in quanto ci sono anche epoche di regresso, di involuzione, di decadenza. E poiché si parla tanto di «modernità» da parte del Can-toni, si può per lo meno domandarsi se lo storicismo, cominciato già col razionalisrno hegeliano non sia di una modernità un po' meno moderna che l'antistoricismo sorto, dopo molti esperimenti storicistici, come vigile e calma critica di essi.

Ricordiamo che il Tilgher ha tenuto conto di qualcuno dei fatti salienti di questo secolo, per esempio della rivoluzione russa. Da perfetti storicisti i «menscevichi», ossia i socialisti più moderati, erano disposti ad attendere la fatalità storica di un maggiore sviluppo dell industria, del proletariato, ecc., ed a ritenere la rivoluzione non-borghese (socialista o comunista) impossibile allora, nel 1917, cioè prima di certi sviluppi storici.

Lenin, da uomo d'azione, diede dello storicismo un'interpretazione assai meno ortodossa, ma fece la rivoluzione e riuscì: grazie alla sua abilità personale, all'arte di trovare alleati, all'arte di cogliere il momento opportuno e sfruttare la crisi degli avversari. — in altre parole, grazia a mosse strategiche e qualità d'ingegno, che potevano anche non esserci; grazie, in larga misura, alla rapidità d'azione ed a doti individuali.

Le considerazioni del Tilglier non ci interessano per trarre delle deduzioni inerenti alla storia politica, ma per ricordare che, nel campo artistico, le qualità individuali contano e pesano più che in ogni altro campo. Sarà difficile immaginare la rivoluzione del '17 senza Lenin: ma è ancora più difficile immaginare i Malavoglia (ferme restando tutte le condizioni ambientali e storiche) senza il particolare genio del Verga!

Poichè lo storicismo corre a non tenere abbastanza conto dell'individuo, dell'apporto individuale nella storia, non occorrerà essere «laudatores temporis acti» per dire: — Certo il Pascal teneva troppo scarso conto dei fatti sociali, economici, ecc., e insomma del corso storico complessivo, nell'attribuire certi grandi avvenimenti alla lunghezza del naso di Cleopatra, ma per lo meno non rischiava di voler immaginare le azioni di Cesare senza Cesure, e, peggio, la poesia di Virgilio senza Virgilio...

Ma ritorniamo alla «modernità culturale», e ribadiano un semplicissimo punto: oggi, poniamo, in una mostra d'arte. è facile incontrare individui giovani, e poco nostalgici del passato, che deridono gli aggeggi di ferro contorto intitolati «Nascita della donna» e le tele di sacco macchiate, intitolate «Tramonto sul mare» o addirittura «Tramonto dell'epoca», senza nessuna intenzione di trovare indecorosa l'arte realistica, e condannare anche tutta l'opera di Guttuso, o magari. in un altro campo, quella nuova poesia sociale che è fiorita. e poteva fiorire, soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Materiale
Considerazioni sulla modernità culturale
saggistica 
Autori
Maria Grazia Lenisa

Pubblicato su:
Ignota nr.0/1959
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