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Il “Documento dei giovani„

Il «documento dei giovani», così viene spontaneo – a me e ad altri chiamare, dentro di noi, quella «Lettera aperta ai poeti italiani sul “realismo” nella lirica» che nell’agosto 1949 diede voce chiara ed inequivoca alle aspirazioni ed intenzioni della «giovane poesia» italiana. Lo so: colui che l’aveva dettata non era un giovane. E aveva voluto esprimersi con la più calma misura (una qualità che non sempre è dei giovani, senza dubbio) per rimanere legato ad una definizione eterna della poesia, rifiutando di additare come validi soltanto alcuni contenuti o soltanto alcune forme, secondo il vizio delle solite «scuole» e scuolette che hanno riempita di ismi l’epoca recente. Ma la passione di umanità e concretezza – sottolineo questa grande parola, che è oggi, per noi, la più bella delle bandiere: concretezza – che animava il documento del 1949, era la passione stessa che distingue le giovani leve letterarie, nella lirica come nella narrativa; e il documento era redatto in modo da fornire subito le più sicure ed efficaci giustificazioni nelle polemiche che ai giovani oggi impongono oscure resistenze ed oscure reazioni. Si tenta di far credere che la narrativa di stile antiletterario, di tono parlatio, sia null’altro che un ennesimo volto di un deteriore verismo «fotografico e anagrafico»? Si tenta di infirmare tutta l’odierna «lirica sociale» (genere così profondamente caro alle nuove generazioni) indicando in essa un ammasso di luoghi comuni e un’abile retorica mimetizzata di semplicità? Si condannano in blocco tutte le forme poetiche di tonalità dimessa e prosastica? In tutte queste occasioni, la «Lettera Aperta» del 1949 fornisce con facilità (e lo s’è visto in recenti polemiche particolari) le risposte. Pur senza «sganciarsi» da un concetto di poesia non contingente, è un’arma di battaglia per questi anni battagliatissimi. Su di essa si sono fondate le «risposte» più serrate e perentorie, quando un Bo ha dato per finito (strani fasti della Radio italiana, sezione letteratura) il «neorealismo», e quando un Bo un Piccioni ed altri si sono affannati ad escludere l’esistenza di una giovane poesia – posteriore alla seconda guerra mondiale – dotata di caratteristiche proprie, discernendo soltanto la presenza dei pochissimi giovani – nulla più che scialbi epigoni – i quali seguitano la stagione ermetica degli anni sul ’37 e ’38...

Ecco perché i giovani, in grandissima maggioranza, si scostano dall’ermetismo – anche in certe sue nuove forme pavidamente attenuate – e vanno alla «bandiera» di quello che Aldo Capasso ha chiamato il «realismo nella lirica» e poi per brevità s’è detto (non soltanto entro i confini d’Italia) il «realismo lirico». Si tratta di difendere il vero realismo, che è sempre, per ciò stesso, lirico: consci che essere realistici, saporosi di calda umana realtà, senza essere esanimemente «obbiettivi» (in un senso di passività e «fotografismo»), significa avere senz’altro raggiunto il punto dell’autentica Arte. Le nuove generazioni sentono il bisogno d’una poesia, che, pur non rigettando la tradizione – anche nel nitido semplice Leopardi dottissima – della nostra letteratura nazionale, sia, nello stesso atto, palpitante d’un linguaggio fresco e vero, e segni un trionfante ritorno, lunge da ogni vano paludamento, alla «sincerità artistica». È nostra aspirazione bandire da noi le forze negative che diedero una provvisoria vittoria al surrealismo francese, attribuendo un falso scopo d’indagine sotterranea, quasi anatomica. all’amara mania di collezionare difformità e stravaganze sfocianti all’assurdo, – che determinarono un amore di complicati psicologismi trasformante l’artista in un caso clinico, – che fecero dilagare un desiderio di stupefazione o attonitaggine onde un nuovo seicentismo (metafore su metafore scaturite da metafore) parve il non plus ultra della poesia per la sua capacità di suggestionare – si supponeva – il lettore, col fatto stesso di sconcertarlo e rimbalzarne la mente da uno ad un altro enigma da una ad un’altra evanescenza, tra vaghi fantasmi «misteriosi» soltanto perché sprovvisti di chiara motivazione.

Le ebbrezze sonore dell’ermetismo (ormai giunto alla prima fase del suo declino) possono dare, a taluni, una immediata sensazione di pseudopiacere estetico, in quanto taluni suppongano ricco e profondo tutto ciò che sconcerta (o cerchino soltanto l’occasione di una propria mentale ginnastica): ma, cessato l’effetto primo della droga poetica, non lasciano – là dove l’uomo non rinunci alle migliori prerogative dell’uomo – se non un angoscioso vuoto. I giovani vogliono abbandonare dietro le loro spalle il sofisticato cerebralismo, frutto, sempre, della fantasia povera e malata delle società stanche e insenilite; una nazione, come non può continuare sempre a portarsi dietro lo strascico doloroso di una guerra perduta, non può legarsi perennemente a quelle crisi morali che, in fondo, determinarono, per mediate vie, la stessa guerra e sconfitta: bisogna ricuperare una fiducia più virile, amare il presente tanto da saper amare anche il passato d’un amore non cieco, e attingere a ciò che il passato ha di migliore. Il che significa, qui, rifarsi alle epoche in cui la letteratura italiana fu relativamente più «popolare» (Dante veniva persino cantato da un asinaio, anche se questi infiorava la terzina d’un sonoro «arri!», e il risorgimentale Leopardi è, forse paradossalmente, come ieri, tuttora, un poeta caro anche a persone quasi incolte), non al tempo agghindato e spagnolesco del Cavalier Marino e non allo spirito «iniziatico» degli anni fra il 1930 e il 1940.

Nè vogliono, i giovani, deformare deliberatamente la realtà adducendo a scusa la fondamentale e inevitabile soggettività dell’arte, consci che l’originalità forzata è un elemento negativo: poiché l’originalità vera non si forza e non si ostenta, la si vive (lentamente impercettibilmente conquistata) senza nemmeno sapere quanto sia grande, e forse, se proprio ci sia. Ciascuno è soggettivo, in ogni suo atto spirituale, senza imporselo: e la soggettività è rilevante presso chi possegga una rilevante personalità. (Tutto si riduce a quel punto, alla perfine: avere, o non avere, una reale personalità, non improvvisata e non improvvisabile).

Chi, se non persone ancoràtesi in uno stato spirituale quasi morboso, può lasciarsi, non effimeramente, convincere dalle psicologistiche complicatezze compiaciute, o dalla parola come «brivido sonoro»?

Parliamo un momento di questa. Essa mirerebbe, secondo i suoi teorici, all’essenzialità. Ma può questa supposta «essenzialità» identificarsi con la vis sententiae, l’essenza del discorso secondo i classici immortali? La vis sententiae classica è la potenza essenziale delle parole di comunicare ad altri, ad altre anime umane, una emozione ben determinata: persuadere le anime, è questo. Ma la «essenzialità» del suggestivismo mallarmeano e postmallarmeano è tutt’altra cosa: non già trasfondere in un’altra anima la propria ben determinata emozione (il proprio entusiasmo... il proprio odio... il proprio amore... la propria speranza... il proprio cordoglio... il proprio coraggio...), ma offrire a quella «altra anima» una vaga lusinga, di musicalità e mistero, che la seduca a vibrare di generica curiosità («piacere d’indovinare») e di un generico piacere prevalentemente auricolare. No, i decadenti del nostro tempo, gli ermetici ed affini, hanno dimenticato che lo scopo dell’artista è comunicare: e che un pensiero non sufficientemente espresso non ha possibilità di comunicazione, e che è necessaria una forma sobria, una forma chiara per un contenuto concreto. Sobrietà espressiva è la «essenzialità» secondo i classici. Musicaleggiante stranezza e rarità verbale, con una conseguente meraviglia abbastanza affine a quella barocca, è la pretesa «essenzialità» dei decadenti novecenteschi. E come la gioventù uscita dalla guerra, con tanto bagaglio di sofferenze e di problemi, potrebbe appagarsi d’una «essenzialità» intesa in questo secondo modo? Meglio i più «vecchi» classici, meglio Cicerone addirittura, pur se talora parlava ore rotundo (ma scrisse anche il Sommium Scipionis). «Neque verba sedem habere possunt, si rem subtraxeris, neque res lumen, si verba semoveris». Vogliamo, sì, un «contenuto» perspicuo, che abbia lumen, e le parole che stiano al giusto posto per assicurargli quel lumen aderendo con naturalezza; non le parole agitate come in un caleidoscopio, per fare nuovo..., o addirittura tolto via il contenuto, di sotto alle parole.

La netta coscienza di ciò, la fiera presa di posizione, da parte di tutti i giovani migliori, contro la falsa e viziosa estetica ermetica, non significa affatto cadere nell’elogio di un realismo (pseudorealismo) «fotografico». Per le sofferenze e per i problemi, per quel grosso càrico che noi giovani dobbiamo portare in una «epoca percossa» (quanto giuste le parole di Giovanni Schiavi) quale la presente, – che utilità avrebbe uno scialbo impersonale ricalco volto unicamente ad una verisimiglianza approssimativa? Ci può servire, ci può essere caro, soltanto un discorso umano, che parli all’uomo. E rappresentare la Realtà non significa offrire, e lasciarsi offrire, una realtà mutilata, coacervo di apparenze esterioristiche senza un’anima di dolore e amore, cioè qualcosa di degradato e non più reale. Non dunque una «copia» della Realtà, ma la Realtà vista alla luce d’un intimo lirismo che la illumina e le dà colore come il sole alle cose, – lirismo che attinge all’inesauribile fonte del sentimento nell’uomo, e nel vero artista che è vero uomo.

Ecco perché si è via via giunti a parlare correntemente di «realismo lirico» non solo in poesia, ma in ogni manifestazione artistica della personalità umana, dalla narrativa alla pittura. Dire, con questo animo, «realismo lirico», vuol dire anche fare un’affermazione di umanità. Amare l’arte in questa forma (non più amarla come quello che Nietzsche chiamerebbe un «gioco da mandarini»), implica anche di sperare una completa rinascita, quando le nazioni potranno guardare all’Italia come a un centro fattivo di buona, sana, salda cultura.

I giovani sono bramosi di genuino rinnovamento. Essi pensano che non esistono soltanto le «Vie Margutte» con i loro artisti ahimè affaticati dal troppo raccogliere rare essenze, con la mente delirante per un supposto affanno creativo che rassomiglia al piacere delle droghe, – vi sono artisti, e talora grandi, in tante vie qualunque, che vivono ed operano in mezzo agli uomini comuni, tra impiegati, operai, uomini del lavoro, e fanciulle, innamorate od ansiose, e bimbi chiassanti. Alcuni di questi artisti già hanno saputo trionfare, e dare dignità, fama di serietà, al nostro paese.

Non si tratta più di fare «l'arte per l’arte» riducendola ad un raffinato, magari raffinatissimo, diletto (e ritornando così al vecchio edonismo estetico) ma di fare l’arte per la vita, pur non subordinandola a tesi, propagande, deformazioni utilitarie od astratte. Che è poi, se si vuole, la vera «arte per l’arte», quando si tenga presente che l’autonomia dell’arte s’identifica con il fine peculiare di comunicare i sentimenti da un uomo agli altri uomini: sentimenti i quali non possono essere se non i consueti sentimenti umani. col moderato margine delle consuete variazioni individuali.

– Arte per la vita, – dice, oggi. tutto un coro di giovani, grande.

Di concretezza abbiamo bisogno. non di vacue divagazioni nelle regioni iperboree dell’astrattismo.

Materiale
Il "Documento dei giovani"
saggistica 
Autori
Maria Grazia Lenisa

Pubblicato su:
Ignota nr.0/1957
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