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Sempre più fittamente si legge di poesia come ricerca di verità (è l'antica matrice aristotelica). Tale concezione ebbe due interpretazioni: lo scorgere di verità assolute nella poesia, considerata superiore alla filosofia, punto di vista, oltrechè di Schiller, di Heidegger che la riteneva "nominazione fondatrice dell'essere e dell'essenza di tutte le cose' [cfr. Storia della Filosofia a cura di Nicola Abbagnano - Vol. III, Utet, Torino 1982]; la capacità di cogliere verità di grado e natura diverse da quelle intellettuali e filosofiche. Da questa ultima interpretazione nasce l'estetica moderna e l'intendere la poesia conoscenza delle rappresentazioni sensibili, mentre è pertinente alla filosofia la distinzione concettuale. Il Romanticismo preservò intatto il concetto di poesia hegeliano e Benedetto Croce, nell'assegnare autonomia alla poesia, non potè certo negare che condividesse il conoscere con la filosofia, finendo per manifestare, nell'immediatezza dell'immagine poetica, proprio una verità filosofica. Rilievo che condivido con il Maestro Nicola Abbagnano. Ma la Poesia, da Vico al neoempirismo contemporaneo, valorizzò anche l'interpretazione platonica di partecipazione emotiva, rifiutata, oggi, se 'il significato di una poesia è nella quantità di realtà conosciuta e di coscienza rivelata' [cfr. G. Bárberi Squarotti, Dai post-ermetici alla post-avanguardia, Lucarini Editore, Roma 1982], ne deriva quindi 'il rifiuto di una concezione della poesia (e della critica della poesia) come autosufficienza di un mondo di valori e come autonomia di consolazione ed effusione'. [cfr. ivi, p. 490] Giorgio Bárberi Squarotti ci dimostra come, in chiave di determinazioni critiche, nella poesia del dopoguerra si siano evidenziate due direzioni: 'indicazioni di valori assoluti... rivolta antiferrantina...' [cfr. ivi, p. 490] e come siano solo apparentemente antagoniste, in realtà complementari 'per l'accettazione del fatto poetico autonomo e irrelato'. [cfr. ivi, p. 490] La poesia finisce per essere 'riconoscimento platonico del sentire comune' [cfr. F. Loi, pref. a La pagina striada di Fernando Grignola, Ed. Pedrazzini, Locarno 1987], non coscienza e conoscenza. Altra linea interpretativa è quella inerente alla sua funzione, dove la si intende come modo privilegiato dell'espressione linguistica. La poesia moderna, ovviamente, ha elaborato assai questa tesi che ci porta alla concezione poundiana circa l'efficienza del linguaggio, reso tale dal carisma musicale della parola, dalla proiezione delle immagini sulla fantasia visiva, dalla carica ironica, immessa nella parola comune, stranita così dalla funzione ordinaria. Penso che le due linee interpretative di poesia come coscienza-conoscenza ed espressione linguistica privilegiata siano inscindibili. La poesia va studiata in relazione al suo andar oltre le frontiere del conoscere, sempre un pò più in là, in sè, all'esterno, nell'uso della lingua, esorcizzando l'abuso. Processi, grazie a Dio, abbastanza spontanei nel vero poeta, non plagiato da steccati in qualche modo imposti. Si avverte che il viaggio della poesia non si svolge in aree definite sicure, indirizzate dalla società capitalistica, dal Despota, come direbbe Giudici, che ha certamente i suoi poeti definiti e sicuri, i quali hanno ragioni molto pratiche per sfuggire i rischi. I veri poeti rischiano invece, accrescono la ricchezza del mondo, allargano l'uso del linguaggio, umanizzano la vita, ampliano il significato astratto e concreto di libertà. Perciò non senso e umorismo sono importanti (che ridere è togliere potere, insinuare dubbi!), ai confini, quasi un prendere respiro nel viaggio, mosso dall'amorosa voglia che fa cedere i limiti della parola, dell'esperienza umana come di quella linguistica. La Poesia cammina alle frontiere della lingua con l'amore, con l'umorismo, penetra anche violentemente la parola e penetrare equivale a conoscere, aprendo sè all'altro. Il tema di ricerca sul futuro della poesia, a parte le contingenze, è che la poesia ha futuro `finchè il sole risplenderà sulle sciagure umane'. Chi può dirlo? Tuttavia non direi che tocchi cantare le sciagure, non è pertinente alla poesia, come vorrebbe Loi [cfr. F. Loi, pref. a La pagina striada di Fernando Grignola, Ed. Pedrazzini, Locarno 1987] e altri, con altre parole 'la sociale e obbiettiva presa di coscienza della contemporaneità rispetto ai propri errori'. Vogliamo togliere mestiere ai politici? Giorgio Bárberi Squarotti, uomo, a veder limpido, senza pregiudizi, ma legittime preoccupazioni circa i destini dell'arte (e non per autodistruzione della razza umana!), pone spesso l'accento non sul problema superato della 'purezza' linguistica, ma sul modo 'molto prevaricato con cui i rapporti tra letteratura e storia sono presentati.' [cfr. G. Bárberi Squarotti, Il dibattito tra Ferretti e Bárberi..., La Stampa, Torino 1988] Passi per Sanguineti, riconosciuto da Portinari 'grande poeta storico....', il quale rifiuterebbe 'il punto di vista della natura (idillio-tragedia) per quello più concreto della storia (economia-commedia)' [cfr. F. Portinari, Sanguineti bisbiglia in versi comicità e realismo, La Stampa, Torino 9.1.1988], certamente Sanguineti non è un poeta romantico, ma di questo tempo, al negativo in relazione alla civiltà dei consumi (economia-commedia), in stato di perenne rabbia, costretto ad essere poeta storico, contro la poesia stessa per cui ha un vivacissimo amore-odio. Per la verità non so che rapporti un poeta debba tenere con la storia, ma so cos'è la poesia.Il punto dolens è comunque l'oggi (la cultura e con essa l'élite culturale) non rappresenta sostanzialmente un fatto di erudizione, ma di specializzazione. Dall'erudizione aperta, e perciò umanistica, ci si orienta alla monocultura; è qualcosa più di un rischio a cui pare oggi difficile sottrarsi. Se l'élite culturale si è enormemente allargata, dobbiamo per contro costatane che la parte di essa, dedita alla poesia, si è penosamente ristretta, così da coinvolgere, in pratica, i soli addetti ai lavori: poeti e critici, spesso critici-poeti. Diviene così facile osservare come siano folte le schiere dei poeti e questo farebbe ben sperare nel futuro della poesia; ma quando quelle schiere erano meno folte e quindi parevano meno solide le prospettive, guarda caso, minori erano gli interrogativi e comunque chi avesse voluto interrogarsi o indagare sul futuro della poesia di certo aveva minori preoccupazioni. E' il futuro di tutta l'arte in genere che pone seri interrogativi; c'è in atto, non ostante gli ottimisti di turno, una decadenza di tutte le forme artistiche. C'è il problema della filosofia, il futuro della cultura. L'arte, in genere, sembrerebbe oggi smentirmi, avere successo; di fatto essa viene riconosciuta, se può essere facilmente consumata: cioè l'arte esiste solo se idonea ad alimentare il sistema consumistico così come è realizzato dall'attuale società. Tutto ciò la dice lunga sull'evoluzione dell'arte stessa e quindi sulla sua decadenza. Quanto alla filosofia, forse cesserà di essere soprattutto storia, a patto che si sappia reintegrare davvero con la scienza; è questa una condizione inevitabile per un più proficuo rendimento della scienza stessa ed è anche una condizione indispensabile per la sopravvivenza della filosofia nella sua funzione di saper porre problemi, le cui risposte non possono più prescindere dal concorso della scienza, se sì vuole (e si deve!) tener conto delle caratteristiche dell'uomo contemporaneo, dell'obbiettiva esigenza di risposte, le più certe. E la cultura? Oggi è'sempre più materialistica, forse diverrà ancora più attenta a quanto è più pratico, a quanto serve. Per tutto e per tutti il grande traguardo, non ostante i pianti da coccodrillo, sembra essere un crescendo di intensità al consumo. Chissà...la futura realtà scientifica e con essa credo anche la filosofia potrebbe segnare un recupero di valori metafisici, così da indurre ad una consistente inversione di tendenza. In questa prospettiva fare poesia potrebbe essere sicuramente meno ozioso, ossia si potrebbe registrare un allargamento di quanto detto sopra e quindi avvalorare se non recuperare una funzione che, del resto, nessuno fino ad oggi ha mai seriamente negato. Se verrà meno questa prospettiva, se le attuali tendenze diverranno esasperate, la poesia, come l'arte in genere, ben lungi dall'esprimere valori, dovrà ulteriormente distorcersi nella sua decadenza, restringendo ancora la sua attuale funzione che, quando va bene, è solo capace di produrre sorpresa, cosa ben diversa dallo stupore d'incanto. Sorprendere è oggi quello che si chiede all'arte in genere e lo si chiede anche alla poesia, nel tentativo estremo di allargare, in qualche modo, una élite di lettori. Ma il futuro della poesia potrebbe essere migliore e nel quadro di una realtà certamente possibile: il nuovo umanesimo. E' su questa prospettiva che io fondo la mia certezza di sicuro futuro anche e soprattutto per la poesia. Stiamo parlando di un recupero che, in fondo, non è una novità per nessuno, ma è per vari aspetti sulla bocca di tutti, perciò meno fantasioso di quanto possa sembrare. Nella prospettiva umanistica c'è il recupero della natura, dell'uomo che la salva, dell'uomo ancora capace di evitare la sua fine e conessa la fine delle sue opere. Resterà allora 'la piccola poesia' (Zanzotto) e la sua traccia d'amore, quindi il futuro non è nella preoccupazione del nuovo (ingegnosità), ma come 'inedito stupore di creare' (R. Alberti), se 'el nombre es archetipo de la cosa, | En las letras de rosa està la rosa'... Borges ci dice anche che 'gli artifici e il candore dell'uomo non hanno fine'. |
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