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Il linguaggio spartianoIn memoria di p. Giovanni Battista Pigato
Mi riservo, in questo convegno, di ritornare, richiamandomi al precedente impegno di studio, alla questione del linguaggio; il tema è stato da me trattato, più tecnicamente, nel capitolo "Il linguaggio spartiano", a p. 161 del volume sopra citato. Data l'importanza dell'argomento, ritengo necessario produrre, sulla falsa riga delle mie posizioni critiche precedenti, ulteriori chiarificazioni ed approfondimenti. La caratteristica che contraddistingue la natura del linguaggio spartiano, è l'apparente semplicità ed essenzialità, ma capaci di predisporre, attraverso un contesto di sensi, segni e significati assai complessi, alla meditazione. Così il rischio del banale viene soavemente evitato, anzi con esso si gioca per andare oltre, alla ricerca di una dimensione espressiva più vera, a metà strada fra l'esperienza e l'inesperienza assoluta che è apertura totale. Possiamo notare che, se nell'ambito degli odierni studi emerge spesso la distinzione, sia pure flessibile, tra il linguaggio di confine e quello che, occupando una posizione centrale nella piattaforma linguistica (Van Buren), rispecchia il vissuto quotidiano, Spartà riesce a capovolgere tale impostazione. Il suo referente perciò appartiene a differenti piani, li abbraccia parallelamente, allargando la 'visione' del vissuto, fino a giungere nella sua aspirazione più iritima, all' idea del!'Eterno. Diviene così comprensibile la scelta del titolo "Rincorro l'Eterno" per una delle sue opere, da me scelta, per introdurre le mie analisi nel capitolo de "Il linguaggio spartiano". La speculazione critica non può non iniziare dal misticismo che spesso è stato contrassegnato dall'oscurità del dettato linguistico, al contrario la mistica spartiana del 'linguaggio comune', come ho sostenuto nel mio lavoro, sottende assai bene il mistero religioso, proprio perché testimonia la volontà del Poeta di attribuirgli un valore che sia 'vicino' nella sua lontananza incommensurabile. In questa opzione è evidente il paradosso, ma non potrebbe essere altrimenti, trattandosi della Fede che deve scaturire in modo autentico e vivo e non può pertanto essere mediata da pesanti strutture intellettualistiche. Da qui la necessità di parlare con Dio, non di Dio. Ecco che il poeta, nella sua ricerca, spazia per vari orizzonti; anche l'esperienza di "Mi sono innamorato" rappresenta un'indagine che esplora le capacità del linguaggio estetico, ma straniato dalla sua effettiva collocazione, carico di una bellezza che nulla ha di superficiale, pur essendo gratuita e libera. Vi può essere qualcosa di più svincolato da condizionamenti di "un'azzurra preghiera"? La poesia "Allora permettimi" ci riporta ad un contesto personale ed universale ad un tempo, ove molti elementi nuotano intorno a quella Divina Presenza. Il segno ostensivo e deittico quella assume un ruolo fondamentale in rapporto all'ostinata ricerca di cui Spartà fa menzione (Da me ostinatamente cercata), ma l'indicazione coinvolge il totalmente Altro ovvero la Divina Presenza, per sua natura non indicabile, circoscrivibile o limitabile in una identità se non assoluta ("Colui che è" ). Tralascio di esaminare dettagliatamente, avendolo già fatto in volume, la singolarità nell'uso degli aggettivi, i quali assumono il compito di segnali che riportano continuamente il lettore a spostare l'attenzione dal quotidiano all'eterno. Le correlazioni sono quindi ambigue, obbediscono a quel mio concetto di 'Miraggio' che spesso ho chiamato in causa (si veda a p. 61 del saggio!), ma che altro non è che il bisogno sentito dal poeta di riuscire a tradurre, sia pure con i limiti umani, la Parola in parola, senza scadere di intenzioni e significati. Colpisce nell'ambito di un simile operare il bisogno di relazione e dialogo attraverso cui il senso del messaggio cristiano si qualifica. E' corretto affermare che non è possibile distinguere i significati universali, profondi, da questa poesia chiamati in causa, dalle aspirazioni e dalle intenzioni personali. L'uso del possessivo, dei pronomi personali (mi...me...) ci mette in guardia, pena la perdita di senso del discorso poetico. L'aspetto straordinario è tuttavia costituito dalla presenza del "tu" meraviglioso e talora commovente che all'improvviso compare, si affaccia nel testo, si fa quindi 'piccolo' nella sua grandezza infinita. Per queste considerazioni possiamo dire che anche la stessa individualità umana dell'Autore viene ad esser resa diversa, diviene un "io" 'grandissimo' nella sua estrema piccolezza di uomo. Così viene portata avanti quell'operazione estetico-linguistica di straniamento cui accennavo poc'anzi: parole di uso quotidiano (come il telefono, l'intervista...), legate anche all'impoetico, si rivestono di un valore simbolico, si colorano, forse, di azzurro come la preghiera. E I'Oltre, I'Assoluto che non ci sta ad essere escluso dalla vita di noi esseri umani, non si rassegna al nostro povero linguaggio ma lo accetta, condividendolo ed amandolo, sulla bocca del Cristo-uomo. "Io-Tu" sono soggetto e oggetto d'amore e la Parola che è Verbo divino, si scopre umile, proprio perché inarrivabile senza un atto di adesione, un messaggio, lanciato nella bottiglia ed accolto con una disponibilità che non può essere indifferente e neutrale, ma capace di conquistare, al di là di tutte le reticenze. Una poesia dunque che dalla sorpresa passi al coinvolgimento, tramite un sapiente utilizzo di quegli stessi canoni estetici che contribuisce a caricare con il paradosso. Ci si può innamorare perdutamente di Dio? Forse, quando si esprime il bisogno straripante di rinnovamento e di abbandono al linguaggio d'amore, all'ansia segreta della confidenza che si fa condivisione con gli altri e per questo esce allo scoperto, fa scandalo per l'innocenza e si mortifica per non essere capace di amore; più dell'amore (Di una sola cosa – mi rammarico veramente – che mi ami – prima che ti amassi io.) Un Dio paradossalmente "anima gemella"? Il discorso è duplice: da una parte la gentilezza, la delicatezza dell'esperienza estetica dell'amore diviene metafora di un altro struggente sentimento, irraggiungibile perché divino, dall'altra si sottolinea per contrasto il limite di tutte le esperienze d'amore, anche le più sublimi poeticamente. La simbologia amorosa allude alla tenerezza che è quasi femminile, forse materna, in quel mistero di vita e morte a cui fa riferimento l'insieme dei lessemi più frequentemente ripetuti. L'esigenza è sempre quella del superamento del limite, ma proprio vita e morte, nella loro inevitabile correlazione sono quell'ostacolo che deve essere accettato, al quale si dovrà dare una dimensione spirituale, un senso. E' la Divina Presenza il riferimento implicito ed esplicito; ogni oggetto non è mai tanto lontano dalla sua limitata materialità |
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