Servizi
Contatti

Eventi


Autori
Premi
Editori
Agenzie
Riviste

Atlante
Legenda libri

Links
Ci scrivono

Ricerca

Scorpione
Punto di Vista

La preziosa Summa in poesia dl Grytzko Mascioni

Per Prezzolini confermare il giovane poeta "spaesato" fu certo uno di quegli atti di contestazione che caratterizzarono la sua vita; dal '50 si era trasferito a Lugano. La propensione per il ragazzo-Mascioni non fu solamente polemica, ma di adesione sincera a quella tradizione che pareva offuscarsi, votata alle conseguenze dei giochi da mandarini degli ermetici.

Veniva riconoscendo in quella ordinata partitura metrica, sia l'inesausta creatività, sia un concetto pessimistico leopardiano della vita, ripreso in seguito anche da Ruffilli che annotava: «... quella poesia "sentimentale", in cui l'immagine non può essere più separata dal ragionamento, di chiara ispirazione leopardiana; e Leopardi, come è stato detto, ad esempio da Prezzolini, è l'altro riferimento fondamentale per Mascioni» (Supplemento al Resto del Carlino, 19 dicembre 1984). Il critico riprendeva concetti da lui già espressi, anni prima, sulla V Generazione.

Fubiani, ottimamente a parer mio, a proposito del dubbio sistematico del poeta, avverte che fu «da molti come Prezzolini, scambiato per pessimismo integrale, per leopardiano sentimento del dolore . . .», e mette in rilievo «i tre binari paralleli del ritmo, della lingua e della connotazione esistenziale» (La Provincia, 2 dicembre 1984). Il pessimismo qui è davvero completamente diverso come impostazione da Leopardi; manca tutta quella concezione sensistica, manca la disperazione nei confronti della natura (matrigna).

Il contrasto tra ideale e reale, tipico del romanticismo, non può essere vissuto nella sua immediatezza; dietro il pessimismo mascioniano ci sono le disillusioni, le ironie, tutte le battaglie perse e le vittorie di Pirro dell'uomo moderno. Il pessimismo risulta dinamico, sfuggente, elegiaco, ma anche con le sue punte scanzonate. Esso nasce proprio perché non c'è nessuna natura matrigna di fronte alla quale l'uomo possa ergersi in tutto il suo dolore ed acquistare infine dignità dinnanzi ad essa, divenendo egli, da oggetto dei suoi disegni crudeli, soggetto che ha ben capito il gioco che vuol perpetuare.

Il pessimismo, nel caso di un autore moderno, non può non tener conto di quell'altro pessimismo tanto incombente per l'intera cultura italiana, al di là delle distinzioni di linee e tendenze, quello di Eugenio Montale. In quest'ultimo (e per esso) avvertiamo un'eco metafisica da cui Mascioni però – e qui egli rivendica la sua originalità – si astiene prudentemente, quasi per una tentazione scettica, poiché il discorso che approdi ad una deificazione del nulla o dell'essere, finisce comunque nel silenzio della parola: nel primo caso il grado zero della scrittura, nel secondo il silenzio mistico. Dunque tale prudenza, moderatamente scettica, è il fondamento del suo evento metricologico.

Paolo Ruffilli, a convalida della sua affermazione, tendente ad assegnare Mascioni alla linea lombarda «nel senso e nei segni del ragguaglio marginale e distratto, tipico, ad esempio, della linea . . . ma con uno sviluppo di ragioni speculative di specie ed apertura europea», concorda con Alberto Bevilacqua circa una tendenza razionale, speculativa. Tuttavia Ruffilli almeno prende le distanze da Montale e insieme da Sereni, giungendo alla rilevazione di una cronaca stranita del quotidiano.

Grytzko Mascioni, per altro, non tenta di esso una possibile decifrazione e lo attesta nei versi: «Capire? Tu vorresti capire? | E | cosa pensi | che ci sia da capire . . .». E il poeta che non si lamenta – così diceva Prezzolini – veniva contraddicendolo: «Qui si tratta soltanto del lamento | modesto che comporta il chiaro caso | di un tale che avverte, | già in pista, | la svista o il coni, miato: | a un palmo di naso» (L'argomento di Frege, 6a stanza).

Un aristocratico, certamente, ma ricco di buon senso montanaro; del resto mi viene subito alla memoria un titolo di Poesia [Poesia (1952-1982) di Grytzko Mascioni - Presentazione di Mario Luzi - Introduzione di Allen Mandelbaum - Postfazioni di Tonko Maroevid, Jean Charles Vegliante, Alice Wollenweider - Rusconi Editore, Milano 1984.]: «Novità del poeta contadino» che è un intarsio stupendamente ironico. Vale la pena di rilevare il gioco linguistico, nella lingua dell'ironia: «In oracolo nuovo oracolando | oro colando di preziosi arcani – si converte il poeta | contadino: intasata gemmante | la scrittura – la frittura-frattura | – ripulite le mani».

Si noti la frittura-frattura che suppone l'uso delle forbici o cesure reali e metaforiche. Vorrei notare anche altro: i versi «oro colando | da preziosi arcani . . .», dove si rifà proprio alle "lame" dei tarocchi ed egli stesso si identifica, nella follia amorosa, con il Matto: «È lo sguardo del Matto: ilare dice | tutta la propria fedeltà alle amare poco chiare dolcezze | della vita ...» (Così stanno le cose, Lugano 1972).

Le poco chiare dolcezze sono appunto della vita materiale, in quel senso di vano che essa comporta. Il Matto si identifica anche nel viaggiatore con il sacco sulle spalle, di viaggio in viaggio, di commiato in commiato, di gerundio in gerundio sul veicolo della lingua più modellabile e modellata possibile, nel contorno della disperazione. L'ilarità è nel campanello alla cintola che, in questa "lama", suona secondo i passi di una nuova e possibile avventura, nel senso del fantastico. I preziosi arcani appartengono al gioco dell'esistenza e s'inquadrano nel mistero della poesia. Mascioni è anche superstizioso, teme gli anni bisestili, perché «Oggi, per vivere quasi ne avanza della fede che basta a uno scongiuro ...».

E mette in guardia le donne da se stesso, nella sezione del libro De l'amour, premettendo, con ironia, la chiarificazione che lo scioglie da responsabilità, di Hemingway: «Signora, è sempre uno sbaglio conoscere uno scrittore».

L'equilibrio tra cuore e ragione dell'uomo borghese sembra essere irrimediabilmente compromesso. Le inquietudini non sono risolte né nel contesto sociale né in quello individuale. Il suo pathos può apparire ai malevoli più egoistico che personale, ma «le pericolose curve romantiche», esorcizzate da Alberico Sala (Corriere della Sera, 20 marzo 1985) vanno cancellate del tutto. I versi di Mascioni sono, sì, il risultato della sua vita, ma non quello di uno stato di grazia. È un peccatore che sente tutto il fascino del male non meno che del bene e potrebbe far sue le parole di Grigor'ev a un moralista: «.. precettore mio, tu le passioni le conosci soltanto di nome».

Chi si sente peccatore però – ed il poeta non lo tace – ha un'anima religiosa nell'intimo e parole dolcissime Mascioni vorrebbe sentirsi sussurrare da una Maddalena: «Su dimentica tutto questa notte: | tutto di noi. È questo che vogliamo» (Jesus Christ Superstar).

Del resto nelle sue note al testo La lutte sans l'ange, il poeta scrive: «Qualcuno, anche se ha lottato come poteva, non ha incontrato nessuno», alludendo all'angelo biblico che impegnò Giacobbe in una lotta decisiva. Ma soddisfarsi delle immagini di bellezza immediate (estetica), non si oppone forse al religioso? Rimbaud scrive: «Ho preso la Bellezza sulle ginocchia | e l'ho trovata amara | e l'ho ingiuriata» (Une saison en Enfer). E Grytzko: «Durerà meno che un respiro il fiore | della bellezza provvisoria e dura, | ma assai meno di più lo scheletro spinoso | del male immotivato, | del silenzio del cuore» (A vuoto, Milano 1973). Pare di notare in questi versi quasi il disgusto se non il rifiuto dell'estetica. Il dramma è solo questo: «Qualcuno . . . non ha incontrato nessuno». Purtuttavia le illusioni della poesia persistono, ma il nichilismo non è quello assoluto di Sartre, di Camus, di Blanchot.

Il nulla che Mascioni evidenzia, credo si richiami a quella precisazione che, riferendosi al nulla e al vuoto, fa Leo Spitzer, ossia è il del tutto altro, il néant, nel significato positivo che ad esso dava il francese antico. Mi sembra questo un rilievo che va fatto per ben identificare il pessimismo mascioniano (liberarlo da generiche ipoteche leopardiane), una volta per tutte. Si può anche riscontrare nei testi, qua e là, la raffigurazione stilistica del vuoto come – per usare l'espressione di Rudolf Otto (Il sacro, Feltrinelli, 1976) – «un sublime in senso orizzontale», attraverso le risonanze del sentimento e tanto è proprio dell'arte orientale, quindi il vuoto è vuoto spazioso ed il poeta stesso ci dice: «Ritroverò nel vuoto che credevo | da un'ipotesi o amore colmato . . .», imparando «che rischio sia tentare la figura: d'ogni mondo diverso . . .» (Memoriale del fabbro esiliato, 1964).

Mascioni, a volte, ha l'aria di fare il critico di se stesso, esorcizzando la critica troppo facile circa «l'univocità della sua opera, il monolitismo, la scarsa evoluzione ...»; Massard, per contro, acutamente ribatte, una volta per tutte, rilevando gli ipotetici 'punti deboli' come «sinonimo di approfondimento progressivo di un nucleo ispirativo tirannico che si dispone con varietà di elementi in altri termini», aggiungendo che «la répétition est puissance de la différence non moins que la différence, pouvoir de la répétition» (Gille Deleuze in Proust et le signes, Paris 1970).

Massard nella rivista Etudes des lettres dell'Université de Lausanne (1985) scrive, secondo la concezione di Walter Binni, di una poetica «come consapevolezza attiva dell'ispirazione». Da notare che il poeta ha spesso rifiutato ogni valore e utilità della critica, come giudizio applicato all'espressione di una vicenda creativa: «Ma può un poeta parlare della poesia? Può darsi possa soltanto farla». E ancora: «La poesia è poesia e basta». Tuttavia anche questo rifiuto non va interpretato alla lettera.

Massard, studioso molto preparato, e – credo – tra i più ricchi di disponibiltà verso questo autore, sembra dargli un po' troppo ascolto, quando crede alla spontaneità del testo, all'essere questa di Mascioni una poesia di getto. Forse che la semplicità spontanea e felice in arte non è frutto di sapienti innesti? Non è il risultato ultimo della complessità?

Lo studioso rivela la spontaneità, l'esotismo di alcuni temi, e l'occasione che non è altro che la situazione che innesca un rapporto privato su altro che la cronaca. Su l'occasione il discorso sembra essere pieno di pericoli; Alberico Sala parla di «occasioni di poesia colte nell'accezione montaliana» (Corriere della Sera, 20 marzo 1985). Tuttavia, giustamente, «il rapporto non è sempre limpidissimo tra creazione e occasione»; spesso viene spiegato dal vezzo delle note. Accortamente è proprio il poeta a riconoscere l'improvvisazione come inventio, legata all'occasione. E qui appare, come sempre, lo spettro di Montale del quale toccherebbe anche saper fare a meno.

Darei un colpo di spugna alla spontaneità, salvando certamente l'ispirazione che è tutt'altro, così pure all'occasione montaliana, rilevata da Mascioni stesso e dai critici su una determinata linea di vassallaggio; salverei invece il carattere essenzialmente lirico, ossia «l'io punto focale costante, luogo di costituzione e di rappresentazione dell'esperienza in linguaggio».

Il critico in questione trae dalla rappresentazione scenica di questo discorso due elementi: il poeta e l'interlocutore, spesso donna, per attributi, legati alla sua "forma", nel senso di bellezza esteriore. La donna resta, nel concetto di passività, elemento terra con forti cariche anche negative, infatti spesso non risponde ed è ostile, oppure s'accampa come figura retorica («Maestra del tempo»), che non può rivelargli quanto valga «il progetto di un amore», ma prende appunto forma meno caduca nei «neri inchiostri» di cui il poeta la riveste, nei suoi «labili febbrori» (Improbabili interni). Vita e poesia sono proprio due cose diverse e lo scarto tra le due è lo stesso di un «sogna feriale» e un ideale privilegiato, spesso artistico-letterario o pittorico, l'abisso tra gli amori e l'amore, per intenderci, un'assenza da sempre.

Concordo con Massard sull'importanza della lingua ed è proprio qui che si estrinseca il valore principale e la derivazione ermetica migliore, legata però all'istanza di comunicare, quindi oscura soltanto per troppa luce da cui nasce la poesia. E si evidenzia per «un ossessivo richiamo all'analogia», per «l'utilizzazione frequente di tecniche di accelerazione e di decelerazione del discorso . . . attraverso una distribuzione complessa, talvolta inedita della punteggiatura».

Acquisizione spontanea? Del resto «le forme di elaborazione manieristica» che il critico vede come possibili, contraddicono la spontaneità; non bisogna mai dar troppa retta a quanto dicono i poeti di sé, se pure ne sono convinti, che tale poesia di getto avrebbe un carattere molto anomalo e snaturato, a meno che l'esigenza ludico-estetica non venga considerata un fatto spontaneo, il che è contraddetto dalla qualificazione estetica che si elabora nel discorso altamente letterario, senza che ciò divenga un demerito.

Grytzko Mascioni è un uomo che tenta di spiazzare l'interlocutore, ama dire che non è un letterato (e lo è quanto può esserlo un poeta!), che scrive di getto, ma il ruminare dentro è lunghissimo ed equivale a ripetute stesure nel quadro della memoria. Luzi scrive in prefazione che «questo gioco antico o nobile arte ha l'aria di essere rigorosamente centripeto e perfino impercettibilmente iniziatico». Si noti l'acuto avverbio «impercettibilmente»!

Quanto all'io che vive e si guarda vivere, intrigato ed estraneo, non è una novità; lo straniamento e l'intrigo sono mediati con raro equilibrio. Né mi appare questo autore "pirandelliano", qui è solo l'uomo che vorrebbe e tenta di essere autentico in ogni momento, in ogni storia che è privatamente la sua. Poesia allora come «impegno per la verità» (il bene raro) e nel significato di «favoloso spreco», come rileva il critico di lingua francese.

Giorgio Luzzi (e mi richiamo all'ingannevole manierismo) ammette che non è del tutto escluso che si possa parlare di manierismo, ma è l'uomo ad essere prigioniero di sé, non il poeta che non ha prigioni e Mascioni non è poeta da stereotipi. La metrica ha un carattere imprevedibilmente somatico, vale a dire che ha connotazioni razziali, così come l'uomo non è un albero. Allora l'uomo e la pianta sono stereotipi?

In Due poeti premiati [I poeti premiati non erano due, ma tre: Lenisa - Luzi - Mascioni] Fubiani parla di «una seria rifondazione del presente in nome di una recuperata capacità immaginativa e fantastica (La Provincia, 5 maggio 1985); si riferisce al Premio Italia-Grecia, che mise in risalto nella figura di Mascioni e di Luzi «aspetti di civiltà ellenico-magnogreca», in riferimento al presente.

Mario Rappazzo (direttore con Mascaro della intelligente rivista «Prometeo») in «L'effimera avventura della vita» (Gazzetta del sud, 23 maggio 1985), scrive di «tenuta grandiosa» di questa poesia «di fronte all'inesorabile cancellarsi, oggi, di ogni identità individuale e collettiva, di fronte al progressivo sgretolarsi di ogni entità . . .».

Trova il linguaggio del poeta «svincolato dal tempo e dalla storia, capace di cogliere la linea esistenziale (e non orfica) della lirica, sempre tesa alle vertigini dell'infinito, e dei confini sotterranei, fabulosi della sua terra . . .». Parla dei molti «interessi» di Mascioni; come Dante, Leopardi, Eliot, Montale, Quasimodo, ma io li vedo soltanto come poeti letti e amati e, se intercessione c'è, credo la si debba immaginare nel cielo della Poesia e codesti intercessori tutti a pregare per il destino della poesia di Mascioni in tanta confusione.

Jean-Charles Vegliante, de la Nouvelle Sorbonne, in postfazione a Poesia, scrive come paia che il Mascioni «piuttosto si sia liberato dalle suggestioni prima che dovettero (e perché dovettero?) essere Montale, una certa linea ermetica lombarda, ivi compreso il vago consenso ai regolari ritorni della rima, per approdare infine al distacco melodico di The Confidential Singer».

Il Vegliante scrive emotivamente di «un corto circuito provocato dal nome e cognome del poeta, avvalorando Borges e il Cratilo, allora: «Si (como el griego afirma en el Cratilo) | El nombre es arquétipo de la cosa . . .». E, parafrasando, questa volta, io: «nel nome di Grytzko sta la rosa» | y 'odo el Nilo en la palabra Nilo». La cosa non è però soltanto quella che ho messo in evidenza, per Vegliante soprattutto «la scoperta della situazione geolinguistica», insieme naturalmente al carattere cosmopolita del poeta.

Alice Wollenweider della Neue Zürcher Zeitung (traduce il suo appunto critico Italo Alighiero Chiusano) pone l'accento sul carattere del poeta-viaggiatore, sulla scia, per rifarsi alla citazione di Vegliante, dei «grandi cosmo-politi dell'inizio del secolo, che furono Marinetti, Soffici, De Chirico, Giaco-metti, Prezzolini, e tanti altri. . .». Giustamente la Wollenweider scrive di «poeta doctus» che intreccia coi poeti, i musicisti i filosofi del presente e del passato, un dialogo che, attraverso pensieri, citazioni, dediche e motti, stabilisce una fittissima rete di richiami culturali, in cui affiora, con infinite variazioni, la sua esperienza fondamentale: la vita come illusione che continuamente si distrugge e continua-mente rinasce». Intuizione, come si legge, di buon senso, non viziata da un'eccessiva conoscenza dell'habitat culturale italiano che. quand'è eccessiva. finisce per limitare e inventare vassallaggi o per approfondire derivazioni che hanno invece carattere di autonomie, come il figlio è altro dal padre.

Questa intuizione è affiancata dal riconoscere nell'autore un «frontaliere» del linguaggio che, con levità virtuosistica (che non si rifà – preciso – a un qualche manierismo, ma all'attributo «doctus» che la scrittrice riferisce, grazie a dio, al poeta) arricchisce le sue poesie con incastri da altre lingue, da vero «homo ludens», quindi da poeta «doctus» nel significato cólto nell'humanitas.

Le pur veloci ma acute osservazioni della Wollenweider mi sembra concilino con il senso generale di questo saggio. Tuttavia – me lo si conceda – un'indagine critica che voglia essere didascalia da un lato della storia socio-economica, dall'altro la contemplazione dell'ineffabile, farebbe passare la poesia di Mascioni attraverso la linea lombarda, per incarcerarla, esaminandola o secondo il solito criterid dei valori o all'insegna di una pratica razionalità, facendone un documento di ben altro che la letteratura. Di essa si servirebbe allora una storia diversa dalla sua.

Ciò che qui conta è l'evento linguistico, la comunicatività del messaggio, i viaggi del poeta, le letture, le esperienze, i contatti amichevoli d'affezione (più che di raggruppamento). Le date, a fine testo, appartengono ad una storia letteraria, non segnano la scoperta di qualche nuova america, semmai di bei paesi immaginari tipo Bengodi o Averno e salotto delle Muse divine magari l'Harris' Bar, a Venezia, caro a L. Barzini.

I testi meritano allora da parte di chi li studia, un'attenzione adeguata che rispetti l'inventio, l'artificio, la trasgressione rispetto alla norma e di comportamento, l'illogicità, quei caratteri che rendono la poesia «una forma di conoscenza inconfondibile» (Bárberi Squarotti).

E l'evento metrico, in apparenza teso a segnare regole, è in continuo dinamismo e logorio di perfezionamento, per spostare le regole stesse fino a fare del metro un elemento di libertà creativa.

Materiale
La preziosa Summa in poesia di Grytzko Mascioni
saggistica 
Autori
Maria Grazia Lenisa

Pubblicato su:
Ignota nr./
Literary © 1997-2010 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza