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Omaggio a Mario Luzi
Desta dal sonno
all'empito dell'aria
come un annuncio
nasca la mia morte.
io, sotto scorza candida
e testarda premevo
questo tempo di dolore,
tempo basardo di poesia
di grazia.
La
memoria
In quel nitore
ciò che guarda, specchia
e si dissolve,
quando all'improvviso
conobbe d'un sorriso ch'è
parente di luce. A lei dappresso
s'innamorava l'angelo e, chiamato altrove
da
una schiera delatoria, non ricordava
la sua provvisoria sede terrestre?
Ed
ogni cosa che, veduta con Lei,
desiderava: i teneri animali, una gran pioggia
a bagnargli
le ali.
Fu chiamato in fredda sala
d'acciaio blindata e disteso su
un'asse
sconsacrata. Dapprima gli tagliarono le ali
e dopo un sesso mite di conchiglia che cresceva
a toccarlo.
Ma folle s'annidava
inestirpata e riflettevan gli occhi i cieli
tersi,
i fulmini, le nubi, le creature terrestri.
Gli cavarono gli occhi e
dentro nel suo buio
la ferita della luce colava dalle mani, fingendo
di toccare che reale era la cosa di pelo o di piuma.
Così
la vidi dentro con il viso d'icona,
di topazio gli occhi felici e
tutta quell'allura
che, se non vola, pare voli in terra, la Poesia‑
creatura.
Allor contraria al gusto dei teologi che tolgon
la memoria e fanno eguale, o Mario Luzi, l'angelo
a
Rosales, io chiesi che restasse la memoria
nella mia mente come una cometa che
indichi
il futuro, la mia meta.
Mater
matuta
Gioco-patema delle metamorfosi
in cui ti
specchi.
Sembra l'acqua
antica che ti riflette nella sua
purezza e non rispecchia lei
(Grazia-Narciso), ma te,
Poeta,
ritratto impossibile, quasi femmineo
nella pelle lieta,
donna che ha il senso
dell'esser virile.
Poesia, ti chiamo Madre
e n'esce forte la figura suprema
dal suo
buio e tu la porti in luce, la diffondi, Mater
matuta, Angelica,
Poeta. L'indelebile
resta nel suo nome come rimane in punta
della penna la
formica di sillabe che corre.
Dentro l'Avvenimento siamo presi, dilaga
l'acqua, sommerge il reale. La parte
non in lumine si erge, Mater matuta,
spinge, si riscalda al "fuoco (acceso)
della controversia", s'innesca
la
memoria nel ricordo.
"La metafora è già"
"Lasciale al loro nume"
(nominandole).
Inavvertita la parola amore
si discioglieva
dalla sua metafora,
come dimessa a farsi perdonare
la scalata del Parnaso.
Discende
a toccare la terra, accarezzarla,
baciarla infine, sentirne il calore
quasi d'un grembo teso nella nascita.
Con Te rinasce la
parola amore,
sciolto il cordone della sua metafora,
pulsando tutta.
Libera, staccata dalle sue
croste la parola morte. Non più
contenitore
vuoto, abnorme degli innumeri corpi,
ma ragione della vita nei
secoli, Più-vita
nell'humus dentro pullulante, infinita.
"La metafora è già:"
Sei tu, Poeta.
"L'eterna
margherita"
Che grande pena a tenerezza unita
mettergli
la sua perla tra le dità.
Fragile bimbo trema la vecchiezza
per la paura della rarità.
(Allora
esisti
"eterna margherita", girasole
bruciante...
Allora è viva la perla
nell'oscura sua conchiglia e come
splende la perla trovata, fatta
d'anni, di lacrime, inventata.)
E da anni gli parla la Parola
che si fa donna dentro la sua gola,
gli gonfia il seno,
esplode nella gioia.
E non s'accorge? Vera è diventata
Angelica, la Donna
d'invenzione.
Il messaggio si è perso nel silenzio,
il silenzio ora parla,
riaffiora,
sospende s'innamora,
in tempo, credo, di unirsi al
ricordo.
Angelica si chiama, lo ricorda.
Il problema
Cosa spiegare, Mario Luzi, agli altri
per uscire dal circolo
vizioso
del lirico che piange?
L'elegia subdola
infiltra "il duro filamento" e l'io
che non è storico o corale, non ha spina
dorsale. Il
patema consente l'elegia
per la perdita immane e resta un nodo
stretto da
tagliare, poi la sentenza
diviene proverbio.
Tutti si muore,
non occorre piangere. La Natura è materna:
Mater matuta che
alleva e ripone la celeste
visione del vivente molteplice, il reale,
più ricco
della provvida invenzione
che cerca sulla traccia della vita. La tua
Parola prepara
l'incontro.
E quanto corpo ha
il tuo vivo discorso con il sangue del ritmo.Sola e potente siede la Poesia da cui nasce
Teatro ed
applaudono Strindberg ed Ibsen,
la prosa scostando e parla in versi drammatico
Amleto.
Dramma e Poesia
Non ha senso la lotta di parole...
Scriviamo — dice Luzi — dentro il mondo:
non c'è domanda,
neppure risposta.
Parlano in versi Rosales, Ipazia
e la forma poetica è normale — commenta
Eliot, chiamato a
confronto.
Lord Claventon
smarrito fa il bilancio, turbato dalle colpe
di Rosales, ne
nasce la coscienza religiosa:
Innocente o colpevole?
Non cambia,
forse, soltanto il modo della morte?
Ed il nemico sta dentro se stessi.
Poi l'intervista rapida ti giunge,
entra dalle fessure, sei
nel dubbio,
traduce il tuo silenzio, t'impaura
e rimetti la maschera teatrale. Quale
dolcezza in Te,
ch'era in tua Madre,
quello star chiusa dentro la tua Ombra.
Ora mi forza ad
uscire (scoperta), sono
la voce nel coro che intona: "Stabat
Mater..." et
risuona.
Per
una fotografia di Mario Luzi
Esile ramo il corpo come
luce nel buio
della notte
e torto ramo in galaverna. Il miraggio
di un fiore la
Poesia, non frutto
della vita, ma d'altrove ed il respiro
è l'unica ragione.
Quasi di fiato nel freddo notturno
la scrittura su gelo. Tenerezza saperlo
così fragile,
indifeso, bianco uccelletto
sparuto col ciuffo di piume (i suoi capelli
fini e
lievi).
Oh giacca larga per il corpo, legno quasi
combusto e acceso
a fioriture miracolose...
Dentro primavera ti tocchi bianca
con le margherite
e fanciullezza cupida,
sospiri di dee materne, chine sopra il vuoto.
Si
discioglie l'orrore della vita e viene
la Poesia
con la sua corte, le labbra forza al poema
infinito. Sacra
al Poeta la Musa sospira,
tira di bocca il poema che nasce, la tua mano
che trema,
sottoscrive: Io, Mario Luzi, a fine
del duemila.
. . .
La raccolta si apre con una serie di testi che costituiscono
un omaggio a Luzi; e allora ecco che si comprende il segno sotto cui questo
discorso poetico è posto, in quanto accoglimento della luziana suggestione
religiosa, ma per svolgerla e capovolgerla in una direzione assolutamente
opposta, di ravvivamento sensuale dell'esperienza del sacro. C'è una gioia
creativa e inventiva che appare essere il momento più intenso dell'esperienza
di discorso religioso da parte della Lenisa. Il nome di Dio (e tutto quanto vi è
connesso) è occasione di letizia, di creazione, non invito al pentimento,
all'uscita dalla vita, secondo un'interpretazione tanto perniciosa quanto
deprecabile del sacro.
Lo slancio e l'entusiasmo della poesia si fanno così atto di
culto, omaggio al sacro, esperienza straordinaria del sacro stesso. Qui è il
senso del libro: sublime e grandioso ad un tempo.
Giorgio Bárberi Squarotti
da: L'amoroso gaudio
trascritte il 4 aprile 2008
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