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Scritti vari (Edizioni Il Ponte Italo/Americano, 1994) per la sua interdisciplinarietà mi richiama, nelle parti più brevi, quella rubrica che Salvatore Quasimodo teneva su «Tempo», per quanto le risposte in Vincenzo Rossi rispondano a domande implicite, ma generali. In quel tipo di critica che poggia su incontri, ricerche, sentimenti ha precedenti illustri come I bei giorni (saggi, carteggi, incontri) di Claudio Marabini (Rizzoli, 1971), per quanto le scelte di Marabini siano d'élite, a differenza di quelle quasimodiane (un raccon» tare di tutto e di tutti) e delle scelte, oggetto di Scritti vari. Infatti dinnanzi a questo libro si resta sorpresi per quel dato unificante che è l'umanità calda e generosa di Vincenzo Rossi, sia che ci conduca in una scuola di bimbi allibiti, edificati con vecchi sistemi all'immobilità, ai quali il Maestro restituisce vivacità e gioia di studiare; sia che parli degli amici-poeti, mescolando grandi e piccoli nomi (agli occhi del mondo e non di Dio.) della cultura nazionale e internazionale. In ogni caso il suo libro resta espressione di un accogliere le voci del mondo con quel certo tocco di poesia intima, di memoria commossa. Penso all'incontro con il grande poeta greco Febo Delfi nella pièce L'uccello del mattino e Febo Delfi (p. 268-69-70), a quel tanto di personale che completa umanamente il fatto letterario: «La mattina del 7 sentii l'amico alzarsi quando ancora in cielo vi erano tutte le stelle: partì con penna e carta, solo e raggiunse a piedi le "verdi terre" (a oltre due chilometri dal paese). Vi rimase ad osservare e scrivere un paio d'ore. Al ritorno, fresco di respiro della natura, mi disse che aveva visto e ascoltato l'uccello del mattino sul quale aveva scritto una poesia...». Straordinario l'episodio che segue ill terremoto che li colse insieme («nono grado della Scala Mercalli!») e l'imperturbabilità di Delfi che quella stessa notte riuscì a dormire profondamente, senza sentire le quattro scosse che si erano verificate. E anche in questo accadimento Delfi volle riconoscere la fraternità di greci e italiani.

Rossi affascina, qualsiasi argomento tratti in questo libro, sia di natura religiosa, scientifica, filosofica; nei confronti della scienza ha un'ironia risentita, quando scrive dell'antigalileismo di Zichichi e appare altrove bonario, senza mai mettere da parte la poesia che per lui è matrice della stessa scienza alla quale è richiesta fantasia e invenzione, oltreché numeri dietro i quali c'è sempre l'intuizione, il discorso di una mente che usa entrambi gli emisferi cerebrali.

Una collezione di poetesse allieta il volume, portandovi dentro quasi una nota di galanteria: fiori che si offrono (parole), fiori che si ricevono (parole). Ma ciò che colpisce, è la leggibilità di questi scritti (un temo di 432 pagine che si legge come un romanzo gradevole), la loro levità cordiale, quel presentarsi del discorso senza peso quasi un respiro fraterno.

Scopriamo una miscellanea quanto mai varia: ricordi personali, critiche di sentimento, annotazioni rapide, problemi di natura ecologica, politica, aneliti alla riscoperta di valori che contano, risentimenti contro chi vede tutto compromesso e guasto in una Italia che è anche della gente comune, onesta. Vincenzo Rossi è guidato dalla vocazione di romanziere, qui, a differenza del volume Letture (edito nel 1993) la critica è soltanto uno dei molti aspetti del narrare, direi che è una critica meno osservante e più affettuosa, amichevole quel tanto che ci dice come la poesia sia in ogni creatura, basta cercarla. Lo scrittore dà risposte, indirizza, evidenzia, mette a disposizione dei lettori una esperienza quanto mai pluridirezionale ed il prefatore Orazio Tanelli in una lucida presentazione scrive di «umanesimo integrale» e perfino di «patriottismo», l'unico possibile senza una briciola di retorico, fatto di amore alla propria terra e rispetto per gli uomini.

Piace lo stile con cui scrittori, filosofi, avvenimenti, meditazioni sono proposti; ne risulta anche una sorta di autobiografia che corre sul filo della narrazione, fatta di entusiasmi, di sdegni, di generosità, di amore soprattutto. Ne esce una figura bella che tutti vorremmo incontrare almeno una volta nella vita, perché capace di verità, di rischio, di entusiasmi, di fraternità anche scomode. Per un autore come Vincenzo Rossi conta la persona, non il successo che ha (il successo è il rispetto che merita, finalmente!), ma la poesia che c'è in ciascuno di noi, a volte segreta e basta un sorriso, una stretta di mano a farla affiorare.

Non debbono essere sorpresi i critici smaliziati che questi scritti mettano in luce soprattutto l'umanità e quindi sono giusto spazio anche di nomi che non avranno nessuna cittadinanza nella storia della letteratura. Il senso di questo libro così leggibile, caldo, fraterno, è dire a chi legge che siamo insieme, che chi è stato più chiamato a dispensare il suo genio (come Febo Delfi), raccoglie, nel presente storico, l'anelito di tante anime che non hanno potuto portare a compimento letterario la loro poesia interiore. I loro sospiri nei veri poeti sono divenuti e diverranno empito di quella piccola «immortalità» che dura «finché il sole / risplenderà sulle sciagure umane».

Recensione
Scritti vari 1959-1993
saggistica 
Autori
Vincenzo Rossi
Edizione:
Il Ponte Italo-americano
New York 1993

pp. 464

Recensione a cura di
Maria Grazia Lenisa
Pubblicata su:
Percorsi d’oggi nr.2/1994
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