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Si è scoraggiati, a volte, e anzi mortificati, di dover ripetere cose che altri ha già dette e ridette da un pezzo. Par quasi di fare collezione di luoghi comuni... Ma questa è un’epoca singolare, di transizione e di lotta, in cui circa una metà degli scrittori deve ripetere sempre le stesse quasi elementari proposizioni all’altra metà, essendo questa straordinariamente sorda (aures habent et non audiunt). Le ultime discussioni tra le due schiere (come ha notato Adolfo Diana) si sono fatte di tono un po’ più sereno; ed è bene; ma la effettiva comprensione ci sembra sempre egualmente lontana. Parrebbe quasi che i difensori od epigoni del decadentismo volessero un po' mimetizzarsi, per una cautela del tutto esteriore, e avvicinarsi di più al linguaggio superficialmente inteso, o frasario, del nostro tempo, proprio al fine di tutelare, in fondo, sempre gli stessi gusti e gli stessi principi, ancorandosi al decadentismo e solipsismo di ieri come a un patrimonio non più renunziabile. Rosario Assunto ha parlato, in Nuova Corrente, di «parola-realtà»; ma non ci sembra che l’introdurre nel discorso la grande parola «Realtà» lo abbia portato ad un serio riconoscimento dei diritti che la Realtà ha sul poeta. Egli «finisce per confondere i due termini a favore della parola, che diventa l’unica realtà» (Adolfo Diana, in Situazione). E Mario Luzi. in La Chimera, ammettendo che non siano sempre state «misere e sterili» le discussioni degli ultimi anni, ha, sì, riconosciuto anche agli avversari qualche ragionevolezza e qualche utilità; ma poi ci ha fatto chiaramente capire che l’unica cosa che gli premeva era di dimostrare la nessuna validità dell’arte volontaria e sperimentale, abilmente accusando gli avversari dell’ermetismo (diciamo la cosa come sta, senza inutili velami) di ubbidire a criteri di transitoria e praticistica opportunità, ben diversi dalle profonde sollecitazioni, intimissine, dei veri poeti. Per questa via si vorrebbe ricondurci alla giustificazione, e da ultimo all’apoteosi, di quei «maestri» stessi, di decadentismo ed ermetismo, che avevano condotta la poesia italiana al punto in cui era giunta verso l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, e che avevano fatto fuggire quasi con ripugnanza la massima parte del pubblico non incolto da una «poesia» divenuta fredda di raffinatezze esteriori e di astrattezze. Anche la parola è una realtà: ma guai. se non manterremo distinta la realtà-parola (una realtà che negli ultimi anni aveva provato la sua esistenza soprattutto con l'essere nociva e disgregatoria!) dalla Realtà che non è parola anche se spesso, oscuramente, aspira a diventarlo, cioè dalla vita vera dell’umanità nel suo insieme; non per negare questa seconda a profitto della prima ma per ammettere che dalla seconda proviene ogni sangue circolante nella prima. Ma, soprattutto bisogna fermarsi sul problema dell’arte «volontaria e sperimentale». Più che chiaro, è ovvio. ciò che al Luzi tanto preme ribadire: che il voler fare un’arte populista. o socialista, o anche soltanto, genericamente, umana e calda, per adeguarsi a formulazioni, teorizzazioni, predicazioni del momento, non può produrre arte vera, bensì soltanto un più o meno dignitoso esercizio letterario su motivi di moda. Senonchè, osservato questo, non si è ancora toccato il problema essenziale; che è ben altro, – è quello toccato, invece, da Alfredo Galletti nello scrivere su Realismo lirico (n. 12 bis) dell’arte poetica di Giovanni Pascoli: «...Ci sono, infatti, piccoli e grandi poeti che in argomento hanno pensato ed operato in modo del tutto opposto a quello che il Pascoli vagheggiava. Non negavano certo che a far poesia sia necessario, innanzi tutto, il dono dall’alto, del soffio lirico, la scintilla del fuoco divino, ma questo è appunto un dono, qualche cosa di spontaneo e di misterioso che deve preesistere all’attività poetica e su cui non importa teorizzare, perché la riflessione non può analizzarne gli elementi, né la sintesi rifonderli poi sì che riprendano la loro potenza creatrice: Che sia ciò non lo so io | Lo sa Dio, diceva il Carducci nell’ode intitolata appunto: Il poeta. Quello che il poeta può fare, invece, è approfondire la propria conoscenza, purificare la fantasia. affinare la tecnica, accogliere in sé con simpatia generosa gli aspetti e le voci della vita, sia della vita che appartiene al passato che di quella presente e incalzante: può fare, insomma, ciò che appartiene appunto alla volontà ed alla coscienza». E più oltre: «...doveva spingere logicamente il poeta ad uscire dalla sua solitudine contemplativa per immergersi di nuovo nella corrente della vita sociale. Negli ultimi anni. infatti, il Pascoli non ebbe più a sdegno che la poesia si mescolasse earducciananente alla Storia e alla politica. ma intese ed accolse il richiamo del Foscolo: Me ad evocar gli eroi chiamin le muse | Del mortal pensiero animatrici. Il «Fanciullino» vestì la toga virile e rientrò, uomo fra gli uomini, a condividerne le passioni, le illusioni ed i dolori». Si tratta di «accogliere in sé con simpatia generosa gli aspetti e voci della vita», si tratta di essere «uomini fra uomini» e «condividerne le passioni, le illusioni ed i dolori». L’artista non-decadente, l’artista definibile – nel senso più vero e più alto – come realista, non è quello che si entusiasma, più o meno affrettatamente, per una formula su rapporti fra arte e vita, arte e realtà, ma quello che da lungo tempo condivideva le passioni, le fedi, anche le illusioni degli altri uomini, immerso nella realtà con caldo impegno. Quello che non si è chiuso nell’orgogliosa solitudine del misticismo estetico, immaginando che la sola Arte e la sola Poesia possa penetrare i misteri universali, riscattare la miseria e l’amarezza delle passioni pratiche, far dimenticare il quotidiano fallimento della vita quotidiana (e la vita stessa!), venire a contatto con la sfera del divino (la «Terra della Teologia»), ma che ha di continuo spezzato il cerchio della solitudine individuale amando odiando soffrendo come gli altri. Nella poesia che egli scrive oggi, giunge la ricchezza e complessità delle esperienze di dieci o venti anni fa... Esperienze che non sono state vissute, scientemente, per arricchire la poesia (il che le avrebbe falsate e impoverite!), ma per obbedire davvero alle passioni del momento, -- poniamo, per sostenere un’idea politica, per difendere la propria famiglia, per inseguire una donna amata... Le esperienze debbono avere il tempo, con i loro corollarii psicologici, di entrare, per così dire, nella circolazione sanguigna e influire sull’opera d’arte per vie lunghe, coperte e misteriose; e, prima, debbono essere state veementemente e sinceramente vissute, cioè (pnlitica, famiglia, passione amorosa, etc.) sentite come valide in se stesse, indipendentemente da ogni futura possibilità di espressione artistica. Non conferisce alimento alla complessità e profondità della Divina Commedia, l’aver Dante meditato sulla teologia, parteggiato per l’imperatore, sofferto con rimorso d’un momentaneo proprio sviamento, amato Beatrice riponendo in Lei le più alte luci dell’Ideale? Quale sarebbe Dante, quanto più povero e scialbo, senza avere vissuto tutto ciò? Quando i serii sostenitori del realismo accusano di solipsismo e aridità gli artisti decadenti, intendono per l’appunto biasimarli per l’aver dato troppo poco valore alle «comuni» passioni, alle comuni gioie e croci degli uomini comuni, gradualmente separandosi da tutti gli altri per sentirsi isolati in una ristretta sfera orgogliosa, con pochi iniziati altrettanto sdegnosi e superbi; – non già intendono esigere da loro un affrettato irreggimentamento in questa n quella schiera di propagandistico conformismo. I serii sostenitori del realismo non pretendono, per esempio, che tutti i poeti, sinora accusati di decadentismo, si mettano ora a verseggiare i problemi sociali, la miseria dei «cafoni», l’arretratezza del Sud- etc.; c'é bene anche un realismo dell’espressione amorosa e passionale, un realismo della poesia naturalistica, un realismo che si palesa nell'esprimere gli affetti famigliari o le fedi religiose... Ogni coscienza ha una sua realtà, e il suo realismo – se essa faccia arte – non può consistere che nell'esprimere quella realtà sua: la quale non è obbligata a conformarsi a quella di nessun altro... (Chiederemmo a Emily Brontë di portare nell’animo la stessa realtà ch'è di Beniamino Disraeli? Così diverse, ambedue quelle vite non furono alte e degne?) Non ci è lecito prescrivere a nessuno la forma di morale o il grado di ottimismo che deve esprimere. Ma è impossibile non dichiararsi supremamente insoddisfatti di quelle poesie, imperanti nel prossimo ieri, di cui non può nemmeno definirsi il sentimento ispiratore: né amore né odio né dolore né concreta speranza, soltanto l'attonitaggine che nasce da un susseguirsi di sensazioni staccate, frammentarie. Una pseudoarte che mancava di una sua Weltanschauung, molliccia polpa di meduse prive d’ogni saldo scheletro. Conta sempre la lezione del passato. (Historia magistra vitae? Senza dubbio; e siamo ben consci che dir questo è già un prendere posizione in difesa delle più nobili tradizioni umanistiche). E siamo d’accordo con Adolfo Diana quando, volgendosi a considerare la trasformazione propria dell’età prerisorgimentole e risorgimentale, riconosce ad un tempo le legittime ragioni di un Berchet e di un Leopardi; «Diversa è sì la condizione del Berchet e del Leopardi di fronte alle istanze romantiche per un’arte moderna, nel senso che il primo si sente sospinto alla creazione di un nuovo tipo di poesia, popolare nei temi e nel linguaggio, mentre il Leopardi è costretto dalla sua natura e dalla sua formazione culturale «a cercare l’espressione dell’anima moderna per altra via, dal fondo della tradizione e in un acquisto di coscienza totale della storia», ma entrambi gli autori sono storicamente determinati e ubbidiscono a profonde motivazioni interiori. Proprio le diverse esperienze culturali e politiche dovevano sospingerli a ricercare per vie diverse l’espressione dell’anima del loro tempo». E Berchet e Leopardi –, anche, da un altro punto di vista, possiamo dire: e Manzoni e Leopardi – ebbero in comune, pur determinandosi diversamente in diverse condizione, la profonda serietà umana e il possesso d’una propria Weltanschauung. (Come non ricordare, a questo punto, l’intervento di Mario Cerroni?: «...poste le evidenti premesse per uno svolgimento del realismo della poesia italiana entro l’alveo del grande Realismo romantico del primo Ottocento europeo, la cui poetica più conseguente, della vita come resistenza. della vita come fatica, non diversamento esprimentesi quale sottofondo attivo del'Adelchi e dell’Amore e Morte, è giunto tempo riaffiori, oggi, al momento del riapprodo della cultura italiana alle rive di una rinnovata fede dell’uomo nella potenza civile della poesia che vince di mille secoli il silenzio». Ben valse il – paradossale? – accoppiamento di Leopardi e Manzoni, o di Leopardi e Berchet, e il parlare di un «realismo romantico», a ricordarci che il vero, sostanziale, immortale realismo non è una scuoletta, o moda, transitoria, ma una caratteristica perenne di tutta la grande arte: presente nei grandi Classici del ’500 come nei grandi Romantici dell'800... Non c’è vera arte dove non c’è generosa adesione alla Realtà). Lungi dall’accordarci con chi, come Franco Fortini, ritiene che il superamento del «lirismo individuale» può ormai avvenire soltanto sul piano della narrativa e della saggistica, noi (che non diamo eccessiva importanza alle distinzioni di «generi» le quali pretendano di essere del tutte nette, rigide) ammettiamo che anche i fatti collettivi possano suggerire, come nella grande età romantica, lirici trasalimenti, i quali sono «lirismo individuale» e sono nello stesso tempo risonanza collettiva ed «epica», d’altra parte vorremmo consigliare a certi giovani realisti (o semi-realisti, qualche volta...) di non macerarsi troppo a fare il processo al «lirismo individuale». Fare lirismo individuale. esprimere i propri sentimenti più individualmente gelosi e «irrepetibili», non significa, di necessità, essere decadenti, essere solipsisti! Nell’ambiente della «giovane poesia», e per l’appunto in quel settore di essa che nemmeno si preoccupa di domandarsi se un certo tema di epico-lirica o di lirico-drammatica sia «collettivo» o «individuale», nuove forme complesse, e quasi indefinibili, possono nascere, e sono già nate. Al di là delle astratte classificazioni, conta dunque per noi quel fatto solo, di cui abbiamo già detto: una serietà, un impegno umano, una concretezza e coerenza di visione che implica il possesso di una propria Weltanschauung. Di una qualsiasi sentita Visione-del-mondo. Che non vuol dire affatto (eccoci a un punto fondamentale) della unica Visione-del-mondo accanitamente difesa da questi o da quelli. Vera poesia, diciamolo chiaramente, ce ne potranno dare dei cattolici, come ce ne potranno dare dei marxisti; e vano sarebbe lo sforzo di dimostrare, con eleganti sofismi, attraverso il concetto di una «visione totale del mondo», che visione totale della realtà è soltanto quella cattolica o soltanto quella marxista, e che dunque il vero realismo è soltanto quello dei primi o soltanto quello dei secondi. La vera poesia, anche la grande poesia, può venire da parti opposte; dai guelfi e dai ghibellini... Necessario è quel tanto di sincerità, di impegno umano e di coerenza che già, nella storia, sono stati raggiunti da poeti di diversissime fedi: dal Manzoni cattolico o dal Leopardi ateo. E, oggi, non c’è soltanto la Weltanschauung cristiana o quella marxistica; c’è, anche, quella pessimistica: la quale purtroppo, nell’attuale transizione storica, ha, in molte anime, cento e mille ragioni di essere. Perciò noi crediamo di dover vedere, nel realismo della «giovane poesia» dell’ultimo decennio, meno «impressionismo» – nel senso di un apprendimento ancora incerto e velleitario – di quanto altri credano vederne. Quelle che a qualcuno sembrano impressioni di superficie, non organate in una nitida interpretazione della Realtà totale, guardate più a fondo si rivelano talora come mestizie o abbandoni d’un pessimismo abbastanza vasto e sostanzialmente coerente. In dieci anni, pagine durature ne sono per certo nate, dai giovani realisti. --- Quante? Più si moltiplicassero gli esempi particolari, e più, ovviamente, si potrebbe discutere... Conta che ne siano nate almeno alcune per documentare le possibilità positive delle attuali forme semplici e a volte dimesse, ripudianti al tutto l’eredità della «raffinatezza» ermetica. Quanto alla speranza di superare il decadentismo e ritrovare una «interpretazione totale della realtà» approfondendo di più e di meglio le conquiste dell’ermetismo, questa è, da parte di coloro che l’affacciano, una speranza un po’ troppo interessata. L’importanza storica dell’ermetismo è stata in ciò, che esso, ermetismo, ha segnato il punto estremo d’un progressivo depauperamento dovuto alla pretesa di ottenere una poesia sempre più «pura». -- pura da che cosa? pura dal pensiero, né più né meno. Alfredo Galletti ha disegnato nitidamente la traiettoria di questo processo di assottigliamento, posteriore al tempo che diremo del Goethe e del Foscolo, a cui cominciarono a contribuire, nella teoria, i Romantici Tedeschi e il Poë. Un processo che presuppone, in chi lo giustifica, una condanna presso che totale – si abbia o non si abbia il coraggio di formularla apertamente – della grande poesia anteriore. Né Dante né Virgilio né Esiodo potrebbero resistere a una critica coerentemente condotta da quel punto di vista. La «giovane poesia» odierna ha riportata la sua capitale vittoria col ripudiare un «purismo» così inteso, col non aver paura del pensiero: senza il quale l’uomo non è uomo, né del resto angelo, ma animale irto di sensazioni e nulla più. Riportare questa vittoria non significherà per nessuno, né ora né poi, approfondire meglio I’ermetismo, ma soltanto, energicamente, ripudiarlo. Perché l’ermetismo non consiste in questa o quella finezza musicale (e Saffo, Orazio, Virgilio?), ma in quel supremo anelito di «liberazione» dal pensiero; che fu il suo fallimento, ma anche la sua unica ragione d’essere. |
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