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Vincenzo Rossi e i suoi critici

Per le edizioni «Il Ponte Italo-Americano» è appena uscito il tomo Vincenzo Rossi nella critica a coronare un impegno e una fedeltà alla letteratura, degne del più grande rispetto che abbraccia narrativa e poesia.

I critici convocati sono vicini al centinaio ed il loro «rapporto» con l'autore è di libera e affettiva scelta e ciascuno concorre a delineare una personalità artistica ricca e piena di fermenti umani in ragione della quale lo stile è l'uomo. Non si tratta quindi di un seminario, guidato su determinati temi-chiave, ma di un approccio alle opere secondo personali umori, consentaneità.

Vogliamo almeno citare alcuni critici: Gabriele Aldo Bertozzi, Luigi Fiorentino, Francesco Fiumara, Amerigo Iannacone, Franco La Guidara, Pasquale Maffeo, Elia Malagò, Enotrio Mastrolonardo, Gilda Musa, Nicola Napolitano, Pietro Pizzarelli, Ernesto Puzzanghera, Rudy de Cadeval, Gaetano Salveti, Rosa Berti Sabbieti, Antonio Vanni, Ferruccio Ulivi, ecc. . . e, dulcis in fundo, Orazio Tanelli, il critico di elezione per una sintonia profonda di vita e nostalgie, per i grandi temi comuni della terra e del ritorno, sofferti da Rossi nell'esilio cittadino, da Tanelli in un'America spaesante e ostile.

Bertozzi, esaminando Il grido della terra, edito da Forum Quinta Generazione, ne rilevava la «spontaneità», ma con la precisazione che «la poetica non è affatto scontata». Spontaneità e poetica sembrano contraddirsi in quanto l'una è naturale, l'altra protesi. La scrittura già in se stessa è artificio e quindi la spontaneità della poesia è sempre un miracoloso paradosso. Sia che l'artista attinga la sua ispirazione dalla natura sia dalla cultura, non muta il valore della spontaneità. La scrittura diventa naturale o spontanea, può essere considerata una sorta di tecnologia, un aiuto che ha comportato la trasformazione di strutture mentali dalla fase orale. La poesia in Rossi è grido, quindi dell'oralità conserva la violenza e l'urgenza, il brivido tellurico, ma appunto per questo la parola trattiene il suo calore.

La verità è che la poesia in questione ha un'anima dialettale con l'abito della domenica che è la lingua italiana, ne sentiamo la radice popolare e contadina, l'incombente senso del sacro, la voce che si fa parola, riscaldata dal fiato, guizzante, di rara espressività da contenere la gestualità stessa, fortemente espressionista.

Orazio Tanelli subito pone il nocciolo della questione che è «risolvere l'atavico problema della relazione tra realtà e letteratura, tra vita e arte. . .». L'opera geniale — realista o irrealista — lo risolve sempre, senza porti il problema, addirittura nel suo farsi liberamente progetto. Tanto accade al narratore-poeta molisano attraverso una scrittura di uno sconvolgente sincretismo per quel suo lavorio spontaneo sulla realtà sino a deformarla in figure dinamiche, perfino surreali come nel caso del personaggio di Arcangelo da «Gli Zampognari» ove si assiste ad una trasfigurazione del volto grottesca e grandiosa che perde del tutto la sua comicità alla quale sembrerebbe assegnata per lo scaraventare l'anima nell'otre. Siamo dinanzi a un fenomeno religioso, direi di possesso «demoniaco», in. tendendo per dèmone l'antico daimon!

Non sarebbe neppure fuori luogo un richiamo al Verga, ma solo per l'aura regionale, così ben delineata nella quale i personaggi respirano, non per il realismo che qui è continua trasformazione in un affrontarsi di oralità (grido) e scrittura che incorpora il grido medesimo, senza che mai sia spenta eco. Nella stesura narrativa la; costanza dei paragoni, a volte iperbolici (si pensi alla trasfigurazione del suonatore di zampogna) è continuo tramestio sul reale, quasi a custodirne i semi, interrandoli: il realistico si fa religioso, perfino magico. In sostanza come scriveva Febo Delfi in Vitalba: «Il mito è realtà», verso capovolgibile per Vincenzo Rossi.

Narratore innato, inseguito dalla «muta» delle parole che vogliono incorporarsi nella sua voce, nel Cimerone tocca un vertice, innalzando i lari e penati della sua terra nell'Olimpo più rigoglioso della letteratura. Tra narrativa e poesia palpita il seme della sacralità, notata con acume da Ferruccio Ulivi, assegnata ad «una gestualità. . patriarcale delle movenze che giunge a imprimere una lentezza trasfigurata al discorso...». In questa trasfigurazione gestuale e scritturale sta il segreto della forza di Rossi che fa delle creature corpi di terra, alitati dal suo soffio creatore e della terra la moltiplicazione infinita della madre con le voci, i colori, i semi, i larghi sorrisi d'azzurro. La terra diviene anche altare sacrificale come nelle tragedie greche, in essa si consuma e si riscatta la violenza fino al sublime sentimento della pietà della stessa vittima per il suo carnefice. Nella narrativa si contrappongono due tipi di violenza: la naturale e necessaria e quella indotta dalla ragione che follemente scompone i ritmi della natura, manipolandola (non secondo lo spontaneo artificio che resta pur sempre la poesia) al punto di renderla non tanto «matrigna» leopardianamente, ma in grado di rivoltarsi aggressiva. mente contro l'uomo.

La ragione diviene la vera nemica, alienandosi dal cuore, da qui la necessità di un contatto, di una partecipazione al mondo animale (leggasi Lola!) nel comune destino di vita e di morte, nel segno della necessità che mai è autentica crudeltà, propria soltanto dell'uomo, perché rispondente a calcolo e non a istituto per la sopravvivenza.

Anch'io ho avuto il piacere di unirmi ora ai critici che con tanta passione hanno liberamente aderito ad onorare uno scrittore alto e onesto, un poeta di largo respiro. In molti hanno notato per lui il sentimento della natura, la fuga dalla città, il ritorno alla campagna coi suoi riti e con corretta interpretazione Tanelli per sé prosegue: «l'amore, la morte, la memoria, il sesso, la solitudine, la ricerca della libertà. . . la condanna della civiltà tecnologica».

Ma Walter Ong nel suo saggio «Oralità e scrittura» ci ricorda che la scrittura aveva al tempo di Platone lo stesso destino delle tecnologie più avanzate. Socrate nel Fedro dice: «... distrugge la memoria... indebolisce la mente... Un testo scritto è fondamentalmente inerte». Va notato che tali riflessioni Platone mise per iscritto.

In sostanza la condanna della civiltà tecnologica da parte di Rossi va letta con intelligenza che il fenomeno di rigetto riguarda quanto di molesto (anche se troppo) questa civiltà ha scaturito.

Giustamente concordiamo con Ong che «l'artificialità è naturale per gli esseri umani», cosicché scrittura ieri, televisione oggi sono anche, come scrive Carlo Lizzani nel suo pezzo opinionistico Alla vigilia di un nuovo balzo in avanti della Tv (Il Messaggero, 17 agosto 1993) «amplificazioni dell'intervento attivo e reattivo sul mondo».

Domenico Cara, scrittore della diaspora, annota per la poesia in oggetto di una «cartografia della speranza» tra «sinfonia e miti». Domenico Defelice allarga le tematiche riconosciute, riscontrando la simbiosi «di temi sociali e intimistici», cogliendo la transustanziazione della Terra nella Donna.

Ma ogni critico ha dato il suo generoso apporto alla comprensione di un autore tanto valido e citiamo ancora Giorgio Agnisola, Enzio e Rocco Di Poppa. . . e, in particolare tra gli studiosi stranieri, l'italianista Paul Courget (innamorato del mondo agreste e autore di un romanzo pastorale) che ha tradotto sensibilmente due testi: Non abbiamo che parole e Nella pioggia furiosa.

Siamo certi che questa raccolta di studi su V. Rossi sarà pre, ziosa fonte in una nuova critica per tematiche e confronti e insieme in grado di valutazioni storiche, filologiche, forse meno appassionata, comunque necessaria per assegnarle il posto che le spetta nella narrativa e nella poesia di questi anni difficili e dispersivi.

Vincenzo Rossi ha realizzato un esperimento non comune al fuoco della sua necessità di scrivere, ha riscaldato la parola del suo fiato, ricreandola, le ha dato il suo indirizzo di poeta-pastore, depositario di una tradizione di valori assoluti, sempre più urgenti: come Dio, la Terra, la Donna, l'Onore, l'Onestà, ma senza la minima briciola di retorica. La carne — se vogliamo essere circostanziati — la voce si fa verbo scritto in un processo che ci riconferma fortunatamente che lo stile è l'uomo. E per Vincenzo Rossi la spontaneità, unita alla poetica, è cultura, terra di semi che fioriscono e danno frutti.

Recensione
Vincenzo Rossi nella critica - I
antologica 
Autori
Vv Aa
Edizione:
Il Ponte Italo-americano
New York 1993

pp. 408

Recensione a cura di
Maria Grazia Lenisa
Pubblicata su:
La Procellaria nr.12/1993
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