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I giorni dell’anima è un’opera di poesia esistenziale e a volte drammatica, che scaturisce da un animo spiritualmente eletto, seppure umile e infaticabile. Versi splendidi di chi ha percorso la dura strada della sofferenza e ha pagato un alto prezzo, con rassegnazione e cristiana fermezza.

La lettura dell’opera evidenzia il rapporto-colloquio tra la vita e la morte, in un cerchio ben cesellato che esprime l’inizio e la fine, l’oscurità e l’albore, il finito e l’infinito, nel magma sempre più accentuato degli scritti del poeta: Io mi nutro ad ogni istante | del grido straziante dell’erba | di passi i cui echi rimbombano | dentro ogni cosa | di voci che battono | come martelli nelle tempie. | …vieni a porgere l’orecchio all’acuto sibilo del vento | gira nelle gole delle pietre | vieni e scioglierai l’enigma | dell’insaziabile fame. | Piegherai con me le ginocchia sulla pietra | sotto l’insondabile gravame del mistero.

In Umile canto d’amore la raccolta delle messi appare agli occhi del nostro autore come una scena di morte: il contadino selvaggio priva la terra delle sue spighe, simili a trecce di donna, punita per avere donato qualcosa, perché non solo la natura, ma anche l’uomo nasce ingrato e il sudore è sangue che lieviterà il pane del domani… | Ove canta una falce in mezzo al grano | e nudo e selvaggio il contadino scava | la vita della madre antica | ove ogni giorno nasce e freme il cuore |… Questi canti poetici hanno chiarore del cielo e la profondità degli abissi. Tutto accarezza la mano ferma del nostro poeta come a volere trattenere un ricordo di sacrifici e rinunce quando la vita non è altro che un fiume che riflette l’argento delle foglie e trascina nell’anima una coltre di detriti. Il tuo nome… | l’anima dei rapiti fiumi | sono alberi e pietre… |.

E da Smaniosi ritorni lo sguardo volge al termine di un viaggio che è dolorosa verità, angoscia, limite, inquietudine, cenere d’ansia in una traiettoria che sfiora la Vetta, dove passato e presente tornano in un tempo solo… | …Dentro questi smaniosi ritorni | batto anch’io il piede sulla terra | che risponde come trepida amante: | Nessuno nacque mai senza morire…|

Elaborazione storica e cronologia per Ferruccio Ulivi, ancestralità vissuta e cercata; un flusso che spezza il muro delle coscienze e possiede la forza della verità, il tumulto della passione. Non v’è palpito terrestre che non turbi o coinvolga Vincenzo Rossi: l’aria, la luna, la montagna, il Sud martoriato, l’umiliazione del vivere. La lirica Sono il vento propone il triste canto delle verità, dove il poeta, tornato Nulla immagina di essere un soffio di vento che ossigenerà la fossa dei giorni, perché l’erba possa riprendere fiato, rialzarsi alle dolci tempeste che ci attraversano: Io sono il vento che in eterno spira | che soffierà il gelo sul tuo nome | e in notti di tenera luna gemerà | tra le alte erbe della tua fossa…

Un’altra interessante lirica è Fremito che supera la morte. In quell’impagabile bene che è l’amore per la pace un grido di giustizia contrasta il terrorismo, che lo stesso amore non intende subire e supera la morte che è vita (e morte insieme) eternità: Non muovere le labbra | voglio sentirti muta | voglio che tu resti l’incanto | di questo fremito che supera la morte. In un linguaggio chiaro e immediato si avvertono le più intime e profonde vibrazioni del cuore ed ecco che le voci del mistero sono universi di semplicità e di complicità di chi possiede la grande capacità di amare e di apprezzare le piccole grandi cose: …a me basta il profumo dell’erba | e l’ombra dei canneti… Il profumo, dunque, della vita, la pace di un tramonto dove noi mortali altro non siamo che lucciole di stenti, in una malinconia quasi divina.

In Lola notiamo un attaccamento particolare del poeta alla sua cagnetta; pertanto non ci sorprende il paragone che egli stesso fa della sorte che accomuna uomini e bestie. La nascita è per il poeta seme di condanna, di tribolazioni; ogni sorta di bellezza si riduce in polvere e gli affetti dolorosi nulla possono. La radice dei sentimenti è saldamente ancorata al sacro valore di vita. Lola… | La tua non è sorte d’eccezione | ma la mia non credo della tua migliore | ci legano contro il furbo scatto la luce che ci dilata le pupille | e il marchio di pena | impresso a fuoco sulla nostra fronte. I pensieri del nostro poeta spezzano i fili della lontananza; il suo spirito è un treno che corre nel tunnel della notte, senza fermarsi. Esplora sentieri, cime, cavità, e ci offre escoriazioni ed ecchimosi al ritorno del nulla, dove l’ombra si scansa al nostro desiderio di vivere e quasi maltratta l’ansia che continua a sostenere la rete del sangue. L’ombra del nulla… | l’occhio che penetrava le oscurità | l’immenso pallore fissa dell’ora  | assassinata dall’ansia del vivere | nella vuota tensione del desiderio… Il poeta assapora la sconfitta e scrive: Lasciatemi quieto sopra l’erba | di questa amata solitudine | io allargo lo sguardo e ti vedo giacere | da te stessa sconfitta | in pianure sterminate | popolate da croci senza lacrime. È il ritorno di un’infanzia scolorita, vestita solo di pallore. La morbidezza dell’erba (seno-riparo di madre terra) è l’ultima speranza che il tempo crocifigge: certezze e rebus che si consumano. La rugiada non è altro che il pianto stanco del pianeta offeso da sporcizie e putridume; dai cadaveri dei prati, dalla secchezza delle rocce.

Il libro termina con la Peccatrice che incarna il mito della natura, la giovinezza, la bellezza, statuaria, che è e rimane la folle veglia di vivere del nostro immaginario… | cui concessi i profumi e le dolcezze del mito | flessuoso e asciutto corpo | che ora in questa gabbia di cemento| brulica di vermi e ogni sua vaga forma | nel regno dell’informe giace. Tutto è l’inizio di qualche cosa che ci nega l’intera visione della forma e noi siamo assenti, i tasselli di un palcoscenico assurdo; ma viva e profonda è la fede che dubita e travaglia il cuore di chi la possiede.

Vincenzo Rossi è stato definito, in un recente studio sulla sua opera, intellettuale totale, attribuzione tendente a rimarcare non soltanto l’onestà, l’equilibrio del pensatore, l’obiettivo del giudizio, l’inattaccabilità degli assunti, ma anche l’ampiezza del suo orizzonte e la molteplice valenza del punto di osservazione. Illimitato appare l’ambito dei suoi interessi: dalla saggistica, in generale, alla filosofia (si ricordino i suoi studi su Platone e su Platone poeta, in particolare), alla critica letteraria, dalla narrativa alla poesia, ecc. Un vastissimo e compositamente profondo humus culturale, costruito attraverso severissimi studi, i cui frutti appaiono più opulenti per l’acutissima capacità di osservazione del mondo, della natura, dell’uomo, com’è ovvio, che è al centro dei suoi interessi; dei regni animale e vegetale, considerati antropomorficamente. Particolari, questi, che emergono da un’attenta lettura dell’opera poetica, ove appare talvolta il polemista, ma in maniera illuminata e propositiva: non mai appaiono segni di virulenza o di iconoclastia, poiché il fine non dell’uomo, ma della poesia, è di comporre oppure di separare per poter riunire, di sradicare per ritornare naturalmente all’origine.

V’è in Rossi un magico potere di immedesimazione con la natura in generale, che non è solo sentimento panico, ma analogia fra stati d’animo e sovrapposizione oggettiva. Altrettanto profondo e consapevole appare il suo accostamento agli uomini, caratterizzato da Humanitas in senso latino e da intelligente partecipazione. Non v’è spazio nei suoi atteggiamenti per banale pietismo, per retorico sentimentalismo, ma per virili comprensione e condivisione, che non generano immotivata indulgenza, ma al contrario coraggiose prese di posizione e giusta intransigenza. Il poeta, poi, è da annoverare fra i suoi più originali della letteratura italiana contemporanea. Possiede infatti il prodigio di un’arte non inficiata da lirismo generico ed effusivo, pur nell’ambito della non mai abiurata tradizione (non ci troviamo in sostanza in un caso di apostasia), poiché Rossi è parimenti da movimenti che postulano l’arte in negativo e da ogni abusato sperimentalismo. Rossi è fra i pochissimi del Novecento che si esprime in positivo: si vuol dire che egli afferma, che propone, che non usa paludamenti, pur non disdegnando il ricorso alla metafora.

Egli non postula, come tanti profeti di sventura, la fine della storia, dell’arte, della poesia, ben conscio che le stesse si potranno estinguere soltanto con la fine dell’umanità; e non appare molto sensibile alle sirene postmoderne; non è vicino a tanti poeti laureati contemporanei o del recente passato, che costruiscono e hanno costruito teorie sull’arte e sulla poesia, in particolare ad usum delphini, poiché in sostanza tendevano e tendono ad egemonizzare il proprio personale prodotto artistico. In Rossi è il logos che si fa poesia e risplende come un lumonisissimo astro fra tante fiamme artificiali.

Recensione
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