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Introduzione a
La poesia Anima Mundi
“Canti della prossimità”
di Annamaria Ferramosca
Scheda del
libro

Gianmario Lucini
C’è una tematica importante
che campisce l’intera produzione poetica di Annamaria Ferramosca, che è insieme
evidente e nascosta, pervasiva ma sfuggente, un luogo di fascino per molta
poesia contemporanea e insieme un luogo quasi indicibile – non tanto perché la
poesia non sappia tematizzarlo, ma perché la sua tematizzazione implica una
riflessione, lunga e difficile, sul rapporto fra storia e poesia, fra collettivo
e personale, fra senso percepito e senso comunicato. Da una parte, il poeta è
affascinato dalla storia, da quella del suo tempo e da quella di ogni tempo; la
individua come inesauribile fonte di senso ed è tentato di piegarla a oggetto di
celebrazione, non senza una certa enfasi retorica, come nelle composizioni
romantiche fino al decadentismo. In questo modo la poesia si trova intrappolata
in un canovaccio che la ingessa e la storia a sua volta resta ingessata da un
dire poetico che a suo modo la interpreta in termini tendenzialmente assoluti,
decorati da un’estetica di maniera. Dall’altra parte la storia, o meglio la
cronaca, sono comunque accadimenti di impatto emotivo a volte molto forte, che
colpiscono la sensibilità del poeta, che è tentato di usare la sua arte in
funzione di una denuncia – e in sé non è un fattore negativo, se dopo la
denuncia si va oltre, nel leggere i “segni”, come direbbe la nostra autrice, e
nel creare un diverso possibile. A questo scopo occorre un aggancio
antropologico che, a cominciare dalla nostra era e proiettando il pensiero nel
futuro, lo si intuisce sempre più vasto, più ecumenico.
C’è poi una terza linea-guida
che attiene alla poesia stessa, la quale nasce dentro la storia in termini solo
anagrafici, ma nasce come a-storica perché si rivolge, se è vera poesia,
all’uomo come essere, non solo all’uomo come esistente. L’uomo
esistente è infatti segnato da quello che Heidegger indica come la condizione
dell’esser-ci e non dell’essere, che lo inchioda alla storia, mentre
l’uomo come essenza, attraversa la storia senza rimanerne imprigionato. Vale a
dire che l’uomo di diecimila anni or sono è lo stesso uomo di oggi e la poesia
deve saper parlare a lui, così come all’uomo di oggi e a quello di domani. Se la
poesia si storicizza, perde dunque la possibilità di parlare all’uomo come
essenza e, nel tempo, può casomai diventare oggetto di uno studio della Storia o
della Sociologia o dell’Antropologia, intese come scienze umane, ma cesserà di
essere poesia viva, capace di parlare all’uomo di un altro tempo. Bisogna però
subito soggiungere che anche la poesia storicizzata, in qualche modo, parlerà
all’uomo sempre e in ogni tempo, perché è quasi impossibile che anche la poesia
storicizzata non contenga elementi di universalità, ma lo potrà fare in modo
molto depotenziato rispetto alla poesia che mira all’universalità comunicativa.
È il caso ad esempio della poesia di Dante e dei suoi contemporanei: la poesia
di Dante (in gran parte) è ancora attuale e capace di comunicare all’uomo
contemporaneo, mentre la poesia degli altri trecentisti in gran parte può essere
compresa soltanto se si fa a priori un “bagno” nella cultura del ‘300, ossia se
si studia e si comprende l’orizzonte culturale che l’ha prodotta. Ci sono poeti,
come Omero, Dante, Shakespeare, Leopardi e ovviamente molti altri, la cui forza
comunicativa sembra sempre viva e attuale, mentre altri, fra i quali non
escluderei molti contemporanei ancora viventi, non hanno più nulla da dire e
sono ormai soltanto oggetti di studio delle discipline umane e delle scienze
umane. Questo fattore, peraltro, non dipende tanto da un fatto di stile, ma da
un problema di senso, perché l’uomo di diecimila anni fa o che nascerà fra
diecimila anni, non ha (o avrà) nulla da spartire con l’attuale visione estetica
della parola e dello stile, ma piuttosto ebbe (e avrà) i medesimi problemi
attinenti al senso dell’esser-ci in quanto essere.
Ecco dunque che, in
quest’ottica, è importante che la poesia sappia parlare all’uomo del suo tempo e
in qualche modo lo rappresenti, ma è molto più importante che la poesia si
rivolga in spirito di autentica comunicazione all’uomo come essenza, alla sua
ontologia. È esattamente per questo motivo che una generazione senza poeti (di
quelli che parlano non “dentro” la storia ma “alla” storia) è una generazione
che non dice la storia ma viene parlata dalla storia, non più come soggettività
viva ma come semplice oggetto (di interesse, di studio o altro), esattamente
come un’orma fossile o un “ragno” imprigionato “in una goccia d’ambra” – per
dirlo con una metafora di Annamaria Ferramosca, il titolo di una sua poesia.
Per parlare la storia bisogna
dotarsi di un codice linguistico capace di uscire da un tempo circoscritto e
insieme condiviso da ogni tempo; ed è esattamente quello che Annamaria
Ferramosca indica col termine “segno” in diverse occasioni (nella sua poesia ma
anche nei suoi lavori critici). Lo fa con allusioni, come nella breve raccolta
che presentiamo in queste pagine (laddove si parla ad esempio dei templi
megalitici di Malta o della Sardegna), o esplicitamente come in una poesia
tratta da Curve di livello, riportata fra la rassegna delle opere
precedenti. In questi lavori il ”segno” preistorico viene inteso come presenza
comunicativa e non come oggetto di descrizione, qualcosa di vivo e che fa parte
della nostra vita, mescolandosi ad essa, e non come “oggetto” da descrivere, da
collocare, da cui distanziarsi magari col sentimento della nostalgia che
comunque indicherebbe una cesura, un’alienità. La poeta insomma evita abilmente
il pericolo della storicizzazione o dello storicismo, ma presentifica la storia
presentificando l’uomo come essere-nel-mondo, sempre vivo, sempre presente in
virtù del segno - che poi è un linguaggio direttamente scaturito dal suo
pensiero e connesso al suo pensiero. Ecco dunque che la diversa visione del
poeta diviene meta-storica, si fa linguaggio capace di dialogare (accogliere ed
offrire - scambiare) quel senso che l’uomo cerca in ogni era e in ogni
condizione.
Una poesia così concepita
punta dunque a trascendere il suo tempo storico in una dimensione antropologica
neo-umanistica o, per dirla in linguaggio rogersiano, in una comunicazione “da
persona a persona”, capace di profondità, tendenzialmente orientata alla
“relazione” e cioè all’atto di “religare”, di mettere insieme in una dimensione
psicologica di appartenenza e – perché no? – di fratellanza, quella fratellanza
sbandierata nella Rivoluzione francese, mirabilmente invocata e poeticamente
intuita da Schiller nel suo “Inno alla gioia” (Seid umschlungen, Millionen! /
Diesen Kuss der ganzen Welt! / Brüder - überm Sternenzelt / Muss ein lieber
Vater wohnen), poi di nuovo asservita alle ideologie (i camerati, i
compagni, i fratelli massoni, i fratelli delle varie
battaglie politiche e religiose costellate di cadaveri...). Una poesia così
concepita punta a una genuina fratellanza, a un “parlare
come /nascere agli altri”
disincrostata dalle innumerevoli cadute semantiche, perché senza il sentimento
della fratellanza non è possibile il sentimento dell’appartenenza a un unico
destino dell’essere e quindi non è possibile la comunicazione genuina ma
soltanto la comunicazione alienata, impossibilitata a vedere la stessa evidenza,
ad accogliere le parole per quello che sono. La poesia si fa segno che risponde
ai segni in una dimensione circolare che si svolge non soltanto nel presente ma
in un tempo al di fuori del tempo e in uno spazio che è quello qualitativo,
della vicinanza spirituale. Questa, più che essere una scelta suggerita da
convinzioni filosofiche o da particolari estetiche, è, per Annamaria Ferramosca,
la conseguenza logica di una poetica capace di farsi carico dei mutamenti
antropologici in atto, dei mutamenti culturali a livello planetario che, oltre
ad amalgamare in una koiné sempre più vasta le diverse culture (cancellandone
purtroppo le peculiarità), fanno pian piano piazza pulita di ogni piccola
ideologia regionalista, di ogni moda locale, di ogni pensiero ristretto in
qualche nicchia. Lo esprime molto chiaramente in un passo, che riprendiamo da
sito web Poiein.it:
E’proprio qui il senso
del superamento in atto, oggi, di ogni identità originaria: oggi l’uomo- il
poeta, non ha più radici. E’, o presto sarà,
uomo senza terra.
Il suo luogo di ieri, il suo villaggio o città, inteso come comunità
riconoscibile in cui riconoscersi, si sta dissolvendo. Il campanile scompare,
avanza una piazza senza confini. Nasce una nuova forma di città non
circoscritta, dilatata per la velocità dei movimenti e della comunicazione
mediatica. Il nostro luogo di scrittura è oggi un trans-luogo, un deserto in
fertile trasformazione, di nuova creatività, nuova cultura, nuove forme di
relazione, nuova misura dell’umano, accettando che molti significati sono
superati, molti devono essere ricreati. Un luogo che vorremmo fosse quello,
etico, della libertà di sguardo, planetaria, che gioisce e soffre per eventi
ormai coinvolgenti l’intera ekumene. Avvertiamo già quanto questo processo
antropologico in atto stia modificando comportamenti e linguaggi e con essi
anche il linguaggio poetico1)
Nella scrittura quindi non può
aver senso ormai una classificazione basata su caratteristiche geografiche
identitarie, perché il luogo non sarà più capace di appropriarsi completamente
della parola, ma solo favorire l’occasione del corto circuito spazio-pensiero,
il legame tra realtà e poesia che tende a superare l’esistente per fare breccia
nel tempo. Ne consegue che la poesia, proprio per non subire questi processi di
mutamento che tendono a soffocarla, deve cercare di governare questo processo,
intervenendo in questa nuova lingua “ecumenica” con tutta la forza della
creatività, anziché subire una disgregazione dei processi globali di
acculturamento. Andiamo insomma un po’ oltre la (pessimistica) posizione
pasoliniana di denuncia del mondo nuovo che cancella il mondo vecchio, per
dichiarare che il mondo cancellato può essere salvato proprio governando
l’acculturamento della nuova koiné, cercando di entrarvi e introdurre quello che
di buono è possibile tradurre dal mondo che se ne va. Una posizione, dunque,
decisamente più ottimistica, peraltro fondata proprio sulle grandi intuizione
pasoliniane che così continuerebbero a vivere nella cultura (forse è
un’illusione di chi scrive, forse una speranza, ma siamo ancora nel corso di una
lunghissima fase di assestamento).
Nel caso di Annamaria
Ferramosca questa concezione è ben evidente, e peraltro dichiarata in diverse
occasioni e iniziative pratiche (come ad esempio i progetti di scrittura
collettiva). Lo dichiara anche la raccolta che presenteremo in questo volume,
sin dal titolo Canti della prossimità. La sua trepidazione casomai
riguarda il linguaggio; non tutti i linguaggi infatti sono funzionali a questa
poesia ma soltanto un linguaggio che, pur appartenendo al tempo storico attuale
possa trascendere il tempo storico. Non è un problema di secondaria importanza,
specie nel nostro tempo nel quale si mescolano ancora, nella poesia, gli epigoni
linguistici e gli stilemi delle innumerevoli “scuole” linguistiche dell’800 e
del ‘900, con le sperimentazioni avanguardistiche che, nella maggior parte dei
casi, si sono rivelate dei banali costrutti ideologici dimenticati in poche
stagioni o continuate da uno zoccolo duro di un paio di poeti o tre che non
vogliono arrendersi al fallimento delle loro elucubrazioni linguistiche e
stilistiche. Ma di questo aspetto diremo oltre, nella sezione che esamina lo
stile. È comunque evidente che non è possibile ideare un linguaggio specifico
per questa poesia, pena il ricadere negli stessi errori delle avanguardie
ideologiche: la difficoltà è cercarlo in ogni occasione, in ogni poesia e
persino in ogni verso. Forse per questo motivo, che attiene anche alla sua etica
di scrittura preoccupata della qualità linguistica e di non soverchiare il
lettore con troppe pubblicazioni , la produzione di Annamaria Ferramosca, pur
essendo costante nel tempo, non è abbondante.
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Materiale |
| Introduzione a “La poesia Anima Mundi” di Annamaria Ferramosca |
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saggistica
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| Autori |
| • | Gianmario Lucini |
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Pubblicato su: Libro citato, da nr.3/2011 |
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