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La poesia di Gennaro Grieco, o almeno ciò che ho appena finito di leggere (La vocazione e le idee, per i tipi di Venilia Editrice) non è certo una poesia di facile accostamento, per le caratteristiche di durezza e problematicità che causa, anche al lettore attento, non poche difficoltà. La prima è senza dubbio quella di stabilire, in qualche modo, i contenuti di questa poesia, il messaggio del poeta. La difficoltà nasce dal fatto che Grieco imposta una prima parte della raccolta interrogandosi sul il senso della poesia (“Dò il la a un altro cadavere, a un altro sogno?”), lo stato di abbandono nel quale è lasciata, il perché della scelta di scrivere versi e il come egli si proponga di scriverli – senza trine e merletti e pagandone lo smacco –, il senso di libertà e quasi di benessere che soltanto la poesia può esprimere. Il poeta poi continua riprendendo lo stesso tema (rifiuto di una poesia lontana dai dolori del mondo) e continuando con alcune liriche dal carattere polemico verso un mondo in cui tutto ciò che vale deve per forza di cose avere un corrispettivo in danaro (l’equivalenza fra valore e danaro, che sancisce la definitiva rinuncia alla visione etica di ciò che vale, per appiattirsi sul mero valore di scambio). Il filo degli argomenti poi tocca diversi campi: il contrasto fra miseria e ricchezza, la negazione della libertà o anche la sua monetizzazione o la sua svalutazione per motivi legati all’avere, l’inettitudine della politica. Infine la raccolta si chiude con un riferimento a due modi diversi di essere nella storia: da protagonisti o da inconsapevoli; e dunque questo protagonismo è impossibile se “ora ci negano | la vocazione e le idee”. Questi ultimi versi rimandano poi ai versi iniziali della raccolta. Mario Ancona, che ha scritto la bella presentazione, vede in questo rimando un segno di circolarità: “Il testo di Gennaro Grieco appare, così, chiuso in una specie di ‘cerchio magico’, un po’ diabolico e un po’ stregonesco”.

A mio avviso però questa “chiusura” a cui accenna Ancona, va cercata soprattutto nel modo di esporre di Grieco. Il suo linguaggio infatti cerca una netta separazione fra il suo mondo poetico e il mondo tout court, e non solo perché “è spesso ammiccante, criptico ed eterodosso”, ma anche perché egli espone la sua poesia contrapponendosi dialetticamente al mondo, anche là dove sembrerebbe che il “voi” con il quale si rivolge a un ideale pubblico (espediente che però ci pare anche un po’ retorico e vatico) cerchi la dimensione di un discorso “limpido e comunicativo, colloquiale, privo di ombre”, come sottolinea ancora l’Ancona. Ed è appunto in questo elemento di contrapposizioni o, se vogliamo di auto-protezione del suo mondo poetico, che può essere rinvenuto un elemento che tende a chiudere il testo.

La poesia di Grieco quindi è permeata di profonda ideologia, ed è forse inevitabile in una poesia civile di così intensa passionalità come la sua, anche se un frequente tendere all’ironia (anche all’auto-ironia), tenti di smorzare un poco le durezze di questo modo di scrivere o, come nell’ultima poesia, anche quando il tono lirico prende il sopravvento e il senso del messaggio si riveste di un implicito contenuto nelle metafore e nella liricità del tono stesso, anziché nel portato della polemica diretta (come ad esempio ne “Il portavoce” o ne “La piazza”). E, paradossalmente, è proprio questo dispiegato “manifesto” filosofico di una visione particolare della vita, che talvolta sembra costringere la scrittura entro una rigidità che ruba spazio alla libertà espressiva e, più che “spiegare” una visione del mondo che sarebbe im-mediatamente afferrabile con un ipersegno poetico più connotato, si invischia in simbolismi di dubbia lettura accanto a versi che hanno forti caratteristiche denotative (si veda ad esempio la poesia “La miseria” o anche in “La esplicitazione”).

Ma accanto a questi limiti (che ovviamente rappresentano il mio modo soggettivo di intendere e interpretare il suo testo poetico), va doverosamente messo in rilievo il valore dei testi del Grieco, e quanto di sapiente e di poetico vi è in essi. Innanzittutto la carica emotiva e passionale, pur discontinua fra le diverse poesie.

La passionalità trascinante del Grieco emerge soprattutto laddove egli si lascia trasportare dal suo sentimento lirico, quando il “messaggio” viene un po’ lasciato da parte ed il poeta invece si concentra su un particolare tono, sulle sue emozioni, quando insomma “scrive di pancia”, come sa egregiamente fare, ad esempio in “Reportage”, o in “La zingara” o anche in “La storia”. È lì che il linguaggio è meno duro, è lì che la musica (una certa musica interna, che appartiene soltanto all’autore) seduce e convince, è lì che egli potrebbe davvero lanciare ogni provocazione semantica o sintattica o persino grammaticale, senza che il lettore stacchi gli occhi dal testo. Ed è dunque in quello scrivere che egli raggiunge il suo obiettivo di poeta civile, o semplicemente di poeta. Forse il segreto di questa poesia sta proprio nel “tono” particolare che, a precisazione delle osservazioni critiche prima espresse, è comunque il tono più usato in queste liriche: una mistura di elegiaco, di ironico e di colloquiale che cerca di porsi innanzi in modo frontale e dialettico, che cerca insomma di provocare. E ad onore del nostro poeta va anche detto che non è semplice provocare e insieme piacere nella poesia civile, specie se si infiammano i testi di passione, come fa il Grieco. E va anche precisato che egli raggiunge senza dubbio il duplice obiettivo.

Concludendo, mi sembra che l’autore meriti attenta considerazione, e che possa con diritto entrare nella cerchia di quei poeti da seguire e dei quali ci si chiede: “a quando il prossimo quaderno di poesie?” (pur intuendo che, dopo questa raccolta, che è del 1995, probabilmente il nostro autore avrà scritto altre cose, che dunque cercheremo di rintracciare).

Recensione
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