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Lu cunt’ r’ lu frat’, è il titolo quasi impronunciabile per i profani dei dialetti del sud, di un libretto di una trentina di poesie che Gennaro Grieco ha dato alle stampe per i tipi de Il fiore nella roccia, Avigliana (TO), nel luglio 2003. L’occasione si è presentata con il matrimonio del fratello più giovane del nostro autore (che ormai ha 50 anni), di nome Albino. Una cosetta veloce veloce, la chiama Grieco nella sua introduzione, quasi, a scusarsi di averla composta. Ma noi non crediamo che sia “veloce veloce”, perché 30 anni di assenza dalla Basilicata, sua terra di origine, non possono certo consentirgli una padronanza della lingua tale da comporre 30 poesie in maniera veloce veloce. Ci sembra invece che l’opera sia nata da qualcosa che è scattato nell’inconscio del nostro poeta, qualcosa che ha certo a che fare con il fratello, i sentimenti, ma soprattutto qualcosa che ha a che fare con una dimensione interiore ben più profonda dello stesso affetto fraterno, che possiamo individuare nel senso delle proprie radici, della propria identità e, ancora più in là, col senso stesso della propria storia di vita e della dimensione misteriosa dell’esistere, del perché della vita.

Il libretto è dunque un racconto poetico, quasi una saga, fatta di sprazzi di ricordi, di significati condivisi, come nel tentativo di risalire alla propria radice mitica, come il racconto di un mito familiare che spiega non soltanto loro stessi (fratelli), ma il loro carattere, la loro identità più profonda che trae alimento da un’unica cultura ben radicata. Il rito è l’occasione per la celebrazione del mito ed ecco che questa opera, che senza dubbio è stata concepita soltanto per questa occasione (e sarà anche stata scritta in poco tempo, ma con un materiale – a parte quello linguistico – ben presente nella mente dell’autore, ampiamente meditato e rimeditato), nasce in una cornice rituale, è fatta per essere letta ritualmente davanti agli sposi, così come i sacerdoti antichi recitavano il mito davanti al popolo. Certo, un mito umano, minore, popolare, povero, ma che ha in sé la grandezza di un’epopea, la grandezza di qualsiasi epopea che, in ultima analisi, è sempre una forma diversa di porre la statura dell’uomo davanti al nulla, la sua inanità capace di imporsi al tempo storico per mezzo della parola.

Se l’intento era “una cosetta da nulla”, poi qui Grieco si è allargato, non so quanto consciamente, ma di fatto egli ripropone, in chiave moderna nient’altro che la celebrazione del mito antico, mesopotamico, egiziano, greco. Sempre con la dovuta differenziazione fra umano e divino, per il resto gli ingredienti del mito, come sopra abbiamo detto, ci sono tutti: c’è un’epos, una vicenda che abbraccia tre generazioni (e non a caso proprio nella penultima poesia Grieco accenna alla “prole” che nascerà da Albino e la sua sposa Venera), c’è una forma di solennità rituale, c’è l’assemblea e, infine, la prosodia del verso, la parola, che dà all’uomo il potere di annullare il tempo e di andare quando vuole alle sue origini, al tempo senza tempo, alla qualità del tempo.

Purtroppo, dal punto di vista linguistico, io non so giudicare il valore di quest’opera. Leggo la traduzione poetica in lingua italiana che scorre senza intoppi, che, a differenza delle altre opere di Grieco, anche linguisticamente dense e “nervose”, si abbandona a un afflato narrativo-lirico che non credo di aver mai letto nel nostro autore, quasi che la sicurezza dell’ispirazione sia bastata di per se stessa a trainare la lingua.

Aggiungeremo pertanto i testi in lingua italiana. La cosa migliore però sarebbe quella di procurarsi questo singolare libretto, stampato in 500 copie, perché mi pare unico nel suo genere, qualcosa che assomiglia a uno stato di grazia.

Recensione
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