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Abbiamo già avuto il piacere di avere tra le mani e di fare attenzione a questa autrice non nuova alla poesia ed alla pubblicistica italiana, a proposito del suo ultimo All'ombra delle nove Lune edito dall'autorevole Paolo Ruffilli nella sua officina. Il quale ne sottoscrive la prefazione con l'acuta analisi critica che gli è propria e che, a proposito del testo in questione, ne centra la problematica intensa quanto originate.

La Stomp Ferrari è in campo dal 1987, con il suo En zerca de aquiloni e presenta al suo attivo, con questo, ormai ben otto volumi in cui la sua visione del mondo, nel portato dell'esperienza e della profonda capacità del sentire, approfondisce alle radici delta vita, del mondo, della conflittualità operante nella natura che ci circonda e nel sociale, quelle problematiche aperte e fmalizzate alla ricerca del senso stesso dell'esistere e del perché del dolore e dell'angoscia. Ricorrono, in sottofondo le fatali domande dell'interrogazione senza risposta, in merito al tanto male che l'uomo inferisce all'uomo, al poco bene evidente, della sofferenza insopprimibile che s'attesta all'interno delle nostre esperienze occasionali nella loro frequente terribilità, nella loro irreversibilità e frequenza sconvolgente. Sicché il tema del dolore, in queste pagine, sconfina nella pietas provvidenziale che avvolge ogni cosa e che giustifica, nella forza dell'istinto ferino e insaziabile che ci guida e ci condanna, le motivazioni basilari delle nostre azioni, impulsi, finzioni, lacerazioni.

L'espressività della Slomp Ferrari, peraltro, non può che riflettere il dramma interiore, spesso, di un tragico vissuto e dei suoi risvolti inguaribili, il quale va inteso e concluso come non differibile nel tempo, non evitabile nello spazio, destino o altro che sia, necessità di pagare lo scotto più arduo del nostro essere su questa terra. Molto forti e incisivi i suoi versi che fronteggiano e guardano ai particotari di un personale quanto enigmatico percorso, nel suoi tremori e orrori d'occasione. Lo stesso esergo che apre al poema: "Alta vita, a ogni donna che in essa si rispecchia" appare, insieme, un'esortazione ed un invito a riflettere sulla condizione femminile ed umana nel cerchio degli eventi che la riguardano di persona e che ne affossano, troppo spesso, la volontà e la decisione. La stessa prima lirica (p. 13) di questo libro, nella prima strofa, quasi in tono narrativo, dà inizio all' apertura del discorso: "Contavo tredicianni all'altalena, | le bambole ninnavano le streghe | nell'antro del drago. Dosavo | le erbe mediche, i plenilumi | per la mia giostra di fortuna..."

Il che si rapporta all'avvio di un percorso in cui ricorrono titoli come Donna io, Cantavo l'amore, Vibrazioni, Ridatemi il mio tempo, Lingua lunga il dolore, fino all'ultimo, Altalena, in cui tutto un vissuto, disposto in "nove lure", appare nel quadro di una commedia umana non risolta né giustidicata dalla stessa autrice, e tuttavia esperta e lacerante nelle sue ferite, nei colori, nelle alternanze dei giomi e delle notti che costituiscono il tempo, in questo caso, al femminile nel richiamo alle fasi lunari, nei risvolti che la poesia riesce felicemente ad esprimere in una lingua fertile, appassionata, costituendo alla fine, un approdo senza dubbio notevole alla sua opera.

Recensione
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