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Appaiono pubblicate in n. di 50 esemplari, come si precisa in ultima pagina, queste cinquantadue liriche di Guido Martini che vengono, nel loro complesso, dedicate dall'autore soltanto e principalmente "A chi ha pazienza", mentre viene tralasciata ogni nota in riferimento alla sua biografia ed alla sua scrittura.

Si tratta di una silloge in cui l'autore celebra il suo sentimento del tempo e della vita attraverso impressioni, motivazioni esperienziali, memorie indefinite che scaturiscono da vaghe impronte del passato, da scontentezze non meglio identificate del presente, in direzione di un rapporto con l'altro (o con gli altri) che appare in crisi, attraverso struggimenti momentanei o profondi, malinconie di occasioni mancate.

E per i quali si appalesa l'identità complessa e, forse, scontrosa dell'uomo e del poeta in questione, costretto da sé medesimo ad una rappresentazione della sua stessa umanità, per immagini, metafore, ermetismi e flashes che riescono, tuttavia, a comporre un paesaggio spirituale abbastanza interessante, teso a chiarificazioni d'identità ed anche a sviluppi di successive esperienze.

Leggiamo, a p. 19, un brano esemplare della metodologia e dello stile incarnato in questi liberi versi: "Un unico lungo assalto | all'arma bianca | contro il nemico | invisibile | che fugge come nebbia, | come sabbia. Affilo e riaffilo il pugnale, | lo lucido, | ma i fendenti | cadono nell'aria | e fiaccano | sempre più il cuore" (Lotta vana).

Come è noto, il bello della poesia, la grandezza della sua capacità d'essere colta nelle sue più varie quanto suggestive interpretazioni dal lettore occasionale o meno, consiste, molto spesso, secondo le diverse poetiche sempre liberamente recepite e messe in atto da chi scrive, nell'essere aperta ad ogni visione interiore, ad ogni fantasia ed esperienza a cui immagini e parole possono essere rapportate. Ed è peculiarmente in queste pagine che tale impostazione si può notare e risolvere. Continuiamo a leggere, soffermandoci a p. 24 "Tu, col tuo | bianco e nero | al di là | del grande arco | che nostalgia chiama | tra due pleniluni, | mandami un fiore, | di luce solo un filo, | la firma dei | tuoi baci, | e dimmi a che | punto è la notte". (Un filo di luce).

E concludiamo con quet'ultima intitolata "Locomotive", a p. 43: "Un vento diverso | soffia sul ponte, | un vento di favola | con le sue nuvole | bianche e nere. | Arrivare poi | al numero senza ritorno | tra pacchi d'arte | e vetri di ferro. | Gettarli verso il cielo | stracciando | gli ultimi pensieri | nel sonno di un treno. | Vicini vicini, | mentre la porta | del corridoio | si apre a si chiude".

Recensione
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