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Martina Berrettini nasce a Roma nel novembre del 1988. Frequenta il Liceo Classico. Appassionata di varie scritture, si dedica alla pittura. Questa la sua prima pubblicazione. Ed è quanto ci viene indicato in quarta di copertina, fatta salva una pur utile precisazione, per cui la giovanissima autrice "non venera i colori superficiali della realtà, non si lascia ingannare dallo scintillio delle vetrine, né si ferma all'immagine mendace e senza anima delle cose, preferisce innalzarsi alla dimensione dei valori morali e spirituali, dimostra di commuoversi davanti alle parole". La dedica è rivolta "A nonna Maria e nonno Fabrizio | a tutti coloro che hanno aiutato | la farfalla ad uscire fmalmente | dal bozzolo, liberando le sue poesie | dal cassetto...". Ma la sua peculiare caratteristica viene delineata dal prefatore Renzo Paris il quale, nel rispetto di questa giovanissima autrice e del suo discorso, ben definisce la poesia neoromantica della Berrettini come si rivela nel suo esordio poetico, oggetto di un diario amoroso.

In fondo, la tematica ricalca l'eterna vicenda della cotta fra Eros e Thanatos che, qui, s'incentra nel momento di un'estrema solitudine, chiaramente definita nel grido sommesso di "Sola. | Sono sola e vuota | come un cielo plumbeo senza sole. | Ascolto. | Il mio cuore | è lacerato e piange lacrime di sangue. | Attendo.| Non si può vivere di Ricordi. | Vorrei cancellare il tuo nome, ma l'amore non si può troncare in un istante..." (p. 7) E vi si respira il ritmo giovanile, "con i luoghi canonici della poesia romantica, i personaggi, i cavalieri, le foreste avvolti dalla notte che ritornano, poi, verso la fine del volume in maniera ossessiva, come se la poetessa avesse bisogno di affastellare simboli su simboli, una volta partita dalla terra desolata della solitudine". Dunque, si tratta di un amore deluso e, a questo punto, è pur vero che "Non si può vivere di Ricordi, | ma di Rimpianti | si può | morire...". Ma non basta, l'autrice opera pure in un mondo attraversato da tragedie e drammi terribili, come ricorda in "Sangue sulle strade". E che comincia: "Freddo gelido che penetra | fmo in fondo al cuore: | un alito di vento | costante | e tagliente | come la lama | di un coltello, stretto nella mano | di qualcuno | che striscia | nell'ombra dei muri | anneriti dalla paura... || La morte ristagna nelle pozze di sangue | sulle strade . | I bambini chiudono | gli occhi pieni di terrore, | mentre una lacrima | scivola via dalle ciglia | e s'infrange silenziosa | muta richiesta d'aiuto" (p. 15-16). Naturalmente, non possiamo che bene augurare alla neopoetessa che entra nel campo attraente della letteratura e della scrittura. In queste prove d'avvio, intanto, possiamo intravedere i futuri percorsi attraverso i quali la sua attuale maturità potra trovare ampio spazio di prova e d'impegno. Perciò, ci basti dirle semplicemente, come ad ogni giovane talento che mette seriamente in gioco se stesso e le proprie possibilità: "Carissima Martina, ormai, la strada è tutta tua. Non hai che da continuare, studia, avanza, senza cedere alla stanchezza, ai disagi, all'incomprensione. La Poesia è l'arte della parola, come sappiamo, arte lunga e difficile, ma affascina sempre e conquista colui che sappia innamorarsene davvero, ad oltranza". Auguri!

 

Cristina Contilli- Ines Scarparolo( a cura 1- Elegia per Nadia Anjuman "- Ed. Carta e Penna- Torino 2006, pag. 35, ( 6,00

Questo libretto è stato scritto e pubblicato "In memoria di Nadia Anjuman, poetessa venticinquenne afghana, uccisa dal marito il 4 novembre 2005". E si evidenzia come una silloge poetica di varie autrici, ciascuna per ogni lirica: Mariateresa Biason Martinelli, per "Cara Nadia, al tuo spirito io scrivo"; Luciana Chittero, per "Quando bambina non fosti pia"; Francesca Conforto, per "Come una farfalla"; Cristina Contilli, per "Ho smesso di attendere" e per "Un desiderio sommesso di libertà" ; Annalisa Macchia per "Il tenue azzurro" ; Michela Mussato, per "Ingiustizia"; Rosetta Monteforte Rocalbuto, per "Come l'onda; Draw Petrovic, per "Il fiore martire". Si tratta di liriche che, in memoria della vittima, esaltano il valore letterario delle sue opere e riflettono sul dramma delta sua vita, mentre fanno capo all'orribile accaduto che, nella nostra contemporaneità, ha suscitato molte reazioni, specialmente negli ambienti del femminismo militante della società occidentale.

Le curatrici, Cristina Contilli e Ines Scarparolo, sono rispettivamente due note scrittrici, l'una nata a Camerino, l'altra a Vicenza, le quali sono presenti in varie Letterature italiane del nostro tempo e, qui, elencano (p. 34, 35) una ricca produzione al loro attivo, riguardante opere poetiche e di saggistica, oltre che antologiche, in merito alla problematica specialmente femminile d'attualità. A p. 31, ecco la biografia dell'eroina oggetto della raccolta poetica, tratta dal sito dell'Associazione "Rawa" (Revolution Association of the Women of Afghanistan). Laddove si notifica che ella venue massacrata di botte dal marito per aver osato declamare i suoi versi in pubblico. "Così – continuano le curatrici responsabili – il 4 novembre 2005 ad Herat, nel centro occidentale dell'Afghanistan, è finita la vita di Nadia Anjuman, 25 anni, madre di una bimba di sei mesi, ed una tra le più affermate poetesse del paese. Autrice della raccolta di poesie Gule Dudi e figura di riferirnento del mondo letterario di Herat, durante il regime dei talebani, quando alle donne era proibito studiare e lavorare, Nadia faceva parte del cosiddetto "Circolo del cucito" della città che, tre volte a settimana, si riuniva presso la finta "Scuola di cucito ago d'oro", dove un professore dell'Università insegnava quello che apertamente poteva fare in quel periodo solo agli uomini: la letteratura... Anche il Governo afghano è intervenuto pubblicamente per condannare il crirnine e a Herat, dove è particolarmente alto il numero delle donne che si suicidano dandosi alle fiamme per sfuggire al matrimonio a cui sono costrette dalle famiglie in giovanissima età, si è svolta in ricordo di Nadia una conferenza per parlare della violenza sulle donne e discutere delle misure da adottare per far fronte a questo dramma".

Carlo Nardese –Notazioni di un commesso viaggiatore – poesie - Ed. del Leone ( Spinea – VE ), 2006, pag. 45, (6, 50

L'incipt d'esergo, in questo libro di poesia porta la firma di P.P.Pasolini, ove questi ricalca che "Solo l'amare, solo il conoscere conta, non l'essere amato, non l'aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore. L'anima non cresce più". L'autore presenta al suo attivo quattro precedenti raccolte di versi: La vita futura (1986), L'infinito prossimo (1987), Nel triste paese del rimorso (1989), Passaggi obbligati (1991), ed un romanzo epistolare Lettere a un pipistrello (1999). Ed a proposito di quest'ultimo Notazioni di un commesso viaggiatore, del quale diamo ragione, Paolo Ruffilli sottolinea che il Nardese, "ha scritto il libro della sua maturità umana ed espressiva, uno dei testi più luminosi e stimolanti che mi sia capitato di leggere ultimamente". Si tratta di trentacinque selezionatissime liriche che iniziano con il titolo di "Parole", definite, nei tre versi conclusivi, come "sogno più vero del reale | sorgente viva nella morte della vita" (p. 9). La sua dimensione morale, in queste pagine, sembra rasentare l'irrequietezza del ricercatore il quale in se stesso, non riesce a superare il fatale dilemma che, nel percorso filosofico, si può semplicemente definire nel ben noto rapporto di conoscenza col mondo, caricato in sintesi sul discorso dell'"Io non io" e nelle relative conseguenze che ogni essere umano pensante pone, a volte, a se stesso, senza peraltro risolverlo. E non ricade nella malinconia lamentosa dell'insuccesso nemmeno il quadro d'orientamento, in qualche pagina successiva, ove egli dice senza peraltro cedere ad un'indagine approfondita del fenomeno, "Io che non sono | la mia vita | lascio che il tempo | scompaia e ricada | dietro risate | di carta opaca. | Non ho la pazienza | di un fiore incartato | neanche la dote del distacco | ogni minimo sguardo | rubato o dato | mi scuote il cuore... | di te | conosco solo | il nome ." (Io, p. 11) . Il Commesso viaggiatore del titolo non è altri, allora, che l'uomo vagabondo, esiliato ed escluso per sempre della visione del paradiso perduto al quale nemmeno più tende, nell'accettazione di una realtà incomprensibile quanto astrusa e di una esistenza non richiesta da vivere. In tale determinismo, la poesia, come ispirazione e dettato interiore, assume i colori dell'ultima sponda possibile, ove le illusioni siano svanite nel nulla di fatto e le speranze siano crollate come la cartapesta degli scenari teatrali.

L'autore canta un presente al quale egli stesso non riesce ad offrire possibilità alcuna di apertura e di sviluppo, tuttavia non negativo e in perdita, ma semplicemente colpito da un'aridità che non si abbevera ormai più alle sorgenti suggestive dell'Anima" che non cresce più..." per il semplice motivo che "da angoscia il vivere di un consumato amore..." e sosta in una terra che gli appare straniera, non rischiarata da nessuna luce, da nessuna proiezione di futuro. E questo ritmo dolente in cui la disperazione si stempera in monotonia, ritorna: "Vivo una casa non finita | e trascino detriti quotidiani | che ironici operai innocenti | continuano abilmente a rendere evidenti || Corpo | mescolanza errata di cenere e sangue | donami ancora | la splendida giravolta | del capogiro | ..." ove, è chiaro, la Poesia rimane l'ultima sponda, l'ultima possibilità di sopravvivenza.

 

Franco Zoja — Il valico degli anni — Ed. Blu di Prussia- Piacenza, 2005,pag.48- 6, 00

Nell'antefatto, il brano di Giorgio Bárberi Squarotti, riportato a mo' d'esergo e, comunque, a definizione di una poetica ardua quanto profonda, pur nella sua apparente linearità che, spesso, confina col portato della razionalità, a guardia di una poesia particolarmente gelosa del suo stesso portato, rileva quanto segue: "Sono molto vivamente colpito dal senso di vanità, di dolore, di radicale sconforto dei suoi testi. Il discorso è sempre amaro, desolato, senza luce. Spesso, i suoi testi sono intensi e profondi".

Ed a ragione, se Franco Zoja assegna la scaturigine della sua capacità espressiva all'occasione di una visita scolastica alla casa di Francesco Petrarca, ad Arquà, formandosi poi, col progredire degli studi sui testi classici latini, fra cui le opere Orazio e Lucrezio, fino alla ricerca filosofica col relativo approdo ad un suo particolare razionalismo. Mentre consente alla poesia un posto preminente nel campo della cultura, per la sua specificità.

Si tratta di uno studioso, dunque, di un pensatore che, tuttavia ancora giovane di anni, attinge alle verità fisiche e metafisiche per discernere, nel mondo, il senso della nostra vita, della virtù, della saggezza, consapevole che il suo discorso, in questo libro, risente pur fortemente di "momenti etici, polemici, depressivi, metafisici, olimpici, in una con espressioni liriche ed altro".

In effetti, l'"Affanno dell'esistenza" che risale al primo titolo del testo in parola, guarda "... Alla disquisizione immaginosa | delle cosmogonie, i significati | in astrattismi, per cui l'uomo si piega | sotto il giogo delle difficoltà | delle più valide concezioni. || Di fronte a taluni interrogativi | ed annesse speculazioni, | rotolano nel caos | gli intelletti più acuti. || Così l'esistenza un continuo affanno senza rivalse" (p. 11).

E, altrove, in "Vanitas vanitatum", egli dichiara: "Una volta che hai chiusi gli occhi | per sempre | chi mai può ricordarsi di te? || ... E' chiaro che non serve gonfiarsi come i palloni o apparire diversi | dalla propria natura | quando una fossa aspetta per la sepoltura" (p. 17). E, per finire, leggiamo, dal titolo "Mistica ascesi", l'ultima composizione qui presentata: "Spicchio della luna ad oriente | trema l'astro di Venere | tra i vapori viola delle nubi. | All'orizzonte abbozzi d'acqua marina | da un artista immortale | ... Soggioga l'epifania | di un'entità sconosciuta" (p. 48). Non a caso, pertanto, spetta al lettore l'acuta indagine del pensiero e dell'animo del poeta, attraverso l'apparente semplicità discorsiva di queste pagine e la normalità della parola parlata, l'individuazione di una personalità complessa ed in fieri, quale si manifesta quella di Franco Zoja.

 

 

Recensione
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