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Danilo Mandolini, giovanissimo, autore di poesie è al suo terzo libro, dopo avere già pubblicato Diario di bagagli e di parole (1993), Una misura incolmabile (1995), l’anima del ghiaccio (1997) e scritti vari in antologie e riviste.

Sul viso umano si presenta come un testo curatissimo che tende ad avviare il lettore, pagina dopo pagina, ad un discorso sommesso e di forte impegno morale, calcolato sul paradigma della meditazione e della rivelazione amara della vita come aridità e dolore, in un clima di pensosità rarefatta in cui la scena rappresentata, dopo e oltre l’esperienza e la fatica dell’esistenza, viene occupata dai fantasmi della mente e del cuore, i quali attivano il loro corpo attraverso il linguaggio e la parola e giungono a determinare la realtà di uno stato d’animo chiuso nel suo tormento, impedito in qualunque ricerca che si estranea al proprio significato, che esuli dalla personale/universale cognizione.

Il pessimismo dell’operazione che, in poesia, volge sempre alla speranza sofferta di un divenire diverso e favorevole nasce qui certamente ancora dalle tentazioni di Arthur Schopenauer, che non sono poi troppo remote, dello stesso Nietzsche, mito del secolo XX, dal diffuso negativismo del tempo in cui viviamo che colloca nella materia e nei suoi derivati scientifici e tecnologici, l’oggetto stesso e il senso della vita. Senz’altra inutile spiegazione o certezza.

Tuttavia, come è noto, il destino del poeta è determinato dal suo stesso fatale, intimo istinto e dotazione creativa, immaginativa, fantastica, che si allaccia al pensiero poetante, per cui la spiritualità quanto maggiormente si approfondisce e si eleva, tocca verità molto più attente delle varie filosofie, approdi che scavano nella parola, ne fanno scaturire immagini simboliche, in allegorie che attraversano e connettono sponde spesso opposte che oltrepassano naturalismo e razionalismo, e che si pongono come portato ultimo di situazioni che hanno filtrato e superato le contingenze e le concretezze banali della realtà.

In questo libro, quindi, prosa e poesia accuratamente e densamente articolate si alternano e si confondono, senza titolo, quasi a significare l’originalità di una diaristica che punta sul surreale, in cui giorni e mesi ed anni rientrano sull’unico piano dell’esistente, dove tutta la materia del discorso viene suddivisa, dopo il prologo sintetico, in tre parti con premessa, intitolate: Uno (“la breve notte di un pomeriggio senza pena deposita l’immutato stupore del tempo sui margini dilatati e sparsi del riscatto dei luoghi”); Due (“l’imprudente scarto del sorriso è moto disperso degli occhi, preludio di affanno e vortice condensato di spazio”); Tre (“la colpa che a stento si prende in prestito è una limpida lapide a forma di utopia, una larga misura che s’ingemma di rimpianti”).

Si tratta certamente di un’opera che nasce da un lavoro complesso, dallo studio e dalla ricezione del più puro classicismo e dei maggiori poeti e scrittori del novecento, punte di diamante della cultura occidentale di cui, peraltro, crediamo opportuno dare testimonianza con questa lirica: Vasti cunicoli di silenzio ed aria/tra le pareti della casa dei morti/e le innumerevoli date incise/sul dirupo dei pensieri a venire/invocano il bianco straziato della neve/e la pelle cerulea di questa.//Resta il ritrarsi di un assopito segreto, qui,/una profonda ulcera di precarietà/a custodia dell'ultimo tratto trascorso/della vita, della muta meraviglia/che agli occhi di chi osserva, altro non è/che la pena di tutti” (pag. 34).

Recensione
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