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Tre romanzi e un critico

Accosto qui tre romanzi (i due che si sono contesi questa estate lo Strega e un altro ai più sconosciuto ma non certo inferiore) e due lavori di un critico, Giulio Ferroni, il cui giudizio sulla narrativa italiana contemporanea può essere assunto a suggello o conclusione non casuali del mio discorso.

1. Il bambino che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati (Bompiani). Il romanzo alterna capitoli in corsivo riferiti all'infanzia dell'io narrante a capitoli in tondo ruotanti intorno alla cronaca di un caso di pedofilia in una scuola elementare. La tecnica è quella dell'autofiction. L'io narrante ha un profilo in buona misura coincidente con quello dell'autore docente universitario a Bergamo, dove la vicenda è in effetti ambientata. Alcuni aspetti del libro risentono della lezione di Siti, sia per il modulo dell’autofìction, sia per l'ambientazione in parte accademica, sia per il rilievo che vi ha la cronaca pubblica con i suoi personaggi (sempre chiamati col loro nome reale), sia per l'importanza che viene riconosciuta alla televisione come strumento fondamentale del nostro rapporto con la realtà, sia per il taglio saggistico (più che altro sociologico).

Il romanzo non è pienamente riuscito e risulta, nella sostanza, irrisolto. Le parti in corsivo sono le più "scritte", le più intense e originali. Qui un destino psicologico e un terrore apocalittico si fondono perfettamente. Ma nelle parti in tondo l'autore compie alcuni errori che squilibrano il romanzo. Anzitutto strafà: eccede con la cronaca nera più minuta e più nota al pubblico stivandola in pagine incolori e stilisticamente opache; in secondo luogo non riesce, proprio per questa invadenza del particolare più minuto e cronachistico, e più ovviamente realistico, a far montare il clima invece apocalittico, metafisico, astratto che vorrebbe costruirvi intorno, cosicché i due piani restano qui sostanzialmente irrelati; in terzo luogo, l'assunto saggistico e il modo di argomentarlo risultano troppo scontati: sarebbe stato necessario un tocco più leggero, una scrittura più di scorcio, più nuova e sorprendente.

In questo libro Scurati rivela a tratti alcune potenzialità di vero scrittore (più qui, certo, che nel precedente Una storia romantica. Purtroppo manca di misura narrativa (per esempio: cento pagine in meno avrebbero indubbiamente giovato al libro) e del "genio" saggistico che l'assunto avrebbe richiesto.

2. Stabat mater di Tiziano Scarpa (Einaudi). Il libro trova la sua ragione d'essere in due aspetti: uno tonale e uno storico. Il primo consiste nella coerenza con cui si persegue la monotonia di una voce femminile che si duole: quella di una ragazza di sedici anni chiusa in un orfanotrofio femminile gestito dalle suore in cui le educande sono indirizzale alla musica e al canto, li secondo, quello storico (ma "storia" qui è parola troppo grossa: si dovrebbe parlare piuttosto di "curiosità storica", dato che ogni spessore storico è volutamente assente), è introdotto dal maestro di musica, niente di meno che Antonio Vivaldi, che fa provare alle allieve, fra gli altri concerti, le Quattro stagioni. Il primo aspetto è perseguito con indubbia costanza: nel breve romanzo non succede nulla se non il passaggio da un maestro di musica a un altro (don Antonio subentra a don Giulio) e la narrazione si riduce al colloquio con la madre assente e con una immagine della morte, cioè con parti dell'io: si tratta di monologhi o soliloqui. Le uniche azioni, la ribellione e la fuga finale della ragazza travestita da uomo, non sono preparate psicologicamente e risultano narrativamente immotivate: sono un modo per porre la parola fine a una storia che è sostanzialmente intimistica (secondo un cliché, d'altronde, che deriva dall'archetipo italiano del genere: Storia di una capinera) e che non era facile concludere giacché appare legata più a un tono musicale, alla pronuncia di una voce, che alla vicenda della trama. Il secondo gira intorno a un personaggio, Vivaldi, poco definito se non per qualche tratto di ambiguità umbratile del carattere.

Insomma, un libro gracile, benché non privo dì qualche esilissima grazia. E il mondo d'oggi, anzi il mondo, vi risulta lontanissimo, anzi del tutto estraneo.

3. Indie occidentali di Giancarlo Micheli (Campanotto). Micheli è al secondo romanzo. Il primo era intitolato Elegia provinciale. Entrambi sono notevoli per le caratteristiche della scrittura, molto lavorata. La lezione di Gadda è evidente nell'ampio spettro della invenzione linguistica. Ma mentre Gadda tende al realismo, e la varietà linguistica mira a riprodurre la ricchezza dei vari linguaggi settoriali (il soldato parla il gergo militare, la puerpera quello delle donne che hanno avuto appena un figlio ecc., secondo la nota definizione dello scrittore lombardo), Micheli impiega sempre una sua propria lingua, capace di abbassarsi al dialetto e di alzarsi all'aulico iperletterario anche indipendentemente dai contesti narrativi descritti. Ricorre alle tecniche dello scrittore onnisciente e ciò gli permette di usare con disinvoltura, a volte persino eccessiva, ogni tipologia linguistica: il regista indiscusso è lui, e la fa da padrone con la trama così come nella gestione del linguaggio.

Indie occidentali è un romanzo storico ambientato agli inizi del Novecento; narra di una coppia di emigranti italiani negli Stati Uniti e delle lotte di emancipazione sindacale e politica dei lavoratori americani. Il pregio e il limite della narrazione coincidono: il pregio è quello di una scrittura finalmente elaborata e consapevole della necessità di uno spessore stilistico e dunque in contrasto con la scrittura da bar che domina nell'attuale romanzo di consumo; il limite sta nel gelido distacco storico e linguistico con cui è gestita la narrazione e da cui deriva qualcosa ai freddamente scolastico nella costruzione dei plot (una sorta di ibrido fra due modelli collaudati: il romanzo storico e il romanzo di formazione sociale e politica) e nella invenzione linguistica. Nell'ultimo capitolo, per esempio, la protagonista è presentata con «occhi di driade» mentre scocca sull'amato «un sagittare di eccitati richiami». Non è una maliarda dannunziana davanti al proprio amante, ma una lavoratrice italiana in America che guarda il marito. Non è un po' troppo?

4. Ferroni pubblica contemporaneamente due libri diversi, ma con la stessa conclusione: La passion predominante. Perché la letteratura (Liguori) e Prima lezione di letteratura italiana (Laterza). Il primo è più autobiografico perché racconta anche, non senza autentica vena narrativa, la nascita della vocazione letteraria dell'autore; il secondo, che rientra in una serie voluta dall'editore per varie discipline, ha un taglio più saggistico e accademico. In entrambi la parte conclusiva assume come etichetta il titolo di un libro recente di Todorov, La letteratura in pericolo. Vi si dichiara che «l'insieme della attuale produzione letteraria italiana non sembra volersi far carico della radicalità» della situazione dei nostri tempi: dello svuotarsi dell'esperienza, del declino della ragione e dell'umanesimo, della condizione di disgregazione della civiltà, della implosione della letteratura per eccesso indiscriminato della produzione, della inconsistenza della critica, della fine dello stile, del trionfo della letteratura di genere (noire romanzo storico soprattutto). Occorrono, dice Ferroni, una ecologia della mente e una ecologia della letteratura; e occorre una scrittura «capace di prendere di petto il mondo» e di «svolgere una crìtica della parola e della realtà, commisurando entrambe ad una responsabilità e ad un destino". Concordo.

Alcuni aspetti del discorso di Ferroni potrebbero essere corretti o ampliati (manca, per esempio, una dimensione sociale, economica e politica dell'analisi; e prevale una sorta di visione apocalittica di tipo umanistico-centrico); ma nella sostanza la sua proposta, espressa con meritoria nettezza, va raccolta. In Italia (ma non, per esempio, negli Stati Uniti) manca da troppo tempo una letteratura capace di prender di petto il mondo: per esempio, nella narrativa prevalgono l'indifferenza per lo stile, l'evasione del noire dei romanzo storico, la contemplazione del proprio ombelico e il trionfo del privato.

Imperversano i ripiegamenti intimistici ed evasi-vi. Di fronte a questo andazzo non si può non ricordare che anche Francesco De Sanctis, dinanzi alle mode del romanticismo languido imperanti alla sua epoca, indicò l'antidoto di Zola e la via del realismo.
Recensione
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