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Senz'alfabeto

Una vera sorpresa il nuovo libro di Anna Maria Guidi, anche se le raccolte poetiche Esercizi (1988), Incontri (2000) Tenacia d’ombra e Certezze (2002), in Transito (2005) che hanno preceduto Senz’alfabeto, ottenendo un grande successo di critica, avevano già annunciato un percorso che in queste pagine sembra aver trovato un punto d’approdo. Nomi illustri si sono espressi in suo favore mettendo in rilievo, fin dalle prime prove, l’intensità e l’originalità della sua ricerca espressiva, caratterizzata da sottili analisi interiori in cui incertezze, ombre e luci si susseguono delineando un’anima irrequieta e coraggiosa, e tuttavia ancora sfumata, fino a rivelarsi in modo più pieno nelle poesie di In Transito, dove la voce si fa particolarmente forte nell’affrontare il percorso dell’esistenza. Non si evitano dolori, contraddizioni, incertezze – pare ammonirci Anna Maria - ma si può attraversare senza timore ogni passaggio della vita, fino all’estremo, ultimo varco, con profonda consapevolezza di ciò che ci attende (e di ciò che abbiamo vissuto), con la percezione di stare penetrando un mistero che va al di là di tempi e spazi terreni. Mistero oltre il quale non è dato sapere.

In quest’ultimo libro si notava, rispetto agli altri, anche un’attenzione particolare al linguaggio, più duro e violento nel descrivere la sorte amara di alcune figure,e più innovativo nella scelta di alcuni vocaboli. Il linguaggio, sempre più azzardato e libero da triti stereotipi in cui spesso la poesia odierna si crogiola, segue di pari passo la ricerca interiore di Anna Maria.

E siamo arrivati a Senz’alfabeto. La nota critica di Franco Manescalchi in quarta di copertina e l’ampia e sottile prefazione di Giuseppe Panella sono talmente profonde e illuminanti che poco altro si può aggiungere su questa poesia.

“[…]una poesia fatta di corpi e di movenze fisiche, di rimarchevoli innesti linguistici, di accettazione piena e ferma della realtà[…]” (dalla prefazione di G. Panella)

“[…] un linguaggio di soglia, dove la forte carica semantica investe tellurica-mente la struttura lessicale […] per forgiarne in modo alchemico il senso più vero […]” (Franco Manescalchi)

Si annota che ormai la poesia di Anna Maria è entrata ferocemente nel mondo della crisi del linguaggio poetico e diviene tentativo, assaggio, prova, lotta continua , ma si insiste anche sull’armonia e la riuscita di questi assaggi poetici, ispirati a una Natura ricca di bellezze e sorprese, fatta di elementi concreti, suoni, sospiri, fremiti di vita. Spesso si ha l’impressione di vedere, con gli occhi della mente, dei quadri leggendo alcune poesie, per il dettaglio consacrato a certe immagini, per l’intensità con cui vengono alternate sul foglio illuminazioni e velature in un gioco che non si nega a nessun aspetto della realtà. Ne nasce una specie di inno alla vita, seppure consapevole di ogni aspetto amaro dell’esistenza, ma consapevole anche della sua inscindibilità da misteriose forze rigeneratrici, anticipatrici di una futura speranza. Infatti l’eros, forza rigeneratrice per eccellenza, irrompe frequentemente tra i versi.

La vite abbranca l’ulivo/ in un amplesso di pampini sudato:// e in acini briachi rampolla/ lo sperma del sole (p.20); reduci dal corpo a corpo/ della guerriera fregola/ due amanti s’addormono av-vinti/ sugli origlieri sfranti/ della sfibrata alcova (p.25); le intimità carnali della terra (p.33); orgasmica litania (p.28)

Vita peraltro concepita come una regia già prevista e diretta da un regista, da affrontare con la smagliante forza del sogno (Il regista,p.64).

Carcata d’anni e inganni
nel segno d’ogni senso imparo e inseguo
la libertà del sogno che bi-sogna
al dissoluto convegno con la vita:

altro non mi s-occorre
mi dico randagiando in passi d’aria
la mia sopita corsa di terra digerita.

Come già annotava Giorgio Luti in un commento critico alla precedente raccolta poetica dell’Autrice, il percorso che l’ha accompagnata nella vita e quello che ancora deve essere attraversato si configurano come spazio reale e ideale al contempo, “frutto di una coscienza sospesa tra memoria e speranza”, marcato da un anelito verso la libertà così forte che, nel tentativo di raggiungere chiarezza, prova l’azzardo di “un volo ad ali spiegate nell’intimo segreto dell’esistere”. Nei testi oggi presentati più che mai evidente: “la libertà del sogno che bi-sogna al dissoluto convegno della vita; “ l’amniotico naviglio del sogno”(p.57)… l’indispensabile sogno, filtro non privo di dolcezza per purificare la realtà: “Se sogno/ penso di sognare// se penso/sogno di pensare// e così mentre penso/ di poter fare a meno di sognare/ continuo a sognare/ di poter fare a meno di pensare”. (Sognopensiero, p.59) Il sogno non ha più schermo. Si fonde liberamente, armoniosamente col pensiero, con la realtà.

Carcata; bi-sogna; s-occorre… dicevamo che anche il linguaggio si mette al passo, anzi all’ala, con questo volo, toccando un’altezza mai raggiunta prima. E questa è la novità maggiore del libro. Dall’analisi interiore che caratterizzava le prime opere, alla ricerca di risposte e chiarezza, si arriva all’uso estremo, e tuttavia raffinato, del segno. Senza mai perdere di vista il significato, la forma si addentra in territori nuovi, piega la parola, ci gioca, la sottomette, riscoprendone il potere creativo (del resto poesia- poiein è creazione) e, dimentica dei limiti umani, delinea paesaggi abbaglianti, a tinte forti e decise. In quest’avventura si riscopre una sorta di “affratellamento” con chi, poeticamente, ci ha preceduto tentando di percorrere strade simili. Credo che questo sia il significato delle numerose citazioni tratte dalla poesia di Antonin Artaud e poste all’inizio di ogni sezione:

Poète aigri… la vie bout
et la ville brûle,
et le ciel se resorbe en pluie;
ta plume gratte au coeur de la vie

Poeta inacicidito… la vita bolle
e la città arde
e il cielo si riassorbe in pioggia;
la penna gratta al cuore della vita. (Poeta nero)

La poesia di Artaud, grande poeta e attore, “maledetto” ma soprattutto disgraziato per la sorte riservatagli dalla vita, attraversa principalmente due fasi. Le prime sue poesie, infatti, sono ancora legate ai canoni della tradizione, seguono schemi e strofe fino allora ampiamente adottati, seppure con esiti molto felici. In seguito, però, i suoi versi assumono un’estrema libertà di forma, una nuova tendenza a cantare la materia nei suoi aspetti più aspri e crudi, tanto che Breton (intorno al 1924) intravide in lui, per la forza rivoluzionaria dei suoi versi, un ideale interprete ed erede del surrealismo e in tale ambito per qualche tempo Artaud si riconobbe. “Il Surrealismo –diceva- non è un movimento espressivo nuovo o più facile, né una metafisica della poesia: è un mezzo di liberazione totale dello spirito”. Venne poi espulso da questo movimento par vari motivi, in particolare di natura politica, ma ugualmente continuò il suo corpo a corpo con la parola. Il tentativo di trovare un linguaggio adatto ad esprimere quanto voleva non lo abbandonò mai. Illuminante per lui, mentre era intento a tradurre Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (il seguito di Alice nel paese delle meraviglie) di Lewis Carrol - opera quasi intraducibile per le incredibili difficoltà linguistiche che pone, basata com’è su continui giochi di parole e divertimenti linguistici - deve essere stato l’incontro con il personaggio Humpty Dumpty. Buffo essere a forma d’uovo ripreso da una filastrocca popolare che enuncia ad una perplessa Alice il suo approccio con la parola, pagine che hanno sempre affascinato chi si occupa di semantica e linguistica: “quando io uso una parola essa significa esattamente ciò che io voglio che significhi…”. Humpty Dumpty “comanda” le parole, le forgia, le divide, le unisce, anticipando e introducendo concetti poi entrati nell’uso corrente della lingua inglese. Come, per fare un esempio, le parole portmanteau, ovvero parole composte da due fuse insieme (per la lingua odierna basti pensare a smog). Operazioni di cui il libro di Anna Maria è letteralmente e felicemente disseminato: parole fuse come “sf(r)inisce”, “bracimante”, “furegando” ecc. che danno origine a piacevoli neologismi o divise per rimarcare la pluralità di significato come “con-centra”, “con-dona”, “ri-gettata”, significativi anagrammi come “mare/rame” o l’insistenza di suoni che giocano col senso e col ritmo come nella poesia Fielemiele (p.31).

Davvero un linguaggio esplosivo che nella sua innovazione non dimentica, anzi raccoglie e vi si innesta, le fatiche di poeti che su questa via ci hanno preceduto, come le citazioni di Artaud sembrano indicare.

 

Recensione
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