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Si stenta a credere che Il versante vero di Annamaria Ferramosca sia un libro d’esordio: la scrittura è precisa e lievitata insieme, le immagini limpide, il dettato profondo e circostanziato, con qualcosa di magico che scatta in balenii lirici e subito si riavvia in narratività pacata, in partecipata “confessione”.

La prima sezione, Le tracce, i fuochi, portano il lettore in una scorribanda inquieta di luoghi reali e tuttavia ogni luogo subito diventa momento dello spirito, radura in cui s’addensano ansie e lacerazioni, esaltazioni e ripensamenti. Il viaggio compiuto da Annamaria non si muove secondo coordinate stabilite e seguite a puntino, ma come un andare alfieriano avido di conoscere ma più avido ancora di raggiungere esperienze per ripartire alla conquista di altri luoghi, magari inesistenti, inventati, Luoghi dell’anima. Istanbul così appare trasformata nel desiderio e diventa città del proprio essere, fantasma e illusione di una rigenerazione che in questo libro non perde mai di vista l’orizzonte.

Se ci si fa caso, l’orizzonte torna e ritorna in queste poesie, soprattutto in Domande ritmiche, a dimostrazione del fatto che la poetessa si pone nell’impossibilità di andare sempre oltre se stessa e oltre la realtà, alla ricerca di quella verità che sembra a portata di mano quando lei è nel momento di grazia e che invece le sfugge di mano come un’anguilla appena vi entra o con dolcezza o con prepotenza.

Le ore disarmanti è forse il nucleo che meglio esprime la complessa personalità di Annamaria Ferramosca; Fine ci dà indicazioni sulla catarsi avvenuta dopo il peregrinare dentro e fuori di sé:

La custodia dell’ombra è terminata
Il mattino dirada sul tuo fianco
pulsazioni di un’enfasi spavalda
L’eco era intensa nelle notte
Allentava
ogni mia logora maglia di pensiero
in voragine opaca

e ci riporta in un’aura poetica nella quale il senso delle cose e il peso della parola avevano radici semantiche alle quali idealmente si affidavano le sorti dell’uomo. Si sente che la poetessa è passata nel fuoco dei dissidi umani e letterari degli ultimi decenni. Questa poesia è “sapiente”, anche se non si accalora in robustezze concettuali, consapevole che per dire meglio e più compiutamente basta suggerire. Sorveglio l’acqua, poi, è un piccolo capolavoro, una metafora lancinante del vivere, un’equazione che viene fatta con discrezione e affidandosi, come sempre dovrebbe accadere, all’oggettività dell’espressione, senza incursioni di carattere personale.

Va segnalato, dunque, con forza, Il versante vero, e non come una promessa, ma come una realtà che ha già una sua identità forte e decisa, una sua voce autentica e compatta.

Recensione
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