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Maria Grazia Lenisa è una delle poetesse che amo maggiormente per la capacità dí saper restare sempre uguale a se stessa e diversissima ad ogni nuovo libro. Non sembri un paradosso, lei conserva sempre il suo piglio e il suo timbro, la sua dizione impeccabile e ricca di echi, ma aggiunge ad ogni traguardo un pizzico di sale in più, frutto del vento sottile che la scuote violentemente al cospetto degli eventi.

Per Maria Grazia niente è scontato e men che meno la morte, anche se è sempre in agguato, pronta a ghermire, e quando accade che una presenza importante e lievitante come quella di Grytzko Mascioni diventi assenza fisica, lei sente di più la forza della poesia dell'amico, la sua straripante umanità che non conosceva barriere. Ma per non disperdere il flusso alto e inestinguibile scaturito dai tanti testi di Mascioni, Maria Grazia si sofferma su Saffo, su questo amore "avvertito dai banchi di scuola".

Mi sono spesso domandato quanti poeti esistono oggi che portino in sé la verità dell'amicizia senza barriere e senza cautele. Lascio la risposta al lettore. Ma la Lenisa fa eccezione, la sua anima trabocca ancor di più proprio quando sembra che tutto sia perduto e debba essere messo in disparte. Da questa sua ferrea posizione d'amore (di etica) nasce Saffo chimera, libro di intense vibrazioni poetiche e umane, nel quale il mondo antico si fonde con quello attuale senza che s'avverta nessuna fastidiosa intrusione. E' come se la Lenisa diventasse Saffo e viceversa, come se Mascioni si sostituisse alla Lenisa e poi a Saffo. Una mutevolezza di ruoli che alla fine produce scintille liriche di rara efficacia.

Il volume è molto complesso e ha fatto bene Sandro Allegrini a introdurlo col suo studio dettagliato e illuminante ed evidenziando storicamente e stilisticamente le ragioni di una poesia così smagliantye e accesa, cosi lievitata da una sensualità pagana che accende le pagine di riflessi alti e imperituri.

E' la maniera più bella per far rivivere, accanto all'immortale poetessa, anche il suo interprete prediletto. E' come se la Lenisa ci volesse dimostrare che non è stato Mascioni a scegliere di occuparsi di Saffo e di tradurla, ma come se Saffo avesse scelto lui per una nuova incarnazione. Operazione pericolosa, ma conosciamo la dovizia e la misura della poesia di Mascioni , seppure sonora e grondante di ori e di luce, e anche quella della Lenisa , e quindi non c'erano dubbi che il risultato sarebbe stato questa sorta di vademecum della lirica e dell'amicizia, da tenere in sacra considerazione sia per la qualità dei versi che hanno scintille di dolore, di rammarico, di strazio e di gioia, e sia per la immersione simbiotica nel cuore dì un mondo sempre alla deriva: il sublime della parola.

Ha scritto Allegrini che "Maria Grazia è uguale a Grytzko: nel ritenere che una vita non sia sprecata, se improntata all'amore per la poesia. Infatti, qual è la sorte della poetessa medesima, se non quella di vivere la scrittura come una vera missione"?. Soltanto due esempi della forza e della limpidezza espressiva di questa poesia così piacevolmente scomoda, così rumorosamente delicata e lieve, così ferocemente e dolcemente carnale e spirituale: "La seta si mutava in bachi | e gelsi, lasciando nuda | una spera di sole. | Sono sempre le stesse le parole"?. "In dono gli dette gli slip | d'una nuvola. | Morì l'airone sullo Stretto: | bava bianca confusa | con l'inquinamento".

Recensione
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